Distruzione creatrice. Formula guida non solo per l’economia

Diversi commentatori dell’attuale profonda crisi economica mondiale, originata dalla crisi dei subprime USA, hanno usato l’espressione “distruzione creatrice” per descrivere l’attuale situazione, nella convinzione che la crisi stessa, per quanto caratterizzata da recessione economica e sofferenze sociali, dischiuda anche nuove opportunità. L’espressione – un ossimoro – è stata coniata dall’economista austriaco Joseph A.Schumpeter (1883-1950). Il 10 ottobre, sul Corriere della Sera, Bernard-Henry Lévy si riferisce, appunto, all’espressione schumpeteriana della “distruzione creatrice” per richiamare il fatto che il “nostro” sistema economico “trova la propria energia nella crisi” (vedi). Questa crisi, di cui l’autore enfatizza la portata storica (“l’equivalente, per il capitalismo, di quello che fu per il comunismo il crollo del Muro di Berlino”), va letta anche come un fase di profonda trasformazione della “popolazione” di imprese attive sul mercato. E’ una lettura evolutiva, di tipo “darwiniano”. Non sono un economista, non conosco con precisione l’opera di Schumpeter e dunque non so se, parlando di “distruzione creatrice”, egli avesse in mente anche (o soprattutto) le crisi economiche che ciclicamente avevano colpito l’economia capitalista nell’età liberale. E’ probabile. E’ certo che, al di là dei fattori di contesto, esterni, vedeva all’opera, nel capitalismo, potenti fattori interni dell’innovazione (innescati dalla concorrenza, dunque dal mercato).

una parodia della modernizzazione capitalistica

Charlie Chaplin in Tempi Moderni: una parodia della modernizzazione capitalistica

Cito da Capitalismo, democrazia, socialismo (del 1942) nell’edizione italiana Etas, Milano, 1977, pp.78-79: “il punto essenziale da afferrare è che chi studia il capitalismo studia un processo essenzialmente evolutivo” (e significativamente cita Karl Marx come colui che con maggior forza, nel XIX secolo, ha richiamato l’attenzione su questo aspetto). La storia dell’apparato produttivo “è tutta una storia di rivoluzioni” (di nuovo riecheggia Marx). Inoltre Schumpeter parla di un “processo di trasformazione organica dell’industria – se possiamo servirci di un termine biologico – che rivoluziona incessantemente dall’interno le strutture economiche, distruggendo senza tregua l’antica e creando senza tregua la nuova. Questo processo di distruzione creatrice è il fatto essenziale del capitalismo, ciò in cui il capitalismo consiste.” Il riferimento ad un processo interno continuo e gli esempi citati da Schumpeter fanno pensare ad una evoluzione sia di ogni singola impresa, sia della popolazione complessiva delle imprese sospinta in primo luogo da innovazioni organizzative (es. taylorismo, catena di montaggio) e tecnologiche (es. nuovi materiali, informatica, robotica, ecc.). In altri termini, il processo evolutivo è sempre in atto, anche se subisce accelerazioni nei momenti di crisi economica (quando le aziende meno competitive o meno reattive vengono decimate). Schumpeter, assieme a Keynes, ma anche a Karl Polanyi, possono, anche a distanza di decenni , costituire punti di riferimento non certo per ricercare una diagnosi od una terapia alla crisi economica di oggi (vedi le osservazioni di Michele Salvati intervistato da Daniele Di Vico su Corriere Economia del 3 novembre; vedi), ma per comprendere meglio il fatto che ci sono opzioni significative che allora come ora vanno individuate e colte (lo ricorda Carlo Trigilia su Corriere Economia del 10 novembre; vedi). Solo per dare un’idea. Intensificare gli investimenti pubblici e privati nel settore ambientale (la via di Obama negli USA; vedi) oppure ridimensionare le norme di tutela dell’ambiente ed eliminare gli incentivi fiscali di promozione di soluzioni costruttive più attente al risparmio energetico (la via di Berlusconi in Italia). La “profezia” di Bernard-Henry Lévy, come tutte le previsioni circa la società del futuro, ha cioè bisogno di attori politici e sociali che concorrano a costruirla. Non c’è, né ci sarà una “via d’uscita naturale” da questa crisi economica. Ci sarà, invece, una via d’uscita (più ambiente? meno disuguaglianze? finanza meno allegra?) che dipenderà dalla capacità della politica di cogliere questa “opportunità” e di perseguire un futuro piuttosto che un altro (per una puntuale critica all’operato del governo Berlusconi vedi l’articolo di Tito Boeri su la Repubblica del 22 dicembre; vedi).
Ma c’è un secondo aspetto che vorrei richiamare. Abbandoniamo Schumpeter e l’economia, per ragionare invece dei comportamenti sociali. Anche in questo caso la formula della distruzione creatrice può risultare illuminante. E può, anzi, aprire nuovi spazi di azione per le istituzioni pubbliche, proprio “valorizzando” questo momento di crisi economica. Anche in questo caso c’è un’evoluzione lenta, forse lentissima, in atto da tempo verso comportamenti più “sostenibili” dal punto di vista ambientale e sociale. Comportamenti di consumo meno “consumistici” e più attenti alla finitezza delle risorse ambientali. Attenzione ad una minor produzione di rifiuti od al loro riciclaggio. Attenzione al risparmio energetico ed idrico. Commercio equo e solidale come attenzione concreta nel consumo alle disuguaglianze internazionali. La crisi economica che riverbera i propri effetti su numerose famiglie in termini di perdita di reddito (maggiore disoccupazione, riduzione dei consumi e del commercio, ecc.) induce maggiore attenzione ad un uso più oculato delle disponibilità economiche (vedi l’indagine nazionale condotta da ISPO di Renato Mannheimer; vedi).

La crisi economica cambia i consumi (Charlie Chaplin in La febbre dell'oro)

La crisi economica cambia i consumi (Charlie Chaplin in La febbre dell'oro)

Rende oggi una parte consistente della popolazione più attenta al risparmio economico e, dunque, più propensa all’innovazione dei comportamenti verso modalità d’azione e comportamenti più rispettosi dell’ambiente, più equi, forse anche più “veri”. Tanto lo stato italiano, quanto gli enti locali sono dunque chiamati a cogliere questa opportunità. In questo caso la “distruzione creatrice” riguarda comportamenti socialmente diffusi. L’obiettivo dovrebbe essere quello di promuovere la “distruzione” di comportamenti poco sostenibili dal punto di vista ambientale, sociale o etico. La parte di “creazione”, invece, dovrebbe riguardare l’incentivazione, la promozione, la sollecitazione di comportamenti ambientalmente più attenti e socialmente più equi. Bisognerebbe provare ad operare affinché il calo dei consumi non sia solo una contrazione (vedi il commento di Ilvo Diamanti a sondaggi sul tema; vedi), ma porti con sé una “ristrutturazione” dei modelli di consumo. Solo per fare un esempio. In alcune città le amministrazioni comunali hanno promosso campagne per invitare i cittadini a bere l’acqua del rubinetto anziché l’acqua minerale in bottiglia (non è solo il risparmio di 0,30 euro al litro, ma anche il non impiego di materie plastiche per la produzione di bottiglie, i relativi costi di smaltimento, ecc.). A Venezia il sindaco, Massimo Cacciari, ha messo il suo volto nella promozione dell’acqua dell’acquedotto (con lo slogan: l’acqua del sindaco)!

Massimo Cacciari, sindaco di Venezia, testimonial dell'acqua dell'acquedotto

Massimo Cacciari, sindaco di Venezia, testimonial dell'acqua dell'acquedotto

Affinché l’attuale compressione dei consumi sia anche una ridefinizione dei modelli di consumo occorre manovrare più leve: norme, incentivi economici (anche solo evidenziare il risparmio), ma anche consapevolezza. Dunque “cultura”. Senza un quadro normativo incentivante, ma soprattutto senza una spinta alla trasformazione culturale il rischio è che, superata la fase di crisi economica, i consumi rimbalzino di nuovo verso l’alto secondo i modelli già sperimentati in passato. Un’alleanza tra i diversi livelli istituzionali (stato, regioni, enti locali) risulterebbe alquanto opportuna per “sfruttare” questa particolare contingenza. Anche la politica, dunque, può e deve giocare la sua parte per “valorizzare” questa fase di “distruzione creatrice” non solo a livello di economia, ma di comportamenti sociali. Lo ricordava qualche mese fa, in tempi non ancora sospetti, Adriano Sofri su La Repubblica (vedi), plausibilmente intendendo offrire anche un suggerimento al Partito Democratico. “E’ un fatto che non si cambia vita se non per una combinazione fra necessità e virtù. Facendo di necessità virtù.” Oggi la necessità è evidente. Occorrono forze politiche ed istituzioni, anche locali, che “predichino” la virtù.

PS. Il 2 gennaio 2009, sul Corriere della Sera, Maurizio Ferrera ha scritto un articolo su “Epicuro e la crisi dei consumi. Il ritorno della frugalità“, svolgendo considerazioni simili a quelle sviluppate nel post (vedi). In particolare recupera considerazioni dal dibattito in corso, tra scienziati sociali e filosofi, sul “consumo responsabile” e sulle virtù classiche della temperanza, della costanza, della moderazione. Ribadisco che anche amministrazioni locali intelligenti dovrebbero ragionare su programmi di medio periodo per “dare voce” a queste sensibilità, già oggi presenti, seppure in modo minoritario, tra i propri cittadini. Con l’espressione “rincorse posizionali” Ferrera fa riferimento al concetto di beni posizionali sviluppato da Fred Hirsch in un volumetto di grande interesse di più di 30 anni fa (I limiti sociali dello sviluppo, Bompiani, Milano, 1981; ed.orig. 1976).

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