La conversione ecologica, un libro di Guido Viale

Venerdì 24 giugno, alle 18, presso la libreria Feltrinelli di Bologna (in Piazza Ravegnana, sotto le due torri) Guido Viale ha presentato il suo ultimo libro: La conversione ecologica. There is no alternative, NdA Press, Rimini, 2011, pp.183, 10 euro (vedi). A condurre l’incontro con Guido Viale c’era Gianni Sofri, docente universitario di storia contemporanea e di storia dei paesi afroasiatici, presidente del consiglio comunale di Bologna con Cofferati sindaco, uno dei maggiori conoscitori della figura e dell’opera di Gandhi. Ma Sofri va anche ricordato per essere stato uno dei pochi uomini del PD che si schierarono a favore di Virginio Merola nelle primarie del 2009, quelle vinte da Delbono (sappiamo poi com’è finita). Il titolo del libro spiega già tanto del pensiero dell’autore:  alla “conversione ecologica” non c’è alternativa. Partiamo da qui.

Guido Viale (a destra) e Gianni Sofri, alla presentazione bolognese del libro "La conversione ecologica" (foto del 24 giugno 2011)

[1] In realtà il titolo avrebbe dovuto essere doppio. Non solo la “conversione ecologica”, ma anche la “ri-conversione ecologica”. Con la prima espressione (conversione ecologica), mutuata da Alex Langer, Viale fa riferimento al cambiamento personale dello stile di vita, dei consumi, del nostro rapporto con l’ambiente. Qui il termine “conversione” (preferito da Langer proprio per le assonanze con la conversione religiosa) chiama in causa il profondo cambiamento nella cultura e nei comportamenti delle persone. Questo è il primo ingrediente: cambiare. E’ qualcosa che possiamo fare e che, in effetti, molti stanno facendo (es. acqua del rubinetto anziché in bottiglia, meno automobile e più treno o bici, e così via). Ma è qualcosa che è rimesso a noi. Consapevoli dei disastro ambientale a cui stiamo conducendo il pianeta terra, molte persone cambiano modo di vivere. Certo faticosamente ed in modo progressivo. Tra mille difficoltà. Ma questo cambiamento c’é. In parte sospinto anche dalla crisi economica (vedi). Però Viale avverte anche che “non si può cambiare il mondo solo con delle scelte individuali su come vivere e che cosa consumare” (p.9). Ed è qui, dunque, che entra in gioco la “ri-conversione ecologica”, ovvero il cambiamento delle istituzioni e delle “strutture” economiche e sociali. Ri-conversione ecologica di uno stabilimento, di un territorio, dell’intera società. Per realizzarla non basta che io o voi cambiamo il nostro stile di vita. Occorre invece che sia la collettività, la comunità a cambiare. A partire dalle proprie istituzioni di governo. Bisogna dunque “coinvolgere intere comunità, le loro espressioni associative (…) i loro saperi diffusi e poi le amministrazioni locali o almeno una parte di esse.” (p.12) Per poter fare questo Viale suggerisce una “strategia dal basso”: minoranze attive (convertite ecologicamente) che richiamano l’attenzione sui costi di un modello di “sviluppo” non più sostenibile e che prefigurano un diverso sentiero. E’ importante, dunque, “creare uno spazio pubblico dove di queste cose si cominci a discutere città per città, quartiere per quartiere, azienda per azienda” (p.12).

Piazza Maggiore a Bologna prima della pedonalizzazione, avvenuta il 16 settembre 1968 (foto dalla mostra "Bologna e gli anni Sessanta, Palazzo d'Accursio, 24 giugno 2011)

[2] Così, se è vero che alla conversione (e ri-conversione) ecologica non c’è alternativa, se è vero che in un qualche modo nel medio lungo periodo saremo costretti a convertirci ed a ri-convertire la nostra economia, la nostra società, sappiamo anche – Guido Viale ne è pienamente consapevole – che ogni passo in quella direzione scatena conflitti. Inevitabilmente la conversione ecologica dell’economia e della società apre nuove conflitti. Vi sono infatti interessi molto forti alla conservazione del modello di società e di economia ereditato dal passato. L’industria automobilistica ne è un esempio, ma lo è anche il sistema della mobilità centrato sull’automobile che è diventato per noi una sorta di seconda natura. Faccio un esempio. Togliere le auto dal centro storico, il luogo più bello della città, sembra essere in Italia una mission impossible. Proprio in questi giorni Pier Luigi Cervellati ha ricordato le minacce che ricevette quando, lui assessore, l’amministrazione comunale di Bologna decise la pedonalizzazione di Piazza Maggiore e via d’Azeglio (vedi). Oggi via d’Azeglio è la strada del commercio di maggior pregio. Già solo questo esempio richiama un altro tema evidenziato da Guido Viale: il ruolo della politica e, più precisamente, la forza della politica locale in passato e, invece, la sua debolezza odierna. Un sistema politico debole che oggi invece di governare gli interessi privati si affida ad essi nel disperato tentativo di mantenere un consenso sempre più evanescente. Anche localmente – aggiungo io – dove pure governa il centrosinistra, i comportamenti sono ambigui. Lo testimoniano i centri storici da noi ancora pieni di auto, anche contro le preferenze dei cittadini (vedi), la mancanza di una seria politica energetica volta ad abbattere le emissioni di CO2 (vedi), l’arretratezza del servizio ferroviario locale (vedi), l’accettazione delle ricerche di idrocarburi in un territorio che dovrebbe essere vocato ad altro (vedi), la progressiva urbanizzazione della campagna (vedi), la disinvoltura con cui viene trattato il verde urbano (si veda la vicenda di via Barella: vedi), l’abbandono dei progetti di raccolta “porta a porta” dei rifiuti che per quanto siano più “scomodi” (non lo nego di certo), sono anche gli unici davvero in grado di promuovere la raccolta differenziata e la riduzione dei rifiuti. E così via.

Via Soli, nel centro storico di Vignola, senza le auto. E' avvenuto solo per pochi giorni, nel momento in cui è stato tolto il cantiere per la nuova pavimentazione (foto del 17 agosto 2008)

[3] Nel corso della presentazione bolognese Guido Viale ha ripetuto più volte che la ri-conversione deve essere fatta “dal basso”. Che significa anche un più stretto legame con il territorio e con le sue peculiarità, naturali e sociali. Scrive nel libro: “il principio guida della riconversione dovrà essere necessariamente la graduale ‘riterritorializzazione’ delle produzioni e dei loro mercati, attraverso una loro sempre più stretta prossimità: in agricoltura, nella generazione energetica, nel recupero di scarti e rifiuti, nel riassetto degli edifici e del territorio, nella formazione permanente” (p.20). Il territorio, il “locale”, è sia il principio guida, sia l’ambito privilegiato della ri-conversione. Cosa significa? L’economia dei combustibili fossili è centralizzata: grandi impianti di estrazione, raffinerie, oleodotti, grandi centrali elettriche, ecc. L’economia delle fonti rinnovabili è invece “un sistema distribuito, che migliora la sua efficienza quanto più è decentrato” (p.62). Pensiamo ai pannelli fotovoltaici sui tetti degli edifici. Ma lo stesso vale per l’organizzazione dei consumi: la filiera corta in agricoltura, il rapporto diretto tra produttore e consumatore (con i “mercati contadini” od i Gruppi di Acquisto Solidale). Dietro a queste riflessioni c’è il pensiero di un’economista come Ernst F. Schumacher (autore, nel lontano 1973, di uno dei libri più influenti della fine del XX secolo: Piccolo è bello, ripubblicato recentemente da Slow Food Editore – vedi – e da Mursia: vedi), ma anche quello di Ivan Illich, contro l’espropriazione delle competenze dei cittadini da parte di esperti e sistemi specializzati (vedi). Oggi in effetti le tecnologie consentono di organizzare produzione e consumo in modo decentrato, anche grazie alla gestione delle informazioni consentita da Internet.

Guido Viale (a destra) e Gianni Sofri alla presentazione del libro "La conversione ecologica" presso la libreria Feltrinelli di Bologna (foto del 24 giugno 2011)

[4] Questo libro di Guido Viale ha alcuni indubbi meriti. Innanzitutto ci pungola ad immaginare un futuro diverso. A pensare il pensiero che “cambiare si può” (pp.13-17). Ci aiuta a superare il blocco dell’immaginazione. Che è il primo grande ostacolo. Anzi ci dice che il cambiamento è già in atto visto che alla ri-conversione ecologica non c’è alternativa (sia per ragioni economiche, sia per ragioni ecologiche). Ma che gli esiti dipendono da come noi, in quanto collettività, giochiamo questa riconversione: con quanta intelligenza, con quali risorse, con quali modelli realizzativi. In secondo luogo Guido Viale ci aiuta anche a riconoscere la presenza di conoscenze, di “saperi” diffusi, utili per il cambiamento. Saperi diffusi nella società, seppure distribuiti non omogeneamente, ma assai spesso poco presenti nei luoghi delle decisioni collettive, nelle istituzioni. La straordinaria rete di comitati, gruppi, associazioni (ed anche istituzioni) che si è mobilitata per contrastare la privatizzazione della gestione dell’acqua ne è un esempio (vedi). Si è innescato un processo importante di elaborazione culturale che non va mitizzato, ma neppure disconosciuto. I cittadini, cioè, hanno dimostrato di essere in grado di sviluppare nuove conoscenze, nuove competenze, ed anche nuove capacità di mobilitazione. Questo è un tratto spesso nascosto delle società moderne, ma certamente in crescita: nascono nuove forme di organizzazione collettiva,  dalle “mobilitazioni dei pendolari” alle “molte esperienze ‘molecolari’ come quella dei GAS (Gruppi di Acquisto Solidale)” (p.33). Tali iniziative collettive promuovono nuovi comportamenti, consentono di accumulare e poi diffondere nuovi saperi, pungolano le istituzioni al cambiamento, verso la ri-conversione ecologica. Ma c’è una domanda a cui il libro di Guido Viale non è in grado di rispondere: sono sufficienti queste iniziative? Posto che l’attuale classe dirigente risulta inadeguata (spesso anche a livello locale: vedi), anche perché prigioniera della “sindrome TINA” (There Is No Alternative), come garantire la congiunzione tra la “conversione ecologica” e la “ri-conversione ecologica”? Come garantire, cioè, il passaggio dai comportamenti individuali a quelli su scala comunitaria o territoriale? Forse non è sufficiente la produzione dal basso di nuove sensibilità, nuovi saperi e nuovi comportamenti da diffondere tra i cittadini (e ad uso degli amministratori, visto che una nuova classe dirigente ha bisogno di nuovi saperi: cfr. p.22). Forse bisogna essere in grado di rappresentare meglio il bilancio costi/benefici dell’attuale organizzazione della produzione e del consumo. E forse bisogna davvero prendere in considerazione il ricambio di amministratori evidentemente inadeguati per fronteggiare questa sfida. Ma questa è una sfida aperta e comunque sta a noi farlo.

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