Paesaggi del degrado lungo il medio fiume Panaro, di Francesco Uccellari

Ho chiesto a Francesco Uccellari, neo-laureato residente a Guiglia, di scrivere per AmareVignola un breve testo che prenda spunto dalla sua tesi di laurea sui “paesaggi del degrado”, visto che il caso da lui studiato è quello del paesaggio fluviale e perifluviale del fiume Panaro nel tratto tra Spilamberto e Marano (sostanzialmente il tratto interessato dal Contratto di fiume). Francesco mi aveva contattato per avere alcune mie foto utili per la tesi (vedi). Gli ho quindi proposto questo “scambio”, ritenendo che il tema fosse assai interessante per i residenti a Vignola e dintorni. Colgo l’occasione per ringraziarlo e per augurargli buon lavoro.

Il tema da cui sono partito per le ricerche per la mia tesi di laurea è stato quello dei paesaggi del degrado, suscitatomi da una serie di riflessioni che la Regione Emilia-Romagna sta affrontando per adeguare i suoi strumenti di pianificazione agli indirizzi in materia di livello europeo e nazionale. La scelta di occuparmi di un paesaggio vicino alla mia esperienza (sono residente nel comune di Guiglia) è conseguente quindi alla volontà di sperimentare una modalità di ricerca in merito alla trasformazione dei paesaggi contemporanei ed al loro degrado; ho scelto l’ambito del fiume Panaro come “caso studio” in quanto poteva presentare una serie di situazioni-tipo, che mi avrebbero permesso di effettuare diversi ragionamenti.
“Paesaggio designa una determinata parte di territorio, così come è percepita dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni”. La Convenzione Europea del Paesaggio del 2000 definisce così il paesaggio, mentre in seguito viene specificato come oggetto della pianificazione paesaggistica debba essere tutto il territorio, comprendente perciò sia “paesaggi di valore” estetico, ambientale, o storico testimoniale, sia “paesaggi della vita quotidiana” o degradati, caratterizzati da luoghi fortemente modificati dall’uomo, dove prevalgono infrastrutture, aree industriali, aree abbandonate, siti contaminati, ecc. Problema della pianificazione del paesaggio, anche per quanto riguarda la regione Emilia-Romagna, è diventato dalla ratifica della Convenzione Europea (documento di indirizzi per la pianificazione paesaggistica) quello di trovare modalità di studio dei paesaggi, che comprendano non più solo quelli di pregio (come nella precedente concezione vincolistica di tutela e gestione del paesaggio), ma anche quelli degradati, individuando linee guida per la loro riqualificazione. Ciò in assenza però di una definizione di degrado del paesaggio consolidata, che riunisca in sé i differenti approcci disciplinari che se ne occupano. Fornire una bozza di definizione è stato il tentativo della mia tesi e l’ambito del medio corso del fiume Panaro (e delle adiacenti aree perifluviali) è stato il terreno sul quale ho sperimentato le categorie da me elaborate.
Le dimensioni costituenti il degrado del paesaggio che ho applicato allo studio dell’ambito del fiume Panaro sono state essenzialmente tre, corrispondenti ai principali processi che a mio avviso incidono sulla stabilità del paesaggio per come ci si presenta: la “marginalizzazione”, comprendente tutti i fenomeni di abbandono ed inutilizzo di terreni o edifici, di mancanza di manutenzione, di aree prive di una pianificazione; il “disturbo”, comprendente lo sprawl (diffusione sparsa dell’insediamento in ambiti rurali), la diffusione di reti infrastrutturali che “frammentano” il paesaggio (rete viaria, reti elettriche, etc..) e gli elementi in generale che “interferiscono” a livello visivo o a livello di funzioni con il contesto in cui sono inseriti; la “banalizzazione”, intesa come la perdita di complessità di un paesaggio, riscontrabile nella perdita di specie vegetali o animali, nella perdita di tipologie di coltivazioni rurali e di diversità di usi in generale di un territorio o di un centro abitato.
Queste tre macrocategorie di fenomeni individuate a livello teorico, sono state poi applicate all’ambito di studio ed i risultati delle analisi del territorio hanno fatto emergere situazioni di degrado paesaggistico diffuso e in alcuni casi evidente.

Baracche lungo il percorso natura nel comune di Vignola (foto del 10 aprile 2011)

È il caso dell’artificializzazione del corso del fiume Panaro, tramite la costruzione di briglie e l’escavazione che dagli anni ’50 in poi è stata concessa direttamente in alveo o nelle adiacenze del fiume, che hanno contribuito in maniera sempre maggiore al disequilibrio nel deposito dei detriti fluviali ed all’erosione dell’alveo degli ultimi decenni; il fenomeno è sotto gli occhi di tutti (si vedano in particolare i tratti a valle delle briglie di Marano, del ponte di Vignola e in prossimità di quello della ferrovia a Savignano) e causa gravi danni a livello ecologico ed anche di fruizione degli spazi fluviali da parte dei cittadini. È il caso anche delle aree estrattive in generale che contrassegnano il territorio comunale di Savignano e che hanno lasciato e lasceranno tracce profonde nel nostro territorio e dei numerosi canali storici per l’irrigazione che a causa della cementificazione del loro corso hanno perso ogni tipo di rapporto e di funzione ecologica con il loro intorno (vedi ad esempio ampi tratti dei Canali S.Pietro a Vignola e Torbido a Savignano).
Per quanto riguarda fenomeni di abbandono e marginalizzazione, possiamo trovare numerosi casi di fabbricati di rilievo storico testimoniale in stato di incuria o di scarsa valorizzazione, senza dover necessariamente pensare al complesso Sipe-Nobel di Spilamberto, che costituisce un capitolo a sé. Si parla della tenuta del Colombarone o della vecchia fornace di Marano, degli storici mulini di Tavernelle e di Mulino, dell’area produttiva di Melda, sempre a Mulino, solo per fare alcuni esempi. Abbandonati sono anche numerosi terreni rurali: sia aree interstiziali sottratte dall’uso agricolo e non ancora urbanizzate, le quali spesso si trovano in corrispondenza del margine città-campagna e gli appezzamenti abbandonati in seguito ad esproprio presso la nuova Pedemontana; sia le aree di prima quinta collinare, soprattutto nel comune di Savignano, dove l’abbandono di campi precedentemente coltivati ha causato l’avvio di fenomeni di rimboschimento spontaneo. All’interno di questa categoria sono inoltre stati segnalati alcuni manufatti o aree, soprattutto pubblici, che soffrono di mancanza di manutenzione o inutilizzo, come ad esempio il parco fluviale di Marano, altre aree verdi in zona Vignola e le stazioni ferroviarie della suburbana.
I fenomeni che invece ho classificato come “disturbi” all’organizzazione formale e funzionale del paesaggio, sono stati rilevati in un’ampia gamma di elementi: dalla diffusione nelle “basse” di Vignola di nuove lottizzazioni residenziali, in contrasto con la predisposizione allo sfruttamento agricolo che questi ambiti hanno dimostrato, alla realizzazione di nuovi assi viari (riferimento in particolare a quello della Pedemontana) che frammentano il paesaggio; dalla presenza di ambiti produttivi isolati in aree agricole, alla diffusione di insediamenti lineari lungo i principali assi viari paralleli al Panaro (direttrici di via Claudia in territorio Savignanese e via Modenese/via per Spilamberto in riva sinistra idrografica), che contribuiscono ad isolare a livello ecologico il “corridoio” fluviale da aree naturali presenti nell’ambito collinare. In scala minore di “disturbo” parlo anche in riferimento a tutta quella serie di elementi che intralciano il paesaggio dal punto di vista della fruizione estetica, come le numerose linee elettriche ad alta tensione che attraversano ambiti agricoli di pregio, vedi quelli delle “basse” vignolesi e savignanesi, oppure quella serie di installazioni “informali” che si trovano lungo il Percorso Natura tra Vignola e di Spilamberto, baracche e orti, che non sono stati “ordinati” e sistemati come invece avviane in comune di Savignano.
Come fenomeno di “banalizzazione” del paesaggio ho rintracciato da ultimo la scomparsa progressiva di specie tipiche della zona, come ad esempio la “moretta di Vignola”, nella zona delle “basse”.
Questi sono i principali casi di degrado del paesaggio che ho riscontrato nell’ambito, fermo restando che la categorizzazione proposta non è ferrea, ma piuttosto un tentativo di inquadrare e fare ordine all’interno di questa tematica.

L'alveo del fiume Panaro subito a valle del ponte della ferrovia. Risulta evidente l'erosione e lo sprofondamento del letto del fiume (foto del 24 aprile 2011)

Punto fermo invece del mio lavoro di tesi è stato la convinzione che il degrado paesaggistico, quindi il deperire di una configurazione “stabile” del paesaggio, sia un fenomeno in buona parte inevitabile e che, in misura in alcune epoche maggiore ed in altre minore, si presenta ogni volta che una comunità modifica il suo modo di relazionarsi con un territorio. Intento della mia ricerca non era quindi quello di individuare le cause del peggioramento graduale delle condizioni del nostro paesaggio, ma di studiarne quegli elementi di cambiamento che possono invece costituire una potenzialità per il futuro ed individuare quelli che vanno auspicabilmente evitati. Per questo motivo la ricerca si conclude con una serie di indicazioni, di spunti progettuali per il ripensamento del futuro del paesaggio locale.
Questi vanno tutti nella direzione di una riqualificazione delle funzioni ecologiche del paesaggio e nel principio del recupero e valorizzazione del patrimonio immobiliare esistente, piuttosto che nella concessione di nuove aree d’insediamento, soprattutto nel già densamente urbanizzato territorio comunale di Vignola. Ad esempio ciò che propongo è un ripensamento di lungo periodo della configurazione del fiume, che gli restituisca spazio vitale e preveda lo smantellamento delle briglie; a questo scopo potrebbero essere ripensate le aree estrattive perifluviali da rinaturalizzare in territorio savignanese, le quali si presterebbero anche alla realizzazione di un museo all’aria aperta di ecologia, geologia e storia delle comunità locali, similmente a quanto è stato realizzato per il Parco della Cava, nei pressi di Rimini.
Un’idea da riproporre è poi quella del “bosco lineare” in corrispondenza dell’asse della Pedemontana, presente nel Piano delle Strategie dell’Unione (vedi) e che potrebbe essere in parte già realizzata con poco sforzo, sfruttando le numerose aree di risulta createsi ai lati dell’infrastruttura. L’aumento della funzione ecologica potrebbe essere effettuato anche relativamente ai corsi d’acqua minori ed ai canali artificiali, come abbiamo detto troppo spesso cementificati.
Il recupero del patrimonio architettonico di valore potrebbe essere effettuato invece insediandovi nuove funzioni, come ad esempio il centro operativo di un potenziale Osservatorio locale del paesaggio, sfruttando il lavoro e la forza propositiva nata contestualmente all’esperienza del Contratto di Fiume, o incentivandone il recupero al posto di nuove costruzioni. Per quanto riguarda gli ambiti agricoli invece, senza dubbio la strada deve essere quella dell’incentivazione dell’agricoltura tradizionale e di qualità, sensibilizzando anche a questo scopo i coltivatori diretti.
Questi sono solo alcuni piccoli spunti che i fenomeni di trasformazione del paesaggio del medio fiume Panaro mi suggeriscono, che insieme ad altri possono contribuire all’allargamento della discussione attorno al futuro del nostro territorio, nel senso di una sua sempre maggiore vivibilità.

Francesco Uccellari

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