Il centrosinistra riconquista Vignola, Emilia Muratori sindaca. Un’analisi del voto

La neo-sindaca Emilia Muratori all’ingresso del municipio (foto tratta da Facebook)

Con uno scarto di 17 voti sull’avversario Angelo Pasini la candidata del centrosinistra Emilia Muratori è stata eletta sindaca di Vignola. 12.679 i votanti su 18.427 elettori, dunque il 68,81%. Di fatto la stessa partecipazione al voto delle elezioni regionali del 26 gennaio (allora i votanti furono il 68,97%, ovvero 12.661 su 18.357 elettori). Dopo uno spoglio al cardiopalma, con un testa a testa che si è risolto solo con i dati delle ultime sezioni scrutinate, Emilia Muratori è risultata eletta sindaco di Vignola, “riconquistando” così il comune che nel 2017 era passato al centrodestra, con la vittoria del leghista Simone Pelloni (dopo che nel 2014 aveva vinto la trasversale coalizione civica che sosteneva Mauro Smeraldi). Solo 17 i voti di scarto tra i due candidati: 6.122 per Emilia Muratori (50,07%) contro 6.105 per Angelo Pasini (49,93%). 230 schede nulle; 222 schede bianche; 0 schede contestate. Ma per provare a capire cosa è successo, ovvero le ragioni di questo risultato elettorale, è opportuno cercare di fare confronti con altri comuni al voto in Emilia-Romagna (come Imola e Faenza) ed anche con l’esito delle elezioni regionali del 26 gennaio scorso.

I due soli candidati a sindaco delle elezioni comunali del 20 e 21 settembre 2020: Angelo Pasini ed Emilia Muratori

[1] Già l’offerta politica in questa tornata elettorale vignolese risultava singolare: solo due candidati, uno per il centrodestra ed uno per il centrosinistra, ciascuno sostenuto da 5 diverse liste (vedi). Nessun altro candidato in lizza: né del M5S, né altri candidati di liste “minori” (alle elezioni comunali del 2017 i candidati sindaco erano 6: vedi). Vuoi per i tempi ristretti imposti dall’emergenza covid-19 (le elezioni comunali 2020 si sarebbero dovute tenere, come ogni anno, nel periodo maggio-giugno; il loro spostamento a settembre ha consentito quindi di reinserire anche Vignola tra i comuni al voto – diversamente le elezioni vignolesi si sarebbero tenute nella primavera 2021), vuoi per altri motivi, l’offerta politica si è dovuta ‘apparecchiare’ in pochi mesi, facilitando in questo modo le macchine organizzative più rodate. Fatto sta che per la prima volta nella storia vignolese (almeno da quando nel 1993 è stato cambiato il sistema elettorale per i comuni introducendo l’elezione diretta del sindaco) i candidati sindaco sono stati solo due. Per la maggioranza in carica il vicesindaco, poi sindaco vicario, Angelo Pasini, indicato dal sindaco Simone Pelloni poco dopo essere stato eletto all’assemblea legislativa dell’Emilia-Romagna il 26 gennaio scorso. Più tribolato il percorso del centrosinistra per individuare un proprio candidato, quando una situazione di stallo fu risolta (era il 18 giugno 2020) grazie ad un’improvvida mossa di Mauro Smeraldi (Vignola Cambia) su Facebook, con relativo effetto boomerang. Dunque ex-sindaco di Guiglia (centrodestra) contro ex-sindaca di Marano (centrosinistra), questa la singolare competizione vignolese (che se mette in luce una complessiva debolezza nella “produzione” locale di candidati, presenta tuttavia altri possibili vantaggi: vedi).

Il sindaco Simone Pelloni ed il vicesindaco Angelo Pasini si fanno fotografare – per dare un messaggio “ideologico” – nella via intitolata dall’amministrazione comunale alla giornalista, scrittrice e polemista Oriana Fallaci.

[2] E’ giusto anche ricordare, in questa ricostruzione del contesto, l’ennesima interruzione anticipata della legislatura a Vignola. Iniziata nel giugno 2017 sarebbe dovuta arrivare a compimento nel 2022, ma la candidatura del sindaco Simone Pelloni all’assemblea legislativa (elezioni regionali del 26 gennaio 2020) ne ha provocato l’interruzione – con conseguente incertezza sulla collocazione del voto vignolese per la nuova amministrazione causa covid-19. Ma già nel 2017, a gennaio, era terminata prematuramente l’amministrazione Smeraldi (qui per chi è interessato a cosa successe allora: vedi) insediatasi nel 2014, quando, proprio nel massimo momento del PD renziano aveva strappato il comune al ballottaggio. Per due volte, dunque, la legislatura è stata interrotta. Dopo l’unica legislatura del sindaco Daria Denti, non più ricandidatasi al termine del primo mandato, nel 2014, prima 3 anni di amministrazione “civica” Smeraldi, quindi 3 anni di centrodestra con Pelloni. Ora il PD ed il centrosinistra hanno la possibilità di avviare un nuovo ciclo.

Rendering del progetto della nuova stazione ferroviaria presentato dall’amministrazione Pelloni-Pasini.

[3] La campagna elettorale vignolese per le elezioni comunali 2020 ha fornito indicazioni contraddittorie per chi avesse cercato segnali prognostici dell’esito del voto. Innanzitutto l’amministrazione uscente di centrodestra – questo va riconosciuto – si è presentata in genere con un volto pragmatico, poco ideologico (tranne qualche “scivolata” essenzialmente nelle iniziative culturali), attenta alle percezioni dei cittadini: dunque progetti concreti (il termine “concreto” è anche uno dei più usati nel programma del candidato Pasini), manutenzione e cura della città, asfaltatura di strade, sistemazione di parcheggi, cura del verde (tra cui la sistemazione del Percorso Natura nel tratto Parcheggio di via Zenzano-via Consuma), ecc. Nulla a che fare con il sentimento dominante al termine dell’amministrazione Denti (correva l’anno 2014), che dunque convinse l’allora sindaco a rinunciare al secondo mandato (vedi). A Pasini molti cittadini vignolesi riconoscono perlomeno grande disponibilità ad ascoltare e prontezza nel recepire le segnalazioni dei cittadini. Su questo relativo apprezzamento dell’amministrazione uscente si è innestata una campagna elettorale che ha visto, di fatto, il centrodestra controllare l’agenda, ed il centrosinistra rincorrere, senza una vera capacità di imporre una propria agenda di temi e progetti su cui richiamare l’attenzione dei cittadini-elettori. L’unico punto su cui il centrosinistra è risultato in vantaggio è nel coinvolgimento di testimonial nazionali di rilievo, anche grazie allo svolgimento della festa nazionale del PD a Modena. E’ così che è stato possibile portare a Vignola, come interlocutori ed insieme testimonial della candidata Emilia Muratori, ministri (Francesco Boccia) o sottosegretari (Maria Cecilia Guerra), parlamentari europei (Paolo De Castro), amministratori regionali (il presidente Stefano Bonaccini, la vicepresidente Elly Schlein) o ex-amministratori (Vasco Errani), mentre la venuta del segretario nazionale PD a Vignola è rimasta, se non erro, a livello di annuncio. Se valutiamo l’efficacia di queste iniziative in termini di numerosità del pubblico partecipante (più di cento partecipanti si sono registrati solo all’incontro con Bonaccini) allora è difficile pensare ad un contributo significativo; ma forse il contributo maggiore è in termini di un ambiente comunicativo (innanzitutto sui social media) che comunque spinge alla mobilitazione l’elettorato di centrosinistra. Per il resto la campagna elettorale non è certo stata esaltante:

  • è mancata la volontà e la capacità di rendere tangibili le differenti proposte sui problemi principali: come riqualificare il centro storico, quali soluzioni per l’area stazione ferroviaria (qui almeno l’amministrazione uscente ha presentato una sua proposta dettagliata) e l’ ex-mercato ortofrutticolo, che fare dell’ospedale, come operare il rilancio economico della città, quali soluzioni per la mobilità, ecc.);
  • c’è stata una produzione di informazioni perlomeno ‘tendenziose’ (polemica sulle spese per lo studio sulla fusione dei comuni, estrapolazioni strumentali di dati sui bilanci dei comuni di Vignola e Marano, situazione scuole) da parte del centrodestra a cui il centrosinistra ha reagito in ritardo o con eccesso di legittima difesa (querela al consigliere Marco Sirotti da parte dell’amministrazione di Marano).

Insomma, guardando la situazione locale, l’offerta politico-amministrativa dei due schieramenti e la comunicazione dispiegata nei tre mesi di campagna elettorale era difficile assegnare al centrosinistra le maggiori chances di vittoria. Probabilmente, dunque, per spiegare l’esito del voto vignolese occorre mettere in campo anche altri fattori di livello sovralocale.

Un confronto tra il voto alle regionali (26 gennaio 2020) ed il voto alle comunali (20 e 21 settembre 2020) a Vignola, Imola e Faenza (in questo comune il dato relativo CSX comunali è depurato dalla quota M5S); valori percentuali.

[4] E’ interessante un confronto tra i comuni di maggiori dimensioni al voto il 20 e 21 settembre in Emilia-Romagna per il rinnovo dell’amministrazione comunale. Oltre a Vignola (25.600 abitanti) si tratta di Imola (70.000 abitanti) e Faenza (59.000 abitanti). Il confronto tra i dati delle elezioni comunali in questi tre comuni ed i dati, negli stessi comuni, delle elezioni regionali del 26 gennaio 2020 offre suggestioni interessanti. Innanzitutto la partecipazione al voto risulta sostanzialmente identica nei tre comuni (unica eccezione Imola dove alle comunali del 20-21 settembre ha votato un po’ meno gente che alle regionali del 26 gennaio – un fatto spiegabile con la mancata partecipazione al voto di parte dell’elettorato M5S per la spaccatura del movimento che ha portato alla fine anticipata della legislatura): Vignola 68,97% (regionali) e 68,81% (comunali); Faenza 70,91% (regionali) e 69,24% (comunali); Imola 69,39% (regionali) e 66,87% (comunali). Due elezioni diverse (regionali e comunali) che vedono una partecipazione al voto molto simile. E, ancora più singolare, si registra una sostanziale sovrapposizione tra voto a Bonaccini (regionali) e voto al candidato di centrosinistra alle comunali. Se guardiamo ai valori percentuali non si può non rimanere colpiti: a Vignola rispettivamente 51,04% (regionali) e 50,07% (comunali); ad Imola 58,21% (regionali) e 57,42% (comunali); a Faenza 55,58% (regionali) e 55,49% (comunali – in questo caso sono stati tolti i voti del M5S, alleati con il centrosinistra alle comunali, per rendere i dati confrontabili con quelli delle elezioni regionali). Insomma, per il centrosinistra il voto alle comunali riproduce tendenzialmente quello alle regionali di cui adotta lo schema della “coalizione larga” (PD, Coraggiosi, lista del candidato, altri). Il risultato di fatto non cambia indipendentemente dal tipo di candidato a sindaco: il brillante assessore alla cultura dell’amministrazione uscente (Faenza), il giovane segretario cittadino del PD (Imola), l’ex-sindaca PD di un comune limitrofo (Vignola). Chiunque sia candidato (certo competente e rassicurante), sembra sia sufficiente riprodurre lo schema della coalizione ampia ed il risultato è assai simile a quello delle regionali. Solo che per Faenza ed Imola si tratta del 55-57%; per Vignola di appena poco più del 50%. Variazioni significative tra regionali e comunali si registrano invece nel campo del centrodestra. Che ad Imola ed a Faenza va peggio alle comunali che alle regionali (a Imola perde il 9%; a Faenza solo 1,5%). Solo a Vignola si registra un movimento contrario: il centrodestra trainato da Pasini va meglio alle comunali del 20-21 settembre (49,93%) rispetto alle regionali del 26 gennaio (44,21%). Nei tre comuni considerati, dunque, solo a Vignola il centrodestra si presenta più competitivo alle elezioni comunali (rispetto alle regionali), fino a ‘rischiare’ la vittoria (unico caso tra i tre comuni considerati), finendo sconfitto solo per 17 voti.

Confronto tra il voto alle regionali (26 gennaio 2020) ed il voto alle comunali (20 e 21 settembre 2020) a Vignola, Imola e Faenza (in questo comune il dato relativo CSX comunali è depurato dalla quota M5S); valori assoluti.

[5] Se questa ricostruzione è plausibile significa che, per interpretare il voto 2020, occorre considerare l’avvio di una diversa fase di mobilitazione dell’elettorato di centrosinistra (un fenomeno sovracomunale). L’uscita di Salvini dal governo (settembre 2019) e la formazione di un governo giallo-rosso, l’accesa competizione Bonaccini-Borgonzoni alle elezioni regionali in Emilia-Romagna, la spinta motivazionale offerta dalle “sardine”, tutto questo ha aperto una nuova fase di mobilitazione dell’elettorato di centrosinistra, pronto a sostenere candidati alla guida di schieramenti che riuniscono, per la prima volta da tempo, tutto l’arco del centrosinistra. In questo schema al PD è riconosciuta un’evidente funzione di perno e catalizzatore – risultando così premiato nelle recenti elezioni locali (di nuovo si veda il grafico di confronto tra Vignola, Imola e Faenza) senza che ciò sia necessariamente correlato alla qualità dell’offerta (in termini di candidati e proposte programmatiche).

Confronto tra il voto al PD alle regionali (26 gennaio 2020) ed il voto alle comunali (20 e 21 settembre 2020) a Vignola, Imola e Faenza; valori percentuali.

[6] E’ indubbiamente meglio vincere per 17 voti che perdere per 17 voti. In ogni caso la vittoria, per quanto risicata, offre una grande opportunità al centrosinistra a trazione PD. Dimostrare di essere in grado di amministrare questa città (che rimane pur sempre la ventottesima, per numero di abitanti, dell’Emilia-Romagna: vedi), che è anche capoluogo di distretto e perno centrale dell’Unione Terre di Castelli (per un’analisi dei problemi, datata, ma forse ancora attuale: vedi), rispondendo alle esigenze di cura e manutenzione (senza scendere al di sotto del livello garantito dall’amministrazione Pelloni-Pasini), ma riavviando un ciclo di innovazione sullo sviluppo economico, il welfare locale, la valorizzazione turistica, le politiche culturali. Per riuscire a fare questo è opportuno riconoscere in primo luogo caratteristiche e limiti (che ci sono) della coalizione vincente. Il forte rinnovo dei candidati (tra gli eletti in consiglio comunale per il centrosinistra, oltre al sindaco, solo due hanno esperienza amministrativa: l’ex-sindaco Mauro Smeraldi ed il neo-consigliere PD Cesare Venturelli) mette a disposizione forti motivazioni, energie, volontà di fare, ma un livello di competenze forse un po’ fragile, comunque tutto da dimostrare. Ugualmente fragile risulta da tempo la capacità di elaborazione programmatica del PD locale. Sarà dunque determinante la composizione della giunta: servirebbe davvero, per riprendere una formula abusata a sinistra, mettere in campo “le migliori energie” del paese. Servirebbe anche un dispositivo “acceleratore” di competenze per un gruppo largo di persone (mettendo a frutto le belle relazioni tra candidati formatesi in campagna elettorale), una sorta di scuola-non scuola di amministrazione e politica. Per un partito, però, questo potrebbe risultare ancora più difficile che assicurare una giunta di qualità.

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