Una cattiva retorica della comunità: non si può proprio far meglio?

Ogni tanto anche a Vignola la lotta politica si accende attorno a questioni simboliche: Babbo Natale (vedi), il crocefisso, la memoria dei caduti. L’ultimo episodio si è avuto nel mese di aprile 2010. Episodio “minore”, in verità. Una polemica tutta giocata a mezzo stampa tra PD e Lega Nord (vedi).  Per l’occasione un comunicato stampa a nome “della maggioranza” (ma utilizzante l’Ufficio Stampa dell’amministrazione comunale!) ha dichiarato: “Offendere la memoria dei caduti vignolesi è offendere la nostra comunità”. Il tema della memoria e dell’uso pubblico della storia – anzi, dell’uso politico della storia – entra così (un poco) rumorosamente nell’arena politica vignolese. Un episodio decisamente minore nella vita cittadina, ma che ha comunque una qualche importanza. Forse più per quello che lascia intendere che per quanto detto esplicitamente. Nel post precedente ho provato a spiegare perché (vedi). Qui vorrei evidenziare le insidie in cui sembra cadere il sindaco stesso (ed il PD locale che si affida per intero ai comunicati stampa dell’amministrazione) nell’utilizzare una retorica della “comunità” che, paradossalmente, sembra ricalcare la retorica leghista.

Il monumento ai caduti della Prima Guerra Mondiali realizzato dallo scultore vignolese Luigi Bondioli nel 1923. In epoca fascista. Ogni coltivazione della memoria ha un progetto (foto del 2 aprile 2010)

[1] L’obiettivo che l’amministrazione comunale guidata dal sindaco Daria Denti si è data – il recupero della “memoria storica” e degli insegnamenti che questa ci consegna – è di grande importanza. E’ in fondo l’obiettivo di fare una comunità più consapevole e, anche tramite ciò, più civile. In passato, da consigliere comunale, ho presentato diversi ordini del giorno e mozioni con questo obiettivo: recuperare la memoria dei momenti tragici del XX secolo nel nostro territorio, inscriverli nel processo faticoso di formazione di una nazione, “usare” questa consapevolezza per promuovere un maggiore senso civico. Bene dunque l’obiettivo di rivitalizzare quelle manifestazioni civili che hanno origine dalla nostra storia recente, spesso tragica (come l’eccidio di Pratomaggiore: vedi) ed anche quello di recuperare la celebrazione di momenti sino ad ora trascurati (come la commemorazione dell’eccedio di Villa Martuzzi). Mi suscita invece qualche perplessità la retorica utilizzata in queste occasioni. Una retorica impiegata anche nella polemica con il consigliere della Lega Nord Simone Pelloni a proposito del monumento ai caduti: “Ancora una volta il PD vuole ribadire a questi personaggi che non esistono compromessi con movimenti che non si basano sui valori della nostra ‘terra’, ma solo sulle paure dei cittadini” (L’Informazione di Modena, 7 aprile 2010).
[2] I valori della nostra terra – a ben guardare questa formula retorica pone qualche problema. Innanzitutto qual è il senso dell’aggettivo possessivo? La nostra terra, le nostre genti.  Qui il “noi” a cui si riferisce il possessivo inevitabilmente introduce una contrapposizione. Un gruppo (noi) è definito in contrapposizione ad un altro (voi, loro). Nostra di chi? Dove stanno i confini? In secondo luogo essa dà un’idea falsa di omogeneità – che invece non c’è mai stata e che non c’è neppure oggi. Davvero la nostra terra (qualunque cosa si intenda con ciò) ha espresso solo valori di civiltà? Detto altrimenti: siamo così sicuri che la nostra salvezza risieda nei “valori” del passato? Alcuni di questi sono assolutamente condivisibili e oggi sono un fondamento della nostra vita civile, ma altri assolutamente no. Questo anche per i valori della “nostra terra”. Perché dunque cancellare questa distinzione? Perché dare un’idea di falsa omogeneità? Questo uso linguistico lo si trova in diversi comunicati dell’amministrazione Denti.  Ad esempio nella lettera ai cittadini in occasione della commemorazione dell’eccidio di Pratomaggiore del 13 febbraio 2010: “Monito che fortunatamente non fermò il desiderio di libertà, uguaglianza, giustizia e democrazia per cui lottarono le nostre genti.” Le “nostre genti”, malauguratamente, erano allora culturalmente e politicamente divise almeno quanto lo sono oggi. Basta prendere in mano una delle tante pubblicazioni di storia locale per rendersene conto. Alle elezioni politiche del 15 maggio 1921 il Partito Fascista a Vignola risultò essere il primo partito (con 584 voti, su 1.417 votanti; tutte le altre formazioni politiche presero meno voti). Piazza Garibaldi si ripempiva di vignolesi, negli anni ’20, per la cerimonia di commemorazione davanti al busto di Aurelio Sanley, segretario del Partito Fascista cittadino, ucciso dalle guardie regie il 26 settembre 1921 a Modena. Il fascismo ottenne anche da noi un vasto consenso (certo accanto ad indifferenza, resistenza passiva, ostilità manifesta). Accanto ai vignolesi che si impegnarono nella Resistenza, ve ne furono altri che aderirono alla Repubblica Sociale Italiana. Anche da noi gli episodi di violenza (non strettamente di guerra) furono diffusi e non solo da una parte. Dunque quali furono “i valori” della “comunità” vignolese di allora? La libertà? La non violenza? La sacralità della vita umana? Uguaglianza tra uomo e donna? E’ tutto questo che ci insegna la “comunità” del passato? Che ci insegnano le “nostre genti”? E’ bene non cancellare le differenze di allora (e di ora)  tramite la retorica della “comunità”, di una comunità. L’espressione “i valori della nostra terra” dice in realtà assai poco. Forse la laboriosità può essere considerato un tratto caratteristico comune. Un valore che ci contraddistingue. Ma in merito ai valori politici, civili, democratici anche la “nostra terra” (e poi quali confini avrebbe questa “terra”?) è stata – e lo è tuttora – caratterizzata da eterogeneità. Semplicemente essa partecipa alla storia tragica della formazione civica dell’Italia. Una formazione civica avvenuta nel XX secolo tramite due guerre mondiali (e le divisioni che esse produssero) e tramite la successiva esperienza repubblicana, pur segnata da alti e bassi (e che la Lega Nord sta provando ad erodere con il suo lavoro di “revisione storica”: vedi). Non è bene disconoscerlo neppure per rispondere agli attacchi della Lega Nord. Parlare dei “valori della nostra terra” (per una finalità politica) è un cattivo artifizio retorico. La retorica delle “nostre genti”, della “nostra comunità” è insopportabile. Così come insopportabile è l’affermazione della Lega Nord che si tratterebbe di “difendere le nostre donne” dalla violenza (così a proposito dell’episodio di violenza sessuale del 5 maggio 2008: vedi). Usandola si commette un errore politico.
[3] Con questa retorica il sindaco Daria Denti e l’amministrazione comunale danno l’idea di una concezione etnica della comunità. Una perfetta affinità con la retorica leghista. Singolare. Lo sguardo rivolto al passato. Una falsa idea di omogeneità “culturale” (mai esistita). La proiezione del male all’esterno, fuori dalla “comunità” invece pura (invece, se c’è una cosa che il XX secolo ci ha insegnato è che “il male” è dentro di noi, come individui, come gruppi: vedi). Si legittima l’idea di una omogeneità culturale e di valori che non c’è mai stata, neppure in quel piccolo paese di provincia che era Vignola (come ci ricorda la nostra storia recente e meno recente). E che non ci sarà mai. Si nasconde il fatto che ciò che, anche a Vignola, dovremmo aver appreso dalla storia del XX secolo, è che al pluralismo ed alla diversità (allora come oggi dati di fatto) occorre far fronte dotandosi di istituzioni di libertà e insieme di convivenza. Ma per fare ciò non è affatto richiesta una omogeneità culturale e di valori (se non per quella parte della cultura che è la cultura civica).
[4] L’integrazione delle società moderne – ci ricorda Jürgen Habermas – non può più realizzarsi per via di un’omogeneità culturale. Che ci piaccia o no, per una serie di ragioni che vanno dalla pervasività dei mass media, ai processi migratori, a più potenti mezzi di trasporto, le nostre società sono culturalmente differenziate. E lo saranno ancora di più domani. Possiamo continuare a parlare di “comunità”, ma si tratta di comunità differenziate, articolate, eterogenee (e solo in misura minore per i processi migratori in atto). Non sarà il vagheggiare una inesistente “comunità” del passato che ci potrà aiutare a fronteggiare questa crescita delle differenze culturali. “Di fronte alla varietà degli interessi in contrasto e al pluralismo delle forme di vita, l’integrazione sociale non può più realizzarsi da sola, e comunque non abbastanza sulla base dei processi informali d’intesa, in quanto viene a mancare lo sfondo di un comune mondo della vita. Le società moderne devono integrarsi su un piano più astratto.” (Habermas J., Solidarietà tra estranei, Guerini e associati, Milano, 1997, p.142: vedi) Questa formula dell’integrazione “più astratta” che Habermas richiama con l’espressione “solidarietà tra estranei” è molto più appropriata a descrivere l’odierna comunità vignolese rispetto a riferimenti a comunità, genti, valori del passato. L’invenzione di “tradizioni” è cosa in cui si cimenta da anni la Lega Nord. Sembra che a Vignola il linguaggio dell’amministrazione comunale (e del PD) paghi un tributo a quella concezione. Davvero non si può far meglio?

2 Responses to Una cattiva retorica della comunità: non si può proprio far meglio?

  1. una perfetta sconosciuta ha detto:

    Penso che la sindaco Denti debba in qualche modo fermarsi a riflettere su molte cose: la prima è che un po’ più di umiltà l’aiuterebbe a commettere meno errori marchiani, sia politicamente che nella gestione quotidiana delle relazioni. A tutti noi è stato insegnato che prima di esprimere concetti importanti dobbiamo sapere bene di cosa parliamo: qualcuno di voi ricorderà una battuta di quel geniaccio di Tamburino (nel cartone di Bambi)”SE NON SAI COSA DIRE E’ MEGLIO CHE STAI ZITTO”. E comunque non se ne può più di questa arrogante sicumera di tali politici, che parlano di radici, tradizioni, e via di seguito come se ignorassero che il mondo è sì accanto a noi, ma è fuori, in continua evoluzione, in un meraviglioso divenire che permetterà all’umanità di continuare sulla via dell’evoluzione.

  2. Andrea Paltrinieri ha detto:

    Cito dal bel libro di Claudio Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza, Bollati Boringhieri, Torino, 1991 (uso la ristampa del 2009), p.222: “nel volume delle Opere di Togliatti relativo agli anni 1944-55 le parole ‘guerra civile’ non compaiono mai, tanto era forte nel leader comunista la volontà di accreditare il proprio partito come partito nazionale. Questa esigenza collimava con la propensione largamente diffusa a occultare il dato elementare che ‘anche i fascisti, nonostante tutto, erano italiani’.” Ecco, sono gli usi politici della storia di cui, anche da noi, in Italia, c’è una lunga tradizione. Nel leggere questo brano mi è venuto in mente quanto avevo scritto in questo post a proposito di una melensa e falsa retorica della “comunità” esibita dal sindaco Daria Denti, come se, appunto, la comunità fosse sempre un tutt’uno ed il “nemico” od il “male” fosse sempre qualcosa di esterno. Io davvero non so spiegarmi come si possa oggi, ancor più in chi si reputa appartenente ad un partito di sinistra, proporre una tale rappresentazione della realtà. Mi sembra innanzitutto un modo stupido di descrivere la nostra storia. Stupido perché, oltre che falso, sappiamo da tempo che non esiste alcuna comunità culturalmente omogenea. Neppure quella delle tribù “primitive” disperse ed isolate nelle foreste equatoriali! Figurarsi le nostre del XIX e XX secolo. In effetti, come ricordavo nel post: “Alle elezioni politiche del 15 maggio 1921 il Partito Fascista a Vignola risultò essere il primo partito (con 584 voti, su 1.417 votanti; tutte le altre formazioni politiche presero meno voti). Piazza Garibaldi si ripempiva di vignolesi, negli anni ’20, per la cerimonia di commemorazione davanti al busto di Aurelio Sanley, segretario del Partito Fascista cittadino, ucciso dalle guardie regie il 26 settembre 1921 a Modena. Il fascismo ottenne anche da noi un vasto consenso (certo accanto ad indifferenza, resistenza passiva, ostilità manifesta).” Sono cose che invece dobbiamo dir-CI e ricordar-CI, specie se vogliamo dare un contributo al progresso morale e civile della nostra “comunità” (qualsiasi cosa si intenda con questa espressione). Che proprio il “primo cittadino” manchi il bersaglio è per me segno della povertà culturale delle figure politiche prodotte da questo partito (il PD).

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