Ugo Mattei a Vignola per parlare di referendum contro la privatizzazione dell’acqua

Domenica 15 maggio a Vignola, nel salone di Casa Frate Leone presso il Convento dei Cappuccini, si è tenuta la Festa dell’acqua organizzata dalle liste civiche Vignola Cambia e Città di Vignola (vedi). In quell’occasione Ugo Mattei, docente di diritto civile all’Università di Torino (vedi), ha tenuto una bellissima conferenza dove ha parlato del “senso” dei referendum contro la privatizzazione dell’acqua. Mattei ha innanzitutto richiamato l’attenzione sulla non piena reversibilità dei processi di privatizzazione, nel senso che la strada della privatizzazione è facilmente percorribile, ma una volta che sono stati ceduti diritti di proprietà il percorso inverso – da attuarsi, ad esempio, perché ci si accorge degli “effetti collaterali” negativi della gestione privata – è assai più impegnativo (mi viene in mente il paragone con i diritti edificatori: una volta concessi ad un privato non possono di fatto più essere revocati, se non a seguito di un forte indennizzo). A ciò si associa il fatto che i “benefici” che dovrebbero essere prodotti dalla privatizzazione sono in larga parte fittizi. Insomma, opera qui l’ideologia neoliberista che è stata assorbita da larga parte della società e del sistema politico (anche a sinistra). L’affidamento della gestione a privati non aumenta nella misura sperata gli investimenti (specie quelli a lungo termine) (vedi); fa crescere le tariffe con l’obiettivo di produrre utili (e remunerare il capitale finanziario in modo scollegato dagli investimenti); fa crescere i compensi degli amministratori; fa crescere le spese di pubblicità (anche come leva di condizionamento dei media e dell’informazione). Insomma, ci vogliamo fermare un attimo a riflettere? Qui un brano della conferenza del prof. Mattei.

4 Responses to Ugo Mattei a Vignola per parlare di referendum contro la privatizzazione dell’acqua

  1. mauro smeraldi ha detto:

    L’acqua è di tutti. E’ un’affermazione semplice, che nella storia non è mai stata messa in discussione. La gestione del servizio idrico da parte di una società per azioni (nel nostro caso Hera) impedisce che l’acqua sia di tutti. Una S.P.A., per definizione, ha come scopo la realizzazione del massimo profitto. Gli amministratori di una S.P.A. sono tanto più bravi quanto più fanno guadagnare alla società. In questo caso guadagnare significa fare pagare ai cittadini il servizio il più possibile.
    E quelli esposti sono concetti semplicissimi, che nessuno può mettere in discussione e che da soli sono più che sufficenti per far sì che i cittadini il 12 giugno vadano a votare SI ai due referendum per l’acqua pubblica, e non al mare o in montagna o al lago. Non sono dei referendum strani. Sono dei referendum semplici che hanno come obiettivo quello di conservare all’acqua la natura di BENE COMUNE.
    Non è possibile che ci portino via anche l’acqua! E badate non sono posizioni estremiste, ma di buon senso. A Parigi, dopo il fallimento della privatizzazione, l’acqua è stata ripubblicizzata e la sua gestione viene effettuata direttamente dal COmune. A Berlino in febbraio un referendum locale ha raggiunto il quorum e ha riaperto la strada alla ripubblicizzazione delle risorse idriche. In Italia l’art. 43 della Costituzione (la nostra cara Costituzione) sembra fatto apposta per favorire la gestione pubblica di alcuni servizi fondamentali (in primis l’acqua), attraverso enti o agenzie, o comunità di cittadini, ecc… E dall’altro lato in ottantasei Comuni italiani la privatizzazione dell’acqua è già sotto inchiesta (bollette gonfiate, dissdervizi, gestori accusati di truffa).
    Come cittadini dobbiamo difendere i nostri diritti fondamentali. Democrazia significa partecipazione, e se davvero partecipiamo le cose possono cambiare. Come dice Andrea dobbiamo fermarci in questa corsa assurda a costruire una società che nontiene conto delle persone e ci ruba tutto. Dobbiamo andare a votare e soprattutto dobbiamo convincere a farlo i parenti, gli amici, i conoscenti. Con il passaparola. Anche perchè, come potete constatare, i mass media non parlano per niente di referendum. Ancora una volta ci viene in aiuto la nostra Costituzione. Per l’art. 75 il referendum è uno strumento fondamentale per la partecipazione dei cittadini alla vita del Paese. Usiamolo.

  2. cantacann ha detto:

    Le premesse del referendum sono una privatizzazione che non esiste, non solo per il fatto che gli acquedotti e l’acqua rimangono di tutti, ma anche perchè il decreto Ronchi permette di gestire in maniera totalmente pubblica, o meglio Statale l’acqua e gli altri servizi pubblici locali. L’unica richiesta obbligatoria è la gara pubblica o la trasmissione della motivazione per non farla al Garante per la Concorrenza: http://www.parlamento.it/parlam/leggi/decreti/09135d.htm

    Che un docente parli con tanta ideologia è davvero impressionante, qui non si tratta di pubblico(o meglio statale) e privato, ma di concorrenza o non concorrenza. Di tutta evidenza che gli acquedotti sono monopolio naturale, e quindi la concorrenza non sia perfetta, però il prof.Mattei aggiunge che le aziende internazionali si mettono d’accordo ad un tavolo, che è evidentemente un comportamento illegale. Non mi sembra sia più legittimo mettere nelle ex-municipalizzate parenti ed amici.

    Faccio un esempio che anche una casalinga o un padre di famiglia possono capire: se fossi l’idraulico che vince la gara nel mio comune(con accordi tra tutti gli idraulici della regione?) e dovessi spendere 100.000 Euro per rimodernare gli acquedotti, potrei scegliere di metterci soldi miei, che per esempio ho risparmiato negli anni di lavoro, o di prenderli a prestito da una banca.
    In entrambi i casi se non ci fosse la remunerazione del capitale, che il referendum vuole eliminare(e il prof.Mattei ritiene cosi’ importante), mi converrebbe comprare buoni del tesoro con quel denaro, perchè guadagnerei di più, o prenderli a prestito e caricare il costo del prestito sulla bolletta ugualmente, infatti l’interesse della banca potrebbe anche essere superiore al 7% che permette la legislazione italiana(potrebbe anche essere più basso, ma dipende). Io non faccio più lo “sporco profitto” sul capitale investito, ma la banca si.

    Aggiungo qui un documento di federutility che spiega come fanno le aziende a calcolare la remunerazione del capitale a pagina 5: http://www.federutility.it/memo/open_attachment.aspx?I0=66e0e2af-6af2-40d4-9a50-8ab743c5799b

    Invece qui un economista spiega nel dettaglio e con degli esempi come avvengono gli investimenti in capitale: http://www.linkiesta.it/se-vince-il-si-sull-acqua-non-ci-saranno-soldi-da-investire

    Qui invece spiego chiaramente qual’è il problema che sta dietro al referendum, l’idea di eliminare il profitto, come di eliminare gli sprechi del settore pubblico con la bacchetta, o come si dice, “con un colpo di teatro”rimane viva in alcuni gruppi politici, ma più che di magia abbiamo bisogno di buone riforme: http://cantacann.wordpress.com/2011/06/08/i-referendum-e-il-ritorno-dei-no-global-ovvero-come-distruggere-lumanita-con-la-coscienza-pulita/

    • Andrea Paltrinieri ha detto:

      “E ora con la scusa della recessione, evento ricorrente e inevitabile, da sempre, [questi gruppi No Global] vogliono il ritorno dell’economia pianificata e l’abbandono della libera concorrenza.” E’ quanto affermi nel tuo post. L’ultimo dei link inseriti nel commento. Partiamo da qui, perché questa affermazione è illuminante. In realtà parlare di semplice “recessione” non rende giustizia al fenomeno, visto che rende naturale ciò che naturale non è. La crisi in atto consegue piuttosto ad una regolazione inadeguata di un tipo di capitalismo in cui la componente finanziaria è divenuta preponderante. Una regolazione che in questi anni ha consentito di distribuire utili assai significativi a gruppi ristretti e che ora, però, porge il conto all’intero pianeta. Una regolazione che si è imposta assieme all’ideologia del libero mercato quale mezzo per accrescere efficienza e per generalizzare benessere nella società. Solo che le cose sono un po’ più complesse. Si scopre ad esempio che lo “stato regolatore” tende a fare le regole in modo conforme agli interessi dei “poteri economici”. Il circuito formale del potere si accompagna ad un contro-circuito informale, opaco, per cui le regole che dovrebbero garantire l’interesse collettivo rispondono invece a puntuali interessi privati. Sono cose che metteva già in luce negli anni ’70 non solo quel neomarxista di Claus Offe, ma anche un campione della sociologia conservatrice come Niklas Luhmann (certo, le categorie politiche mal si prestano ad inquadrare queste teorie). Insomma nella proposta di più mercato, più concorrenza, più efficienza c’è qualcosa che non funziona. A me sembra che Ugo Mattei evidenzi in modo illuminante, acuto le crepe di questo pensiero. Per questo consiglio di ascoltarlo e di riflettervi sopra. Per troppo tempo l’opinione predominante veicolata dai mass media ha rappresentato in modo selettivo la realtà enfatizzando i meriti del mercato e della concorrenza, oscurando invece la reale dinamica del potere ed i suoi effetti sociali. Questa visione critica caratterizza anche il movimento referendario contrario al decreto Ronchi. Antonio Massarutto, economista critico nei confronti del “movimento per l’acqua pubblica”, riconosce almeno però che dietro all’avversione per i processi più o meno intensi di privatizzazione del servizio idrico sta un problema reale: “rinunciare alla gestione pubblica tradizionale significa anche che è necessario affidare ad altri meccanismi, altrettanto forti e credibili, la tutela di quei diritti e l’affermazione di quei valori, se si vuole che rimangano tali” (Privati dell’acqua? Tra bene comune e mercato, Il Mulino, Bologna, 2011, p.41). Molto probabilmente la gente vuole essere certa che questi meccanismi di tutela funzionino davvero prima di procedere a consegnare “al mercato” servizi così importanti. E, molto probabilmente, è stata proprio quella che tu chiami “recessione” che ha sensibilizzato ed aperto gli occhi a larghi strati di cittadini.

  3. cantacann ha detto:

    Proprio come ricorda Antonio Massaruto, la critica giusta al Decreto Ronchi è che manca un vero Regolatore, semmai come questo: http://www.ofwat.gov.uk/, ma è ben altra cosa della sua eliminazione, come chiede il Prof.Mattei, e ancora peggio sarebbe un passo indietro da mercato e concorrenza.
    Se vincessero i SI sui quesiti “sull’acqua” da parte dei Comuni diverrrebbe necessario alzare le tasse per fare gli investimenti, non potendo remunerare il capitale investito, o tagliare sulla scuola e sul sociale.
    Inoltre le parentopoli modello ATAC Roma non potrebbero che continuare, del resto sono già avvenute proprio nel regime pre-Ronchi.

    “Una regolazione che in questi anni ha consentito di distribuire utili assai significativi a gruppi ristretti e che ora, però, porge il conto all’intero pianeta.”
    Stiamo parlando della “cattura del regolatore”?(http://it.wikipedia.org/wiki/Cattura_del_regolatore), supponendo anche che il regolatore non abbia vigilato a dovere, come si pensa di aumentare il benessere eliminando le gare pubbliche obbligatorie e la trasparenza che in Italia mancavano fino ad ora?

    Tuttavia ammettendo che siano stati fallibili sia la concorrenza che il mercato ed anche i regolatori, queste istituzioni, sia nazionali che nazionali, dal 1994 ad oggi hanno portato in Italia(che non è nemmeno cresciuta negli ultimi 17 anni) da 22693 $ di PIL pro-capite a 24711 $ di PIL pro-capite ai prezzi correnti a parità di potere d’acquisto(dato 2010), o di un reddito disponibile procapite che è cresciuto altrettanto, da 16,787 $ ai prezzi correnti a parità di potere d’acquisto a 26928 $ . Ad una speranza di vita alla nascita, quindi una vita più lunga, da 78 anni a ben 82(dato 2009), un tasso di disoccupazione che era 10,6% e ora è 8,6%(dato 2010), una occupazione che va dal 51,5% al 57,5%(dato 2009). Si dirà che questi dati nascondono un miglioramento medio che non si è verificato per i più poveri. Tuttavia il tasso di povertà(sotto il 40% del reddito mediano) passa dal 9% al 6,6%(metà anni 2000). Un numero di ore lavorate annue per lavoratore che va da 1857 a 1773. Sono dati OCSE. Ci troviamo, inoltre, di fronte ad un paese che ha avuto un periodo di grande stagnazione(tra i peggiori al mondo), non del Regno Unito che ha dimezzato la povertà infantile o dei pesi Scandinavi che sono già tornati ai livelli di crescita pre recessione o Degli USA che hanno dato origine alla stessa, ma sono in condizioni di molto migliori rispetto al 1994.

    Si potebbero scrivere libri interi con indicatori di benessere sui quali dovrebbero riflettere associazioni come Attac o i Cobas, o Mani Tese, o il Contratto mondiale sull’acqua contrarie al commercio mondiale e alla Direttiva Bolkestein, favorevoli a leggi sulla restrizione dell’orario di lavoro come quella francese con il Governo Jospin che ha “bruciato” posti di lavoro. Attac ad esempio propone la Tobin tax, la quale prende il Nome da James Tobin, che nel 1973 scrisse insieme a William Nordhaus un essay intitolato “La crescita è obsoleta?”(Is Growth obsolete?) e che fa sue le prime critiche al PIL dell inventore stesso di questa misura: Simon Kusnets. Lo stesso, che nel 1934 già chiedeva ulteriori indicatori per valutare il benessere, e consigliava di usare il PIL pro-capite con saggiezza, alla ricezione del premio nobel nel ’71 ribadiva come la crescita porti maggiori benefici di quanti ne tolga, ma che una volta ricevuti ci si accorge molto più degli svantaggi dimenticando i primi. Recentemente la Commissione Stiglitz-Fitoussi-Sen ha esplorato ancora più approfonditamente le dimensioni del benessere e Gallup ha intrapreso un grande sforzo per valutare le dimensioni soggettive dello stesso:http://www.well-beingindex.com. Tutte cose ben lontane dalla decrescita che qualcuno invoca.
    Come ho scritto nel mio articolo”tutti vorremmo salvare l’umanità” ma questo non vuole dire che stiamo facendo il necessario per ottenerlo. Per chi vuole davvero migliorare il mondo è il momento di affrontare la realtà, che consta di strutturare le migliori regole per la competizione per assicurare il migliore dei mondi alle future generazioni e non di eliminare il profitto scrivendolo nelle tavole della legge. Questo mi ricorda invece un famoso manifesto: http://www.corriere.it/Primo_Piano/Politica/2006/09_Settembre/28/pop_ricchi.shtml. Che sia questo il vero obbiettivo di queste formazioni politiche.

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