Trent’anni di errori sul fiume Panaro. E ora?

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La situazione in cui versa oggi il fiume è il frutto di decenni di rapina, di abbandono e di interventi a dir poco errati nella sua gestione complessiva” – è un passaggio del testo di presentazione dell’incontro tenutosi a Marano il 20 aprile scorso dedicato a “Il fiume vivente … trent’anni dopo”, iniziativa promossa dall’associazione AmbientInForma (AIF) ed altre associazioni locali (vedi). L’iniziativa, focalizzata sul tratto del medio Panaro (sostanzialmente il tratto che attraversa il territorio dell’Unione Terre di Castelli), ha messo in luce i guasti della cattiva modernizzazione: sfruttamento del fiume per fini economici privati senza preoccupazione per la sostenibilità del lungo periodo (ovvero produzione di ricchezza privata e di danni per la collettività, es. con l’estrazione ghiaia), frammentazione del corso del fiume tramite le traverse in alveo, conseguente erosione ed abbassamento del letto fluviale con relativa alterazione di flora e fauna, inadeguatezza dei dispositivi di amministrazione della tutela e manutenzione (frammentazione delle competenze con conseguente inefficienza del “governo”). Ma se tutto il medio Panaro è in sofferenza, è indubbiamente il tratto vignolese (quello tra il ponte Muratori ed il ponte della ferrovia) il tratto che ha subito gli sconvolgimenti maggiori, tanto da risultare assolutamente irriconoscibile (vedi).

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La costruzione della traversa in alveo a valle del ponte della ferrovia, in sostituzione di quella crollata nell’autunno 2005 (foto del 2 aprile 2010)

[1] Come sta il fiume Panaro? A trent’anni dalla prima relazione ambientale sul Panaro (Il Fiume Vivente, 1986), giovedì 20 aprile, presso il Centro Culturale di Marano sul Panaro, ore 20.30, si è tenuta una conferenza a carattere divulgativo sulle modificazioni naturali e antropiche avvenute nel fiume nel corso degli ultimi trent’anni. A parlarne sono stati tre esperti del settore: il Prof. Giovanni Tosatti – già docente di Geologia Applicata e Ambientale Università di Modena e Reggio Emilia (Evoluzione morfologica e dissesto idrogeologico del bacino del Fiume Panaro); Renzo Rabacchi – Museo Civico di Ecologia e Storia Naturale di Marano s/P. (Gli adattamenti della vegetazione e della flora ai cambiamenti ambientali nel fiume Panaro); Dott. Mauro Ferri – Museo Civico di Ecologia e Storia Naturale di Marano s/P. (Evoluzione della fauna spontanea ed esotica nel fiume Panaro). Il video dell’incontro è disponibile su You Tube (dura complessivamente 3 ore; dal minuto 7.30 Tosatti; dal minuto 56.00 Rabacchi; dal minuto 1.32.00 Ferri).

[2] “Il fiume è un ecosistema complesso, in realtà è da considerarsi a tutti gli effetti una successione di ambienti in costante evoluzione. Greto, terrazzi fluviali, alveo, boschi ripari, ecc, costituiscono nicchie ecologiche di grande interesse per il nostro territorio. Ambiente vitale per la presenza di acqua, corridoio ecologico strategico per la sopravvivenza della biodiversità, il fiume si rivela spesso all’opinione pubblica solo in occasioni tragedie come alluvioni dovute al dissesto idrogeologico” (vedi). Difficile è contestare il fatto che gli interventi degli ultimi decenni su questo “ecosistema complesso” che è il fiume Panaro abbiano prodotto meno qualità ambientale. In realtà la “modernizzazione all’italiana” anche del fiume Panaro e del suo ambiente (non dissimilmente da quanto avvenuto altrove) ha prodotto maggior degrado – tanto dal punto di vista paesaggistico (vedi), quanto dal punto di vista ambientale:

  • la progressiva segmentazione del fiume con le traverse in alveo – negli ultimi anni anche ai fini della produzione idroelettrica (vedi) – sta cambiando la fauna ittica e comunque produce continui processi di accumulo a monte, con conseguente necessità di ricollocazione (o a volte vera e propria “estrazione”) delle ghiaie;
  • gli effetti distruttivi degli interventi di gestione meccanizzata dei boschi ripariali. Ne abbiamo avuto un episodio qualche anno fa sul lato di Savignano (vedi), sebbene non di completa eliminazione della vegetazione arborea, come avvenuto altrove, ma comunque problematico. Nella sua relazione Renzo Rabacchi non ha potuto non riconoscere la problematicità di tali modalità di intervento (seppure non distruttive come su altri torrenti o fiumi della regione): poca attenzione nella salvaguardia delle specie arboree più importanti (es. ontani – positivo che dai ceppi stiano ora ributtando), colonizzazione del sottobosco da parte del “falso indaco”, devastante impatto sulla fauna;
  • i processi di degrado sui margini fluviali conseguenza del mancato governo delle assegnazioni demaniali e del progressivo abbandono di baracche, fino a configurarsi come mini-discariche a cielo aperto – un fenomeno che da tempo caratterizza il tratto vignolese del fiume (vedi). Certo, si è finalmente iniziato l’intervento di pulizia, con i primi 200 metri a ridosso della Rocca (va dato atto all’amministrazione Smeraldi, la prima ad essere intervenuta in questi trent’anni), ma molto, moltissimo, rimane da fare.
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Il Resto del Carlino – Modena, 28 aprile 2017, pag.20.

[3] Nel tratto vignolese i guasti sono più evidenti – qui il fiume è stato sconvolto dalla forte erosione del letto fluviale (provocato dal crollo della traversa a valle del ponte della ferrovia: vedi) e successivamente dal riempimento del nuovo bacino a seguito della costruzione della nuova traversa (con centrale idroelettrica) (vedi). Ma questa vicenda porta alla luce il tema della mancanza di un dispositivo efficace di governo degli interventi sul fiume – non risulta che siano acclarate le responsabilità su quegli interventi fallimentari che hanno lasciato in eredità una fisionomia non riconoscibile del fiume nel tratto vignolese (tra ponte Muratori e ponte della ferrovia). Autorità di bacino, ma troppo distanti dall’utente finale (enti locali e cittadini). Oppure enti locali privi di potere, ma che rinunciano anche troppo facilmente a coordinare la propria azione nel tentativo di darsi un potere. In questo quadro il “contratto di fiume” risulta un progetto velleitario – è bene dirlo con chiarezza. Ed in effetti è rimasto privo di effetti sostanziali. Certo, ha il merito di fungere da segnaposto; di ricordare che ci sarebbe anche questo tema da affrontare. Ma nulla di più. Comunque, di nuovo Renzo Rabacchi, nella sua intervista a Il Resto del Carlino – Modena del 28 aprile scorso, traccia con chiarezza il confine del ‘possibile’: “Non è verosimile pensare di adeguare il letto del fiume: sarebbe un’operazione di proporzioni bibliche ed economicamente inaffrontabile”. D’altro canto gli amministratori della legislatura 2009-2014 hanno pure fallito nella ricerca di finanziamenti europei (vedi). E’ su temi come questo che bisognerebbe registrare una capacità di apprendimento ed elaborazione di chi si propone per il governo della città – invece il nulla. Il sistema politico locale è oramai incapace anche solo di percepire il problema, figurarsi di elaborare una proposta di intervento.

Primo parziale intervento di “pulizia” lungo il Percorso Sole (foto del 29 aprile 2017)

[4] In un post del 2008 ci si chiedeva se il fiume Panaro poteva ancora considerarsi un elemento dell’identità collettiva di questo territorio, per gli abitanti della città di Vignola (vedi). Se si assume una prospettiva storica la risposta non può che essere negativa. Manca anche solo la percezione del fiume – oggi di fatto limitata all’attraversamento (in auto!) del ponte Muratori, dopo che anche il Percorso Sole verso Marano è stato interrotto dall’erosione fluviale e da tre anni è in attesa di essere “riparato” (vedi). Per il resto, almeno nel tratto vignolese, una fitta vegetazione si pone come diaframma tra chi percorre il percorso Natura/percorso Sole ed il fiume. E per fortuna – viste le condizioni del fiume (e relativo profilo di rischio per chi si avvicinasse alle sue rive). Eppure quello del rapporto tra la città ed il “suo” fiume rimane un tema importante, per quanto non affrontato. Meriterebbe un progetto di mobilitazione collettiva – cittadini ed amministratori (uno di quei progetti che risultano impossibili o anche solo impensabili solo finché non ci si prova: vedi). Meriterebbe un progetto di coordinamento forte tra gli enti locali del territorio. Ed un’azione di ricerca di interlocutori veri ai fini del governo del fiume (Regione, Provincia o autorità di bacino), se non per la sua “riqualificazione”, almeno per il suo “mantenimento”.

Percorso Natura interrotto per erosione della sponda fluviale nel tratto verso Marano. E’ così da tre anni (foto del 29 aprile 2017)

PS Qui l’elenco completo degli enti promotori dell’iniziativa del 20 aprile: Museo Civico di Ecologia e Storia Naturale di Marano; AIF-AmbienteInForma; Presidio Paesistico Partecipativo del Contratto di Fiume-Paesaggio del Medio Panaro; Università della Libera età “N.Ginzburg” di Vignola.

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Il Resto del Carlino – Modena, 3 maggio 2017, pag.15.

PPS Su Il Resto del Carlino – Modena del 3 maggio 2017 (pdf) risponde ai rilievi di Renzo Rabacchi nientepopodimeno che l’assessore regionale alle politiche ambientali Paola Gazzolo. E’ davvero stupefacente questa “discesa in campo”. Non solo perché mai nessuno avrebbe pensato che un assessore regionale si sentisse in dovere di “rispondere” (sic) ad un intervento locale. Ma soprattutto perché l’assessore Gazzolo in realtà non risponde affatto. O meglio, offre una risposta così generica e così forzatamente rassicurante (sic) che nulla ha a che vedere con le constatazioni avanzate da Rabacchi sui processi di degrado che hanno modificato (in peggio) il fiume Panaro in questi ultimi trent’anni (almeno nel nostro tratto). Per chi conosce l’evoluzione del tratto vignolese del fiume Panaro è chiaro che qualcosa non ha funzionato (per usare un eufemismo) nel lavoro delle istituzioni preposte alla tutela ed alla manutenzione in questi ultimi decenni. Ma l’assessore Gazzolo, che guarda alla realtà del fiume Panaro da molto lontano, può solo ricordare l’impegno, dal 2014, “sul nodo idraulico modenese di 100 milioni di euro e l’avvio di un sistema articolato di attività”. Buone cose, non c’è dubbio, ma che non cancellano le responsabilità di una gestione fino ad ora inadeguata.

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2 Responses to Trent’anni di errori sul fiume Panaro. E ora?

  1. Andrea Paltrinieri ha detto:

    Su Il Resto del Carlino – Modena del 3 maggio 2017 risponde ai rilievi di Renzo Rabacchi nientepopodimeno che l’assessore regionale alle politiche ambientali Paola Gazzolo. E’ davvero stupefacente questa “discesa in campo”. Non solo perché mai nessuno avrebbe pensato che un assessore regionale si sentisse in dovere di “rispondere” (sic) ad un intervento locale. Ma soprattutto perché l’assessore Gazzolo in realtà non risponde affatto. O meglio, offre una risposta così generica e così forzatamente rassicurante (sic) che nulla ha a che vedere con le constatazioni avanzate da Rabacchi sui processi di degrado che hanno modificato (in peggio) il fiume Panaro in questi ultimi trent’anni (almeno nel nostro tratto).

    Per chi conosce l’evoluzione del tratto vignolese del fiume Panaro è chiaro che qualcosa non ha funzionato (per usare un eufemismo) nel lavoro delle istituzioni preposte alla tutela ed alla manutenzione in questi ultimi decenni. Ma l’assessore Gazzolo, che guarda alla realtà del fiume Panaro da molto lontano, può solo ricordare l’impegno, dal 2014, “sul nodo idraulico modenese di 100 milioni di euro e l’avvio di un sistema articolato di attività”. Buone cose, non c’è dubbio, ma che non cancellano le responsabilità di una gestione fino ad ora inadeguata.

  2. Diana Garofani ha detto:

    Penso esattamente le stesse cose che hai rilevato e, come te, sono stupita di una “discesa in campo” così vuota e, quindi, inopportuna!
    Il nostro bravissimo Rabacchi ,che da tanti anni lavora con passione e sa bene di che cosa sta parlando, si sarà, prima ribaltato dalla sedia poi, dopo aver letto, avrà pensato che la signora nulla sa del Panaro e nulla ha capito di ciò che lui ha chiaramente scritto.

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