PISA in Emilia-Romagna!

14 Maggio 2008 by Andrea Paltrinieri

Non si tratta di uno “svarione” in geografia! PISA è un acronimo che sta per Programme for International Student Assessment. Si tratta di un programma promosso dall’OCSE per valutare le competenze dei quindicenni in tre ambiti: lettura, matematica, scienza (vedi). Il programma prevede la somministrazione di una serie di test, oltre ad un questionario per rilevare la condizione economica, sociale e culturale della famiglia, ad un campione di studenti dei paesi aderenti all’iniziativa (i 30 paesi OCSE più altri paesi partner). In questo modo viene misurato il livello di competenza (literacy) degli studenti di ciascun paese sui tre ambiti ricordati ed in tal modo si “misura” la performance di ciascun sistema scolastico. A titolo d’esempio, nell’ambito di PISA, la competenza di lettura viene definita come la capacità di comprendere, utilizzare e riflettere su testi scritti al fine di raggiungere determinati obiettivi, ovvero al fine di usare le conoscenze apprese dal testo. Nell’ambito di PISA ogni tre anni viene realizzata l’indagine sulle competenze. Le prime due edizioni sono del 2000 e 2003. La terza edizione è del 2006 (vedi). E’ proprio nell’ambito di quest’ultima edizione che la Regione Emilia-Romagna, assieme ad altre regioni, ha aderito all’indagine di valutazione internazionale, prevedendo un sovracampionamento degli studenti emiliano-romagnoli così da poter effettuare elaborazioni su base regionale e, dunque, effettuare il confronto tra i dati regionali, i dati nazionali ed i dati OCSE. Ebbene ora sono noti i risultati. Il 13 maggio 2008 sono stati presentati nel corso di un seminario promosso dall’Assessorato alla Scuola della Regione e dall’Ufficio Scolastico Regionale per l’Emilia-Romagna (vedi). Che cosa ci dicono questi dati? Alcune cose molto interessanti. Sapevamo da tempo che il sistema scolastico italiano non risultava ben posizionato nella “classifica OCSE” su tutti e tre gli ambiti indagati (lettura, matematica, scienza). Oggi sappiamo anche che dal 2000 al 2006 ha continuato a perdere posizioni (vedi). In queste materie i quindicenni italiani sanno meno dei loro coetanei dei paesi OCSE. Il loro grado di literacy (valore medio nazionale) è infatti inferiore alla media OCSE, spesso anche molto inferiore. E per i quindicenni dell’Emilia-Romagna? Per loro le cose vanno un po’ meglio. I risultati dei loro test li pongono sostanzialmente a livello della media OCSE. Vediamo. Gli studenti dell’Emilia-Romagna, alla rilevazione del 2006, hanno ottenuto i seguenti punteggi: competenza scientifica 510 (media OCSE 500, Italia 475), competenza matematica 494 (media OCSE 498, Italia 462), competenza di lettura 496 (media OCSE 492, Italia 469) (vedi i tre grafici, pdf). Collocarsi in prossimità della media OCSE vuol dire stare all’incirca a metà tra i 30 paesi OCSE, con performance simili a Repubblica Slovacca, Ungheria, Polonia, Spagna. Molto distanti dai “primi della classe”: Finlandia, Corea, Hong Kong, Olanda, Svizzera, Canada, Giappone. E’ la conferma che anche il sistema scolastico della nostra regione è in sofferenza, sebbene esibisca performance migliori rispetto alla media nazionale e ad altri territori (ma registri, invece, la performance più bassa tra le regioni del Nord Est). Bene ha fatto dunque la Regione Emilia-Romagna, come ricordava l’assessore alla scuola Paola Manzini, a mettere allo studio programmi di potenziamento degli insegnamenti in matematica, cultura scientifica e lingua inglese. Altro dato di estremo interesse che emerge da PISA riguarda l’influenza del contesto familiare. Correlando un indice Economico Sociale Culturale di Status (ESCS) con i risultati ai test si vede che al crescere dell’indice ESCS cresce il punteggio ai test. Un punto dell’indice ESCS equivale in ambito OCSE a +40 punti nei test di literacy (+31 in ambito nazionale). Si tratta dell’equivalente, all’incirca, di un anno di scuola! In sintesi cosa dice PISA a questa regione? Che seppure le cose vanno qui meglio che in altre parti d’Italia anche il nostro sistema scolastico non è immune dai mali (cronici) della scuola italiana. Anch’esso necessita dunque di forti interventi di miglioramento. E poiché è interesse della Regione e degli enti locali fare in modo che i cittadini di questa regione stiano al passo con i migliori in Europa, occorre da un lato sollecitare una seria e stabile riforma del sistema scolastico italiano. E, dall’altro, rafforzare la collaborazione con l’ufficio scolastico regionale e con le istituzioni scolastiche autonome (a livello locale) per mettere al centro dell’azione di tutti il nodo centrale: la performance della scuola. Anche a livello locale si richiede uno spostamento di focus! Altro insegnamento: per “governare” il sistema occorrono strumenti (affidabili) di monitoraggio e rilevazione. I dati PISA, pur con tutte le cautele del caso, misurano aspetti importanti delle competenze e ci dicono cose interessanti sull’efficacia delle politiche pubbliche in ambito scolastico. Sarebbe buona cosa iniziare ad adottare un siffatto metodo anche a livello locale.

Competenze in matematica rilevate in Emilia-Romagna, altre regioni italiane ed altri paesi partecipanti a PISA 2006

In Italia il monitoraggio del sistema scolastico è affidato all’INVALSI (vedi). Un’analisi più estesa ed articolata dei dati della rilevazione PISA 2006 relativi alla Regione Emilia-Romagna sarà oggetto di un volume curato da Giancarlo Gasperoni, edito da Il Mulino e la cui pubblicazione è programmata per il settembre 2008.

Esprimere solidarietà e reagire con determinazione. Ma senza strumentalità

9 Maggio 2008 by Andrea Paltrinieri

“Libere di correre. Camminata contro la violenza”. Questa iniziativa, promossa dall’associazione 8 marzo di Savignano, da altre associazioni di donne, dal Centro Documentazione Donna di Modena e da Cgil, Cisl e Uil di Vignola, va nella giusta direzione. Una camminata da Piazza Falcone, in centro a Savignano s.P. (ritrovo sabato 10 maggio ore 15.30), a piazza dei Contrari a Vignola, passando per il “percorso Sole”. Un modo per manifestare “affettuosa e forte” solidarietà e per richiamare l’attenzione di tutti sul tema della violenza alle donne (vedi). E’ un’iniziativa promossa dalla società civile, speriamo con la partecipazione di tanti cittadini, rappresentanti delle istituzioni, esponenti di tutte le forze politiche. Mi sembra che voglia rappresentare, assieme alla solidarietà, anche la ferita ricevuta, tramite un crimine odioso, da una comunità civile. Vedo invece il rischio della strumentalizzazione nella fiaccolata promossa dalla Lega Nord per lunedì sera. Una cosa colpisce (e ferisce) nella nota in cui viene comunicata l’iniziativa: si parla delle “nostre donne” che si sentono insicure - come se gli episodi che pure avvengono nei confronti di donne “non nostre” fossero affari che non ci riguardano. Purtroppo quando la politica si appropria strumentalmente dei drammi umani riesce solo a distruggere e non a promuovere una cultura dell’attenzione, del rispetto, della solidarietà. Oltre a distruggere la propria credibilità (ma questo è certamente il danno minore).

(Più in generale mi sembrano di grande intelligenza le considerazioni della sociologa Chiara Saraceno su La Stampa del 7 maggio 2008 che rappresenta il disagio dei cittadini comuni quando gli episodi di criminalità vengono “letti politicamente”; vedi)

Libere di correre. L\'arrivo del corteo a Vignola

Libere di correre, l’iniziativa promossa da diverse associazioni di donne è riuscita bene. Tra i 300 ed i 400 i partecipanti. Tanti i cittadini comuni (moltissime le donne), molti amministratori (tra cui il sindaco di Spilamberto, Francesco Lamandini, in rappresentanza dell’Unione Terre di Castelli) ed esponenti di partiti. Numerosi anche i cittadini stranieri. Nella foto l’arrivo del corteo a Vignola.

Che fare?

7 Maggio 2008 by Andrea Paltrinieri

Lunedì 5 maggio una donna è stata violentata sul margine del fiume Panaro a Savignano. Un episodio di estrema gravità che colpisce tutti noi. L’aggressore, fermato dopo poche ore dalle forze dell’ordine, è un cittadino straniero, marocchino, ventenne, domiciliato a Vignola, ma tuttora con la residenza nella regione Campania. Un episodio che sconcerta e che deve chiamare cittadini e soprattutto amministratori ad un impegno ancora più forte per la sicurezza di questo territorio. Come ha affermato il Sindaco Adani: “Quello che è successo è di una gravità estrema e impone un impegno sulla sicurezza ancora più deciso e risoluto”. Cosa possiamo fare a livello locale perché episodi del genere non si verifichino più? La risposta è tutt’altro che semplice. La prima cosa è però prendere sul serio il problema. Essere seri, in tal caso, significa anche evitare strumentalizzazioni. Nelle dichiarazioni, specie dei politici, io non vorrei vedere né il riferimento ad episodi di violenza avvenuti in questi giorni in altre parti d’Italia (riferimento che sembra un distogliere lo sguardo che deve invece stare assolutamente fermo su quello che succede in questo territorio), né descrizioni allucinate come quelle che si riferiscono alla provincia di Modena come ad “una sorta di parco divertimenti per la criminalità”. La seconda cosa è potenziare il controllo del territorio. Potenziare la presenza delle forze dell’ordine (e questo è compito dello stato), della polizia municipale (e questo spetta all’Unione Terre di Castelli – che in effetti ha già in programma un potenziamento dell’organico), utilizzare a tal fine la tecnologia (il programma di installazione delle telecamere almeno nella zona del Centro storico deve essere realizzato con celerità), potenziare anche i controlli “sociali” (dai volontari per la sicurezza fino ad una più attenta distribuzione degli eventi di animazione che sono anch’essi forme di presidio del territorio). Ma forse anche questo potrebbe non risultare sufficiente. Occorrerà probabilmente mettere in campo ulteriori azioni – da individuare. E qui ho solo un suggerimento su un terzo aspetto: il tema della sicurezza (e della sua interrelazione con quello della presenza crescente degli immigrati stranieri) è un tema complesso che richiede la nostra migliore capacità di programmazione, attuazione, verifica dei risultati. Abbiamo bisogno di governare in modo integrato una pluralità di azioni. Abbiamo bisogno cioè di un Piano articolato di interventi. Ed abbiamo bisogno di misurare periodicamente l’efficacia delle nostre azioni, chiamando anche i cittadini a valutare i risultati conseguiti. La capacità di leggere, anche criticamente, i risultati conseguiti (o mancati) è fondamentale. Significa adottare consapevolmente un approccio che periodicamente “rende conto” – a noi come amministratori, a tutta la cittadinanza. Un’ultima cosa. Poter disporre di un’indagine che periodicamente ci dice quale percezione hanno i cittadini del grado di insicurezza/sicurezza del territorio e, soprattutto, di quanto i cittadini cambiano il loro comportamento per reagire all’insicurezza che percepiscono. Anche questo ci aiuterebbe a mantenere focalizzata l’attenzione, con continuità, su questo tema fondamentale per la comunità del territorio vignolese.

Domenica 4 maggio avevo scritto alcune considerazioni sul tema immigrazione e criminalità. Con l’episodio del giorno dopo sono divenute certamente obsolete. Ma forse non del tutto. In ogni caso è da qui che bisogna ripartire per progettare un’azione di controllo del territorio ancora più efficace. Sul tema vedi anche le riflessioni di Tito Boeri su LaVoce.info (vedi).

Immigrati e criminalità. Che cosa sappiamo? Che cosa possiamo fare?
Una recente indagine condotta in Emilia-Romagna ha evidenziato che il 28% dei residenti ritiene che la presenza degli immigrati stranieri contribuisca “molto” ad aumentare la criminalità. La percentuale sale al 75% se si sommano anche coloro che pensano che gli stranieri contribuiscono “abbastanza” all’aumento della criminalità (A.Colombo, Gli stranieri e noi. Immigrazione e opinione pubblica in Emilia-Romagna, Il Mulino, Bologna, 2007; vedi). Partiamo da questo dato. E’ una percezione corretta? Indubbiamente sì. Ce lo confermano alcuni dati. Il 30% dei detenuti nelle carceri italiane sono stranieri. Per molte tipologie di reato gli stranieri denunciati sono in proporzione assai maggiore rispetto ai cittadini italiani. E’ però importante introdurre sin da subito una precisazione: la stragrande maggioranza di questi reati sono commessi da stranieri clandestini. Ad esempio il 92% degli stranieri denunciati per violazione della legge sugli stupefacenti è priva di permesso di soggiorno; così anche l’89% di quelli denunciati per furto; e così via (per questi ed altri dati vedi Barbagli M., Regolarizzazioni, espulsioni e reati degli immigrati in Italia (1990-2004), in Barbagli M., Colombo A., Sciortino G. (a cura di), I sommersi e i sanati. Le regolarizzazioni degli immigrati in Italia, Il Mulino, Bologna, 2004, pp.201-222, vedi; dati più recenti sono nel rapporto curato da Barbagli per il Ministero dell’Interno vedi). Facile dunque giungere alla conclusione – corretta – secondo cui se si vuole ridurre la criminalità dovuta agli stranieri si deve contrastare l’immigrazione clandestina. Si deve anche cercare di “sottrarre” gli stranieri ai circuiti dell’illegalità (ad esempio sottraendoli al lavoro “nero”), ovvero offrire loro chances per entrare nella legalità (e poi starci). Questo significa anche lavorare per la loro integrazione: casa, lavoro, famiglia, figli – tutti fattori che riducono la probabilità di commettere reati. Insomma, le ricerche di cui disponiamo ci dicono che se si vuole ottenere una riduzione della criminalità degli immigrati occorre impostare politiche diversificate: di breve e di lungo periodo. Occorre, da un lato, impostare politiche che favoriscano l’integrazione dei cittadini stranieri – politiche la cui competenza ricade (prevalentemente) sugli enti locali. E queste sono politiche di lungo periodo (riguardano, ad esempio, la cosiddetta “seconda generazione”). Occorre, dall’altro, impostare politiche che riducano la presenza di immigrati irregolari, ovvero di clandestini (anche se è bene distinguere tra immigrati entrati clandestinamente ed immigrati entrati regolarmente, ma che poi non rinnovano il permesso di soggiorno). E queste sono politiche di breve/medio periodo e sono (prevalentemente) di competenza dello stato. E occorre perseguire le une e le altre, assieme. Occorre cioè avere l’intelligenza per evitare che le une (quelle di contrasto della clandestinità) danneggino le altre (quelle volte a favorire l’integrazione), come avviene invece con certe norme della legge Bossi-Fini che rende precario lo status di regolare (straniero con permesso o carta di soggiorno) perché lo lega in modo troppo rigido ad un contratto di lavoro e perché impone procedure amministrative che ciascuno di noi riterrebbe vessatorie (vedi). Il contenimento dell’immigrazione irregolare può avvenire quindi in due modi: rendendo più efficienti i controlli di frontiera per impedire l’ingresso di clandestini (attuando procedure di “respingimento”) e aumentando i controlli interni per individuarli e quindi espellerli. Tutte cose che oggi lo stato italiano non fa un granché bene e che dunque vanno migliorate. In effetti sta qui il punto debole dell’azione statale, giacché per procedere all’espulsione lo straniero deve essere identificato e deve esserne stabilita la nazionalità (per poterlo rimpatriare). A questo servono i Cpt: trattenere gli stranieri in attesa di identificazione e per predisporne il rimpatrio. Per questo forse non è male allungare i tempi di permanenza massima – come si sta discutendo di fare in sede UE (vedi) – pur garantendo loro condizioni dignitose (ed oggi non è sempre così).
C’è inoltre anche un terzo “modo” per ridurre gli stranieri irregolari: quello di trasformare il loro status giuridico promuovendoli da clandestini a stranieri regolari. E’ chiaro che meno efficaci sono le politiche di controllo degli accessi, più probabile diventano le sanatorie, ovvero le regolarizzazioni a posteriori. Ricordiamo che in Italia la sanatoria maggiore – legge n.189 del 2002 – l’ha realizzata il Governo Berlusconi, con la regolarizzazione di 634.728 stranieri: una cifra pari alla somma dei regolarizzati nelle 3 precedenti sanatorie del 1990, 1995, 1998. Se non si investe nel controllo delle frontiere (con quel che consegue in termini di accordi bilaterali per agevolare i rimpatri, ecc.), se non si investe nel controllo interno (controlli di polizia, ma anche ispezioni per ridurre l’offerta di lavoro non regolare), è inevitabile ricadere in sanatorie periodiche.
In ogni caso il controllo dell’immigrazione clandestina è di grande importanza, ai fini della riduzione della criminalità, proprio in quanto la maggior parte dei reati commessi da stranieri sono imputabili a stranieri clandestini. Se vogliamo che non passi l’equazione immigrazione uguale criminalità dobbiamo farci carico di una più efficace azione di contrasto dell’immigrazione irregolare e clandestina; dobbiamo lavorare di più e meglio per promuovere una piena integrazione degli immigrati regolari.

Il partito di Bibì e Bibò? Facciamo non sia il PD

6 Maggio 2008 by Andrea Paltrinieri

Nei giorni scorsi sono usciti alcuni articoli di grande interesse sul PD e le sfide che gli stanno davanti – a riprova che passati i momenti “caldi” del post-elezione si riacquista lucidità. Innanzitutto occorre riprendere il lavoro di costruzione del partito, di definizione del suo progetto – interrotto proprio dalle elezioni anticipate. Ed occorre farlo, appunto, riacquistando lucidità nella messa a fuoco dei compiti che ci aspettano. Evitando, innanzitutto, che il “nuovo” PD rimanga imprigionato dentro logiche “vecchie”. Lo si può evitare, assumendo fino in fondo l’impegno per il rinnovamento innanzitutto dei metodi. Dunque, come con la solita ironia osserva Bersani, evitando di dare l’idea di un partito di Bibì e Bibò, dove dall’alto si pretende di decidere gli equilibri fino alla sezione di Brisighella. E dove, invece, si tarda nell’avviare quei processi di riflessione sul voto e, soprattutto, di “studio” (davvero!) della società necessari per impostare una proposta di modernizzazione della società che risulti più convincente e, soprattutto, sia avanzata da un soggetto ad “alta credibilità”. E qui Bersani declina in modo intelligente il concetto di “radicamento”: far sì che chi si riconosce nel PD possa essere guidato – ad ogni livello – da chi ha i migliori rapporti con la realtà (vedi la bella intervista a Pierluigi Bersani su L’Unità del 3 maggio 2008). Questo significa innanzitutto un partito ed una classe dirigente in grado di “stare sui problemi” e “che, dove governa, segnala per primo i problemi anche quando non è in condizione di risolverli” (Avete letto bene!). Ed un partito che per davvero premia il merito, le capacità, perché questo è l’unico modo di mettere in campo idee nuove: non mediazioni tra posizioni consolidate, ma la capacità di dischiudere orizzonti (di soluzioni) nuovi. Detta alla Bersani: facendo la “mossa del cavallo”, ovvero spostando “gli orizzonti della discussione”. A leggere per intero l’intervista risulta chiaro che l’aspetto più enfatizzato e ripreso dalla stampa – “vocazione maggioritaria non significa vocazione all’autosufficienza” – è forse il più banale. Perché anche in tal caso occorre lucidità, ovvero riconoscere che è bene non pregiudicare una possibile strategia futura con mosse precipitose. Andiamo avanti a definire il progetto del PD, il suo profilo “riformista”. La questione delle alleanze segue. Non è l’urgenza dell’oggi. L’urgenza dell’oggi è che “discutiamo poco”: “abbiamo bisogno di una discussione ordinata e formalizzata” (è di nuovo Bersani che parla). Idee che sono formulate anche da Rosy Bindi su Il Mattino del 5 maggio 2008 (vedi): “prima di decidere con chi si va, dobbiamo domandarci fino in fondo chi siamo, approfondire il nostro progetto”. Insomma, il PD è ancora un “progetto incompiuto”, come sottolinea Ilvo Diamanti su La Repubblica del 4 maggio 2008 (vedi). Dunque fa bene Giorgio Merlo, su Europa dell’8 maggio 2008, ad evidenziare i tre temi su cui il PD attende una risposta politica: profilo del partito, innovazione della politica, alleanze (vedi).
E per chi vuole un tema nazionale su cui riflettere ed applicarsi (per quelli locali potete navigare in questo blog), Michele Salvati propone l’unica “questione nazionale” – quella meridionale – e le tensioni che si apriranno tra le forze di governo tra il progetto di federalismo fiscale della Lega Nord e l’esigenza (che sarà riaffermata con forza da un PdL “meridionalizzato” ed in coalizione con il MpA) di dare risposta al problema di “sviluppo” del Sud. Invitando il PD ad un impegno a formulare una sua proposta, a trovare una “mediazione alta”, affinché il progetto per ridurre il gap tra Nord e Sud non debba significare mantenere servizi e trasferimenti al Sud che, come oggi, siano usati in modo inefficiente e clientelare (vedi).

Vivi Equo! Contribuisci al rilancio!

30 Aprile 2008 by Andrea Paltrinieri

Da qualche anno è attiva a Vignola (in via Portello 3, vedi su Google Maps) la Bottega d’Oltremare, una bottega di prodotti del commercio equo e solidale (ma anche punto vendita di prodotti della Libera Associazione Genitori – LAG) della Cooperativa Oltremare (vedi). La Bottega è gestita da un gruppo di volontari che in questi giorni sta predisponendo un programma di rilancio: per rimpolpare il gruppo, per accrescere il fatturato, per essere più presenti ed incisivi con iniziative sul territorio. Per mettere a fuoco questo piano di rilancio è convocato un incontro per mercoledì 7 maggio, ore 20.45, presso la sala riunioni della Biblioteca Auris (via San Francesco). Se sei interessato al commercio equo e solidale, se vuoi promuoverlo sul territorio, se vuoi semplicemente aggiungere un surplus di solidarietà ai tuoi acquisti, se hai qualche idea brillante su come diffondere il commercio equo, se te la senti anche di metterci un po’ di tempo per l’apertura della bottega … allora partecipa! Invita e fai partecipare le persone che ritieni interessate. C’è bisogno di costruire una grande rete!! Se vuoi informazioni puoi contattare Umberto Costantini, referente dei volontari (cell. 340-4968729).

Vignetta sul commercio \

Perché il commercio equo e solidale, pur essendo oggi un commercio “di nicchia”, è importante? Siamo oggi più consapevoli che in passato della sempre maggiore interdipendenza dei destini dell’umanità. Il commercio equo e solidale si fonda su questa interdipendenza: l’acquisto di questi prodotti – rigorosamente certificati – in occidente (dunque anche qui a Vignola) produce (sì!) benefici ai produttori nei paesi del “terzo mondo”. Legittimo che qualcuno nutra dubbi sull’efficacia di questa azione. Ma la cosa è oggi documentata in molti modi. Oltre alle testimonianze rintracciabili in rete suggerisco di leggere L.Becchetti, M.Costantino, Il commercio equo e solidale alla prova dei fatti. Dai gusti dei consumatori del Nord all’impatto sui produttori del Sud del mondo, Bruno Mondadori, Milano, 2006, 22 euro (vedi). I risultati? Eccoli: “Oltre 4.000 piccoli gruppi di produttori marginalizzati e centinaia di migliaia di lavoratori in più di 50 paesi in via di sviluppo partecipano alla catena commerciale del commercio equo e solidale. Oltre 5 milioni di persone in Africa, America Latina e Asia beneficiano dei criteri del commercio equo.” (p.150) Insomma: vale la pena. Vivi equo!


Ancora sul voto e le scelte (dell’oggi) del PD

28 Aprile 2008 by Andrea Paltrinieri

Man mano che passa il tempo dalle elezioni del 13 e 14 aprile migliora anche il grado di lucidità con cui riusciamo ad analizzare l’esito del voto e l’efficacia della campagna elettorale. Sull’esito del voto abbiamo già detto. Sull’efficacia della campagna elettorale emergono ora alcune voci che, forse fuori dal coro, consentono di precisare alcune cose. In sostanza la scelta di “correre da soli” è assolutamente condivisa e ad essa va riconosciuto il merito di aver garantito la “tenuta” del PD che, altrimenti, sarebbe stato certamente penalizzato (su Il Corriere della Sera del 30 gennaio 2008 Mannheimer ha stimato in 5 punti percentuali il “guadagno” del PD nell’ipotesi “corro da solo”). Ma dopo il recupero iniziale, prontamente registrato dai sondaggi, la crescita dei consensi al PD si è stabilizzata ed il gap è rimasto sostanzialmente immutato fino al voto (che, semmai, ha rivelato la sorpresa del forte calo della SA e della forte crescita della Lega Nord – questi non registrati dai sondaggi)! Il primo certamente anche effetto dell’invito al “voto utile”. Ma – fa notare Luca Ricolfi – se il risultato del PD ha una componente di “voto utile”, significa che questi elettori potranno ritornare in libertà quanto prima (vedi; vedi anche l’articolo di R.Gualtieri su Il Riformista del 18 aprile 2008). Sta dunque al PD trasformare questi voti “opportunistici” in voti di “convinzione”. Cosa che può essere fatta, però, solo con un impegno di lungo periodo che affronti con decisione alcuni degli handicap che il nuovo partito ha ereditato dal passato: la “questione settentrionale” (vedi) e la distanza di alcuni “blocchi sociali” di rilievo: lavoratori autonomi, ma anche operai (vedi). Rimane la sfida del PD dopo la sconfitta: come procedere, quale strategia mettere in campo. Quest’ultima è probabilmente la scelta più impegnativa, ma anche quella che non deve essere assunta nell’immediato. Aiuteranno a formularla anche i prossimi passaggi elettorali: le amministrative e le europee nel 2009, le regionali nel 2010. Più insidiosa è invece la questione del come arrivare alle più importanti scelte interne dell’oggi: l’elezione dei capigruppo alla Camera ed al Senato e l’elezione del Presidente dell’Assemblea Nazionale (che non è proprio la stessa cosa del “Presidente del Partito”, carica non prevista dallo Statuto) dopo le dimissioni di Romano Prodi. Per me la risposta è una sola ed è quella che abbiamo ripetuto ai cittadini in vista delle primarie del 14 ottobre: “una testa, un voto”. Ovvero, chi ritiene si candidi, certo presentando una “visione” del ruolo per cui si propone e prestando attenzione al pluralismo interno. Quindi al voto. Evitando di dare l’idea di una decisione centralizzata. I gruppi parlamentari e l’Assemblea sapranno scegliere. Decisamente poco convincente è la proposta di Ermete Realacci su La Stampa di oggi (28 aprile 2008, pp.4-5): “in Parlamento arrivano molti giovani e molte persone nuove alla politica. Devono potersi formare un’opinione, prendere contatto con la realtà politica, prima di votare per i loro presidenti. Altrimenti corrono il rischio di farlo secondo vecchie logiche.” Preoccupazione anche condivisibile, ma che impone un prezzo non indifferente. Che altri decidano per loro. Anche questa è “vecchia logica”. Sul tema vedi l’editoriale de Il Riformista del 25 aprile (vedi).

Leggere la città con la “Scuola di Chicago”

25 Aprile 2008 by Andrea Paltrinieri

I processi di insediamento abitativo all’interno di una città sono il risultato di scelte di individui e famiglie alla ricerca di un nuovo alloggio. I decessi e l’emigrazione liberano alloggi. Le nuove realizzazioni di edilizia residenziale incrementano l’offerta. Le scelte avvengono quindi confrontando le opportunità disponibili sul mercato con le preferenze e le risorse del nucleo familiare alla ricerca di un’abitazione. Tali processi di insediamento si dispiegano nel tempo, ad esempio sotto la pressione della crescita demografica “naturale” o di processi migratori mossi dalle opportunità occupazionali dell’area. Per leggere la trasformazione insediativa è però importante riconoscere che questa non avviene in modo casuale, ma secondo modalità che possono essere ricondotte ad un “modello”, ad una “struttura”. Occorre, in altri termini, legare i fenomeni “molecolari” delle scelte individuali a strutture di opportunità ed a modelli insediativi peculiari. Si può così, allargando l’orizzonte, leggere la città come una sorta di “organismo” che si evolve o, meglio ancora, come una sorta di ecosistema sociale, dove diversi organismi (gruppi sociali) cooperano o competono nella localizzazione e nell’accesso al territorio ed alle risorse urbane. Questo approccio ecologico all’analisi urbana è stato sviluppato tra gli anni ’20 e ’40 del XX secolo da sociologi dell’Università di Chicaco, quali R.E.Park (vedi) ed E.Burgess (da qui l’espressione “Scuola di Chicago”: vedi). Park e Burgess studiano le città come ecosistemi all’interno dei quali si svolgono processi di competizione, invasione e successione. Il risultato di questi processi determina di volta in volta il profilo insediativo della città: dove si localizzano le attività commerciali di maggiore prestigio, dove invece i servizi avanzati, dove si insediano i nuovi residenti, ecc. Può essere interessante adottare questa prospettiva per leggere la trasformazione della città di Vignola. Tra i diversi aspetti del processo insediativo ci limitiamo qui a considerarne uno soltanto, quello relativo all’abitazione (l’analisi si potrebbe fare per gli esercizi commerciali, i servizi, ecc.), con particolare riferimento ad uno solo dei sottogruppi di nuovi residenti: i cittadini stranieri (ugualmente interessante sarebbe interrogarsi sui processi e sulle zone di insediamento degli “autoctoni” o degli immigrati dal Sud Italia, ma occorrono dati più difficilmente ottenibili). Per intenderci, ci interessa capire quale localizzazione spaziale troviamo a Vignola nelle residenze dei cittadini stranieri e quali “modelli” emergono: se diffusi in modo omogeneo sull’intero territorio, se concentrati invece in alcune zone (ed in tal caso, quali), e così via. Per fare questo è sufficiente disporre del numero degli stranieri residenti per ciascuna delle 261 vie di Vignola con almeno un residente. Una tale analisi consente di evidenziare alcuni fenomeni interessanti. Innanzitutto nella maggior parte del territorio comunale si registra una presenza diffusa, cioè equilibrata, di stranieri residenti od anche una debole presenza. Considerando che i residenti di nazionalità straniera sono oggi il 12,46% del totale dei residenti, emerge che in 184 vie su 261 la percentuale degli stranieri residenti è inferiore al valore medio complessivo. Anzi in 89 vie non risulta alcuno straniero residente. Vi sono tuttavia alcune zone che vedono una concentrazione di stranieri residenti assai più forte. Nel centro storico (dentro il confine della città medioevale, per intenderci) gli stranieri residenti sono il 42,6% (208 su un totale di 488 residenti). Nella zona subito adiacente al borgo antico (la zona perimetrata da via del Portello, via N.Tavoni, via M.Pellegrini, via Bellucci, via Borgovecchio, via Corso Italia) gli stranieri residenti sono il 33,9% (634 su 1.872 residenti). Questa concentrazione è facilmente comprensibile con riferimento al minor costo degli alloggi in queste zone di più antico insediamento (alloggi più vecchi, dunque più economici sia per l’affitto che per l’acquisto). Analisi di questo tipo (magari anche più sofisticate) servono per impostare politiche pubbliche di intervento. Tra le poche cose che sappiamo sui fattori dell’integrazione sociale c’è certamente quella che occorre evitare eccessive concentrazioni. Un’altra cosa nota è che più che interventi spot, servono politiche di lungo periodo, perseguite con determinazione e continuità (meglio, inoltre, se di tipo “infrastrutturale”). Risultano dunque auspicabili, anche da questo punto di vista, politiche di riqualificazione del centro storico (inteso anche in senso allargato), così da frenare la concentrazione dei residenti stranieri ed anzi così da favorire una loro redistribuzione più equilibrata sul territorio cittadino.

Leggere il voto (e le prossime scelte del PD)

24 Aprile 2008 by Andrea Paltrinieri

Il voto del 13 e 14 aprile 2008 è sostanzialmente spiegabile come l’effetto combinato di 3 fattori: (1) i vincoli del nuovo sistema elettorale, ovvero il premio di maggioranza e lo sbarramento al 4% alla Camera ed all’8%, ma su base regionale, al Senato; (2) le strategie delle forze politiche ed in particolare del PD di Veltroni di correre (quasi) da solo, a cui Berlusconi ha risposto con la nascita del Popolo della Libertà, ovvero con la “fusione fredda” tra Forza Italia e AN. Come componente non trascurabile di questa strategia sia del PD che del PdL c’è inoltre la sollecitazione agli elettori per il voto utile (per battere l’avversario) – sollecitazione a cui c’è stata indubbiamente un’ampia risposta, come testimonia l’analisi che rileva flussi di voti verso i due partiti maggiori od i loro alleati (con l’unica eccezione dello scambio PD-UdC). (3) Il terzo fattore è dato dalla “regola”, tipica della cosiddetta “seconda repubblica”, secondo cui i partiti che sostengono il governo uscente perdono voti, visto che chi governa non riesce a soddisfare le aspettative di una parte non trascurabile del proprio elettorato (da qui l’astensionismo asimmetrico che ha colpito maggiormente l’area del centrosinistra ed in particolare la Sinistra Arcobaleno), men che meno a convincere quello dello schieramento avverso. Ciò è avvenuto in modo chiaro anche con il governo Prodi che, nonostante l’encomiabile risultato del risanamento dei conti pubblici (altra anomalia italiana: che a sistemare i conti dello stato sia il centrosinistra e non il centrodestra), ha pagato la litigiosità della coalizione e dunque l’incapacità di mettere in campo politiche forti ed efficaci su alcuni importanti ambiti, a causa del numero troppo alto di forze politiche forzosamente aggregate per battere Berlusconi nel 2006 (e l’aver precisato il programma di governo in un documento di 280 pagine non è servito un granché). Così è risultato che sui temi ritenuti maggiormente rilevanti dai cittadini italiani, ovvero (a) insicurezza economica e (b) insicurezza/criminalità+immigrazione, un’opposizione libera dalla “zavorra” del governo è risultata più credibile di un governo tutt’altro che brillante (viste le estenuanti discussioni, ad esempio sull’impiego dei cosiddetti “tesoretti”). Si potrebbe anche aggiungere il clima fortemente caratterizzato in termini di antipolitica che si è formato nel corso della legislatura (anche grazie al dibattito, assolutamente opportuno, che si è creato a seguito del libro di S.Rizzo e G.A.Stella, La casta, Rizzoli, 2007, nonché alle iniziative di Beppe Grillo), clima di cui sembra aver beneficiato sia la Lega Nord che l’Italia dei Valori.
Una valutazione merita anche la strategia adottata dall’UdC che ha rifiutato l’adesione al PdL ed ha rimarcato, per correre da solo, la propria identità, facendo riferimento alla dottrina sociale della Chiesa cattolica. Questo posizionamento e questo forte richiamo – l’UdC è l’unico partito che ha enfatizzato il tratto identitario, richiamandosi ad una fonte extrapolitica (gli altri hanno marcato elementi programmatici, con il PD che in modo più chiaro di tutti ha proposto un programma di “modernizzazione” del paese anche per accrescerne il tasso di equità) ha bloccato il passaggio di elettori “moderati” al PD (il PD, d’altro canto, ci ha messo del suo con l’accordo con i Radicali). Ha però anche evidenziato che la capacità di “strutturazione” politica del fattore religioso è oggi in Italia abbastanza limitato (l’UdC ha ottenuto il 5,62% alla Camera, certamente meno delle attese di Casini). In ogni caso per l’UdC si apre un problema di strategia politica (andare di nuovo verso Berlusconi o verso il PD), visto che è difficilmente pensabile, con questo sistema elettorale, reggere correndo da soli (ed essendo un partito non grande). E l’incertezza è forte, come evidenziata dalle mosse contraddittorie compiute a Roma, rispetto alla competizione per il Comune tra Rutelli ed Alemanno. Speculare è il problema di strategia del PD: mantenere la visione di un partito “a vocazione maggioritaria” (puntando a conquistare elettori nel medio-lungo periodo in misura sufficiente per vincere) o ricercare il prima possibile nuove alleanze (con l’UdC)? Al momento è opportuno interrogarsi su alcune scelte compiute in questa campagna elettorale: ovvero sui “risultati” conseguiti con l’alleanza con i Radicali (che, rispettando gli impegni presi, faranno parte dei gruppi parlamentari del PD) e con l’IdV che, invece, diversamente da quanto concordato, non confluiranno nel PD (preferendo rimandare ad un tempo indefinito questa scelta). Con il senno di poi (facile, eh?) i dubbi crescono, specie analizzando i flussi elettorali.
In questo quadro risultava assai difficile pensare che il PD potesse vincere la competizione per il governo. Ed infatti così non è stato (sull’incapacità dei sondaggi elettorali di rilevare con precisione lo scarto tra PdL+Lega Nord e PD+IdV sono convincenti le riflessioni di Luca Ricolfi su La Stampa del 17 aprile 2008: vedi, ma anche quelle relative ai limiti dell’attuale campionamento telefonico: vedi). Però il PD ha vinto la “competizione” per il partito: è solo grazie al forte processo di innovazione politica avviato con le primarie del 14 ottobre 2007 e ad una buona campagna elettorale condotta da Veltroni, specie nella fase iniziale, che il PD “tiene” al 33%. Ed è la prima volta in Italia che una forza di centrosinistra raggiunge questa quota. Pur avendo un programma chiaro rivolto alla modernizzazione del paese (più efficienza, più opportunità, più equità) il PD ha scontato l’essere stato forza di governo ed il non risultare ancora abbastanza credibile, per via della giovane età (la credibilità si acquista con la coerenza, non basta enunciare un buon programma alla prima campagna elettorale). Ma di più era difficile fare. Oggi per il PD si aprono almeno due sfide, oltre a quella della strategia di fondo: vocazione maggioritaria o nuove alleanze.
[1] Iniziare sin da subito a convincere la maggioranza dei cittadini di essere un candidato credibile per il (futuro) governo di questo paese. Bene dunque la scelta del governo ombra. Occorre che il PD dimostri di avere capacità di governo e proposte migliori rispetto al governo Berlusconi che si insedierà. I temi su cui misurarsi sono quelli noti: più sviluppo economico, tutela del potere d’acquisto, amministrazione pubblica più efficiente, sicurezza ma anche integrazione degli stranieri, ecc. ed allo stesso tempo prosecuzione del risanamento dei conti dello stato (con l’attuale debito pubblico lo stato paga circa 70 miliardi in interessi, distratti da investimenti ed altre spese sui settori più importanti). La proposta di costituire un PD del Nord – al fine di ottenere una capacità di formulare programmi, di scelta di candidati, ecc. più rispondenti alle esigenze dell’area economicamente più avanzata di tutto il paese – non sembra invece opportuna (vedi anche la riflessione di Giorgio Merlo su Europa del 24 aprile 2008). Per due ordini di ragioni. La prima è che un PD del Nord enfatizzerebbe una frattura territoriale che è invece opportuno ricucire. Si potrebbe anche aggiungere che l’area a maggior mobilità elettorale è storicamente il Sud Italia (ed è in genere il voto al Sud che determina il vincitore, visto che nel Nord-Est e nel Centro si rileva una maggiore stabilità elettorale) e dunque l’assetto del partito sul territorio nazionale non deve dare l’idea di un’enfasi su un territorio particolare. Ma ancora più rilevante è la seconda ragione, cioè che già oggi il PD è uno dei partiti in Europa a maggior impianto federalista, come sancito dallo statuto. Si tratta semmai di metterlo in pratica.
[2] La seconda sfida sta nella prosecuzione del processo di innovazione del PD e del suo modo di fare politica. Evitare le decisioni prese nelle sedi centrali e fatte ricadere in periferia, ma invece enfatizzare un principio di “sussidiarietà” e di autonomia locale. Continuare a mantenere fluidi i fronti interni, evitando la cristallizzazione in correnti (ed i conseguenti dispositivi di “spartizione” più o meno equilibrata). Implementare i processi di empowerment dei cittadini nella selezione dei candidati (questo è già un punto abbastanza fermo) e nell’assunzione delle decisioni strategiche di programma (e qui occorre lavorare).
In ogni caso fondamentale è la prospettiva tracciata con decisione da Veltroni nell’intervista rilasciata al Corriere della Sera del 18 aprile 2008 (vedi): “Dobbiamo aprire una grande riflessione sui mutamenti della società italiana, chiamando a raccolta le energie e le competenze migliori. E’ uno dei nostri primi impegni.”

E se ci mettessimo nei loro panni?

19 Aprile 2008 by Andrea Paltrinieri

Sabato 19 aprile, a Vignola, si è tenuto il terzo incontro del Forum per la partecipazione dei cittadini stranieri - incontro organizzato in occasione della ricorrenza del primo anno dall’insediamento. Vincenzo Tammaro, Dirigente dell’Ufficio Immigrazione della Questura di Modena, ha illustrato in modo chiaro (dimostrando anche grande sensibilità per la condizione degli stranieri) le procedure per il rinnovo del permesso di soggiorno “elettronico” per i cittadini stranieri. Un procedimento che coinvolge, nell’ordine, le Poste, enti “terzi” (organizzazioni sindacali, associazioni di categoria, patronati … che offrono ausilio alla compilazione), la Questura (incaricata anche della rilevazione elettronica delle impronte digitali e della verifica dei necessari requisiti di reddito e alloggio) e l’Istituto Poligrafico dello Stato, che produce il permesso di soggiorno elettronico (con microchip). Quest’ultimo viene quindi rispedito alla Questura che provvede a convocare l’interessato per la consegna. Dall’inizio alla fine del procedimento passa un tempo non precisato, dell’ordine di parecchi mesi. Un tempo che si allunga in circa una pratica su 4, per errori o documentazione incompleta. Inoltre tale procedura ha un costo non indifferente (72 euro per ogni richiesta di rinnovo), ma la qualità del “servizio” lascia un po’ a desiderare.
Non c’è dubbio che la procedura sia complessa e delicata. L’impressione, tuttavia, è che anche qui l’apparato burocratico, nonostante l’impegno e la buona volontà di singoli attori, non si ponga come elemento di servizio ai cittadini e non si preoccupi molto di garantire standard qualitativi adeguati, trasparenti, dichiarati. Sarebbe buona cosa se anche in questo caso l’amministrazione pubblica definisse uno standard per lo svolgimento della pratica. 90 giorni possono bastare (se non insorgono complicazioni)? Oggi serve in genere tre volte tanto – un tempo difficilmente giustificabile con ragioni tecniche. L’impressione è che, trattandosi di cittadini stranieri, l’impegno generale di garantire standard “decenti” di servizio sia ancora più debole che in altri contesti. Così succede che la Corte dei Conti censuri il funzionamento degli uffici per l’immigrazione per la farraginosità delle procedure. Succede altresì che occorrano 400 giorni per un visto d’ingresso (vedi Il Sole 24 Ore del 7 aprile 2008, p.11). O che i tempi della procedura burocratica per l’ottenimento della cittadinanza italiana siano risultati pari, in media, a 3,8 anni nel 2005, secondo i dati del Ministero dell’Interno (vedi Zincone G. (a cura di), Familismo legale. Come (non) diventare italiani, Laterza, Bari, 2006, p.22; vedi). Sono performance che nessun cittadino italiano riterrebbe accettabili dal “proprio” stato. In Italia ci sono circa 3,5 milioni di stranieri che periodicamente debbono rinnovare il permesso di soggiorno (che ha una durata massima di 2 anni) od il “permesso di soggiorno di lungo periodo” (durata 5 anni). Non è un obiettivo condivisibile quello di farli “tribolare” di meno? Di dare il segno dell’attenzione e dell’accoglienza a chi è in regola ed in regola ci vuole rimanere? Non sarebbe interesse dello Stato italiano quello di essere più user friendly nelle pratiche di rinnovo, nell’ottenimento del visto d’ingresso, nel rilascio della cittadinanza italiana (e, magari, più severo in quelle di espulsione)? Per favorire l’integrazione è importante dare l’idea di uno Stato “amico” per chi vuole fare le cose in regola. Cercare di “addomesticare” la pubblica amministrazione e renderla più amichevole nei confronti dei cittadini (in generale) è un obiettivo perseguito, seppure con esiti altalenanti, negli ultimi anni. Possiamo impegnarci a fare qualcosa per un rapporto più amichevole anche tra l’amministrazione statale e gli stranieri in regola?

2008 Odissea nello spazio (elettorale)

16 Aprile 2008 by Andrea Paltrinieri

Le elezioni politiche del 13 e 14 aprile 2008 segnano indubbiamente un’importante trasformazione del sistema politico italiano. E’ importante cercare di capire nel modo più preciso che cosa è successo, specie sul fronte degli spostamenti dell’elettorato. Il dato politico principale è assolutamente evidente: ha vinto in modo nitido la coalizione guidata da Berlusconi (Pdl e Lega Nord), conquistando la maggioranza dei seggi tanto alla Camera che al Senato. Inoltre, soprattutto grazie alla scelta del PD di Veltroni di correre da solo, si riduce in modo drastico il numero dei gruppi parlamentari. Alla Camera ed al Senato entrano solo 6 partiti: Pdl, Mpa, Lega Nord, Pd, IdV, UdC. Si evidenzia una sostanziale “tenuta” dei due partiti maggiori (Popolo della Libertà e Partito Democratico), nonostante siano frutto di recenti aggregazioni (seppure con un percorso più strutturato ed innovativo nel caso del PD). E nonostante collegati processi di “scomposizione”: al Popolo della Libertà non ha aderito Storace che con “La Destra” conquista comunque 885.229 voti alla Camera (2,43%), mentre al PD non ha aderito la componente Mussi-Angius (difficile stimarne il peso elettorale). Una forte crescita soprattutto della Lega Nord, ma anche dell’Italia dei Valori. Colpisce il fortissimo ridimensionamento della Sinistra Arcobaleno. Una prima, approssimativa, stima dei flussi elettorali suggerisce che la Sinistra Arcobaleno (1.124.418 voti alla Camera nel 2008, contro i 3.898.460 di RC, PdCI e Verdi nel 2006 – ma bisognerebbe considerare anche la componente DS non confluita nel PD) abbia perso circa 2,7 milioni di voti per via delle astensioni, del voto “utile” al PD e del passaggio ad altri partiti come l’Italia dei Valori (che pure candidava esponenti storici della sinistra come Giulietti e “Pancho” Pardi) ed anche, ma in misura inferiore, la Lega Nord (vedi l’analisi di Renato Mannheimer). Cosa succede al PD? Dal punto di vista dei numeri si ha l’impressione della stabilità. Alla Camera (nel 2006 c’era l’Ulivo) aveva preso 11.928.362 voti (pari al 31,3%); ne prende nel 2008 12.092.998 (33,17%). Ma in realtà questa stabilità “quantitativa” nasconde movimenti significativi: plausibilmente il PD perde elettori a favore dell’UdC (e del non voto), ma ne acquista da sinistra. Il fatto, sottolineato da diversi commentatori, che pur dopo una brillante campagna elettorale il PD non sia riuscito a superare quota 33% e soprattutto non sia riuscito ad attirare, almeno in misura significativa, elettori dal “centro” evidenzia un “problema” di strategia politica. Occorrerà lavorarci in questi anni. Per essere pronti nel 2013. Vedi le analisi del voto compiute da Ilvo Diamanti (vedi), Paolo Natale (vedi1, vedi2, vedi3), Nicola Piepoli (vedi), Filippo Andreatta (vedi) e Piero Ignazi (vedi).

solo ironia?

Anche Vignola si inserisce pienamente, per quanto riguarda i movimenti elettorali, nel quadro nazionale. Il PD risulta sostanzialmente “stabile” rispetto al 2006: ottiene il 46,82% alla Camera (pari a 6.961 voti) ed aveva avuto, come Ulivo, il 47,24% alla Camera (ma allora erano 7.323 voti), mentre al Senato DS e Margherita nel 2006 (allora separati) avevano il 42,40% (6.134 voti) ed il PD ottiene il 47,08% al Senato (6.554 voti). Raddoppiano Lega Nord (Camera 2008: 1.338 voti, pari al 9,00%; contro 569 voti, pari al 4,58%, nel 2006) ed Italia dei Valori (Camera 2008: 646 voti, pari al 4,34%; contro 301 voti, pari all’1,94%, nel 2006). Crolla la Sinistra Arcobaleno: Camera 2008: 428 voti, pari al 2,88% (comprendendo tutte le formazioni alla sinistra del PD si arriva a 635 voti, pari al 4,28%), mentre nel 2006 RC, PdCI e Verdi per la pace avevano 1.497 voti, pari al 9,65%. Stabile il Popolo della Libertà: 3.908 voti alla Camera (pari al 26,28%), mentre nel 2006 FI e AN avevano 4.141 voti (pari al 26,72%). In diminuzione l’UdC: 632 voti alla Camera nel 2008 (pari al 4,25%), mentre nel 2006 aveva 884 voti (5,70%). Ecco i risultati complessivi di Vignola per la Camera (vedi) ed il Senato (vedi).