La fusione dei comuni offre una chances per questo territorio?

Sono da tempo finiti gli anni in cui fare l’amministratore comunale voleva dire tagliare nastri e fare inaugurazioni. Oggi, purtroppo, gli amministratori sono chiamati a decidere dove applicare i tagli alla spesa, ovvero quali servizi od interventi ridimensionare o tagliare del tutto. Già per il 2010 è stato difficile definire il bilancio di previsione dell’Unione Terre di Castelli (e dei Comuni) – ed in effetti è a breve prevista una “manovra correttiva” per recuperare la mancata riduzione della spesa che la Giunta dell’Unione contava di conseguire con il trasferimento delle funzioni di “scodellamento” al personale scolastico (salvo dover fare retromarcia, non da ultimo per il modo maldestro con cui ha gestito la vicenda). Ulteriori riduzioni dei trasferimenti dallo stato (ed abbassamenti dei tetti alla spesa dei comuni) sono previste per il 2011 e 2012 a seguito del Decreto Legge n.78/2010 che impone tagli per 4 miliardi di euro in due anni per i Comuni (oltre a tagli per diversi miliardi ancora per Regioni e Province; le “correzioni” alla manovra vengono presentate oggi alla Conferenza Stato-Città, ma unanime è la valutazione fortemente critica degli amministratori locali ed anche dell’ANCI). Insomma, per certo sappiamo che l’operazione di downsizing dei comuni è solo all’inizio. D’altro canto il debito pubblico sale verso quota 120% del PIL e da dieci anni a questa parte l’Italia ha un’economia a “crescita zero” (o quasi). In questa situazione è altamente probabile che si proceda a tagliare la spesa pubblica, non con interventi spot, ma in modo costante anno dopo anno. Può fare qualcosa la politica locale? Ad esempio, può avere senso prendere in considerazione l’ipotesi di una ricerca di maggiore “efficienza” della macchina amministrativa tramite la fusione dei comuni (anche solo di una parte) dell’Unione Terre di Castelli? Può fare la differenza cercare di “recuperare” risorse oggi impiegate per l’apparato politico-amministrativo così da poterle impiegare sul fronte dei servizi o degli interventi per imprese e cittadini? Sono domande a cui non so rispondere, ma che è bene non eludere. Forse non escludere a priori questa ipotesi, certo assai complessa, potrebbe offrire una chances in più per questo territorio. Vediamo.

Il Municipio di Savignano e la caratteristica sagoma della "Venere" (foto del 6 marzo 2010)

[1] Occorre innanzitutto riconoscere che nei comuni dell’Unione, come altrove, le difficoltà finanziarie hanno già intaccato l’erogazione di servizi. Per i “centri estivi”, ad esempio, si è abbandonata la gestione diretta per affidarsi ad “agenzie” (parrocchie, associazioni, ecc.) che possono garantire un servizio non dissimile. Che cosa succederà per questo servizio in termini di quantità di utenti (sono garantiti gli stessi posti del 2009?) e di qualità del servizio lo si saprà solo a posteriori, e forse neppure in modo chiaro e completo (non risulta, ad esempio, che sia stato predisposto un sistema particolare di monitoraggio della qualità – cosa che andrebbe sempre fatta, ancora di più in caso di esternalizzazione della gestione). Centro per le famiglie e politiche giovanili sembrano essersi salvati in extremis, anche per la mobilitazione di qualche amministratore (ed ex-amministratore) più sensibile verso questi fronti d’intervento. Ma il problema delle risorse per loro si riproporrà il prossimo anno. E’ stata annunciata una riduzione di budget per il PoesiaFestival 2010. In aggiunta diversi comuni hanno ridotto la spesa per le politiche culturali e qualche manifestazione è saltata del tutto (notizie di CineFestivalDoc?). Gli amministratori locali hanno di fronte due possibili strade: attrezzarsi per gestire al meglio questo processo di downsizing cercando di fronteggiare la progressiva riduzione della spesa spesa con un incremento di efficienza ed il taglio delle voci a “minore valore” per la comunità, cercando comunque di mantenere il consenso. Oppure ricercare soluzioni meno “continuiste”, puntando su innovazioni più radicali. Nel 2002 questa strada è stata percorsa con la costituzione dell’Unione di comuni (allora) più grande d’Italia. Nella legislatura 2009-2014 potrebbe essere sviluppata l’ipotesi della fusione dei comuni? Vignola, Spilamberto, Savignano, Castelvetro, Castelnuovo – mi limito ai 5 comuni fondatori dell’Unione Terre di Castelli – che si trasformano in un unico Comune? In realtà questa seconda strada è oggi del tutto ipotetica. Non possiamo cioè dire che esiste. Anzi, è decisamente improbabile. Il quesito è: ci sono buoni argomenti per escluderla del tutto? Sappiamo già che non porterebbe vantaggi reali? O che è impraticabile? Questo è il tema.

Spilamberto: il caratteristico torrione con l'orologio (foto del 7 novembre 2009)

[2] Vi sono da tempo ragioni evidenti che dovrebbero spingere ad un ridisegno dei Comuni. 8.100 comuni in Italia sono troppi. La stragrande maggioranza di essi ha piccole dimensioni (più del 70% ha meno di 5.000 abitanti), inadeguate per gestire servizi complessi come quelli di cui i cittadini, le imprese, il territorio hanno bisogno. Ma il tema è politicamente impegnativo e dunque non viene affrontato. Il governo di centrodestra aveva in programma la soppressione delle province. Anche di questo non si farà niente. Non verranno toccate neppure le province di piccole dimensioni (quelle con meno di 200.000 abitanti). La Lega Nord si è messa di traverso. In assenza di un disegno sistematico di riordino degli enti locali le operazioni di “razionalizzazione” sono lasciate dunque alla volontà delle amministrazioni locali, eventualmente con l’ausilio di incentivi finanziari (anche questi in forte riduzione, però). Questo in Italia. Altrove qualcosa di più è stato fatto. In Danimarca, ad esempio, nel 1967 i Comuni sono stati ridotti da 1.378 a 277.  In Gran Bretagna, nei primi anni Settanta, sono stati ridotti i distretti: da 1.549 a 522. In Belgio i Comuni vengono ridotti da 2.353 a 596. Nell’allora Germania occidentale da 14.338 a 8.414. Nel 1971, anche la Francia riduce di un migliaio di unità i suoi 37.708 Comuni, proseguendo poi attraverso politiche di intercomunalità. In Italia sono mancate politiche nazionali di “razionalizzazione” degli enti locali. Anzi, il processo è andato in direzione opposta: i comuni erano 7.314 nel 1931, sono 8.100 oggi. Solo di recente si è mosso qualcosa, ma sempre e solo con carattere “volontaristico” (sono gli amministratori locali che promuovono volontariamente nuove forme di intercomunalità – associazioni od unioni di Comuni – o di fusione). Però qualcosa si muove! Negli ultimi 15 anni sono nati 8 nuovi comuni frutto dell’accorpamento di 21 precedenti enti. 6 delle 8 fusioni sono avvenute dall’unione di 2 soli comuni. Le restanti due hanno messo assieme, rispettivamente, 3 e 6 comuni. L’ultima di queste, in ordine di tempo (è operativa dall’1 gennaio 2010), riguarda il Comune di Ledro, in provincia di Trento, dove, appunto, 6 precedenti comuni (Bezzecca, Concei, Molina di Ledro, Pieve di Ledro, Tiarno di Sopra, Tiarno di Sotto) si sono uniti dando vita ad un unico nuovo comune (vedi). Queste esperienze riguardano in genere comuni di piccole dimensioni. Solo 3 dei 21 comuni coinvolti hanno più di 5.000 abitanti (dei restanti 18, però, 10 hanno meno di 1.000 abitanti). Questo però non è automaticamente un argomento valido contro la fusione dei Comuni dell’Unione Terre di Castelli. La stessa cosa, infatti, valeva per le Unioni di comuni. Anche le forme “associative” erano infatti promosse soprattutto nei confronti di piccoli comuni. La costituzione dell’Unione Terre di Castelli, nel 2002, ha dato vita all’Unione di comuni più grande per popolazione servita (circa 65.000 abitanti) e più significativa per quantità e qualità dei servizi trasferiti. Una fusione di comuni può dunque avere senso, forse, anche in una realtà di comuni non piccoli come quella dell’Unione Terre di Castelli (sempre limitandomi ai 5 comuni originari, si va da Vignola: 24.500 abitanti a Savignano: 9.500 abitanti). Questo è quanto dovrebbe diventare oggetto di uno “studio di fattibilità”. Sarebbe il segno di amministratori locali che non giocano solo sulla difensiva, ma provano a fare, per davvero, gli amministratori.

Il centro storico di Castelvetro (foto del 27 marzo 2008)

In effetti occorre osservare che qualcosa si sta muovendo anche in Emilia-Romagna. Sino ad ora nella nostra regione non sono state realizzate  fusioni di comuni. Ma alcune realtà si stanno preparando a compiere questo passo. I comuni di Polesine e Zibello (assieme fanno 3.500 abitanti), in provincia di Parma, hanno affidato l’incarico per uno studio all’Università (vedi). Significativamente l’ipotesi della fusione ha ottenuto la “benedizione” anche da parte di consiglieri regionali di PDL (Luigi Giuseppe Villani) e Lega Nord (Roberto Corradi). Quest’ultimo afferma: “Ci fa piacere che a Parma parta questo modello, che supera sterili campanilismi. Siamo convinti che sia un esempio da esportare” (vedi). Anche nel comprensorio imolese si sta studiando l’ipotesi della fusione di 4 comuni (per circa 9.000 abitanti complessivi), in questo caso non piccolissimi (si va dai 3.100 abitanti di Borgo Tossignano ai 1.300 di Castel del Rio): Casalfiumanese, Borgo Tossignano, Castel del Rio e Fontanelice (vedi). E nella stessa direzione marciano 3 comuni della provincia di Forlì-Cesena, quelli dell’Unione dei Comuni del Rubicone: Gatteo, San Mauro Pascoli e Savignano sul Rubicone. Anche qui si sta studiando la fusione dei 3 comuni – un’operazione che coinvolgerebbe oltre 30.000 abitanti (dai 14.800 di Savignano sul Rubicone ai 6.800 di Gatteo) (vedi). Ovviamente la possibilità della fusione non significa automaticamente convenienza e, a sua volta, convenienza non significa automaticamente fattibilità. E’ comunque un dato di fatto che dopo anni di immobilismo le amministrazioni si muovono. Con cautela, ma si muovono. Perché dunque non “esplorare” questo scenario anche qui da noi? Perché non avviare uno studio di fattibilità sulla fusione di più comuni (lasciamo per il momento imprecisato se si tratta di 5, di 8 o di un numero diverso ancora).

Villa Tosi-Bellucci, oggi sede municipale di Vignola (foto del 2 aprile 2010)

[3] In realtà qualcosa si muove anche qui. Faticosamente, ma si muove. Un giovane consigliere comunale di Spilamberto (Umberto Costantini, del PD), anche consigliere dell’Unione Terre di Castelli, ha lanciato una proposta. Innanzitutto si è rivolto ai “colleghi” della sua generazione che risiedono nel Consiglio dell’Unione e che sono distribuiti sia nelle file di maggioranza che in quelle dell’opposizione. Con una proposta: avanzare insieme l’idea di uno studio sulla fusione dei comuni: Spilamberto, Vignola, Savignano & C. Proposta illustrata con un post, dal titolo significativo “oltre il ponte”, sul suo blog (vedi). All’interno del PD mi risulta che l’idea sia stata accolta in modo differenziato: da qualcuno con favore, da altri con freddezza. L’ipotesi della “fusione” in effetti non è semplice anche solo da approfondire. Figuriamoci da realizzare! Occorre innanzitutto verificare quali benefici porterebbe dal punto di vista della “razionalizzazione” amministrativa (libera davvero risorse che potrebbero essere spostate sui servizi?). Occorre ripensare i meccanismi di governance, di rendicontazione, di informazione su una nuova scala territoriale. Occorre ripensare il meccanismo della rappresentanza, visto che rispetto ai consigli comunali di oggi se ne avrà uno solo (con un solo sindaco ed una sola giunta). Occorre verificare la “fattibilità politica” di un tale percorso (qualcuno potrebbe strumentalmente mettersi a difesa dei “campanili”). Occorre simulare la formazione del nuovo consiglio comunale (che avrebbe plausibilmente 30 consiglieri comunali – lo stesso numero del Comune di Carpi). Se il PD fosse un partito coraggioso – ed è tutto da dimostrare che lo sia – apprezzerebbe l’iniziativa del consigliere Costantini. Anzi, gli darebbe il mandato di procedere oltre, seguendo l’idea originaria. Gli chiederebbe di parlarne con i giovani colleghi della maggioranza e dell’opposizione, nel tentativo di arrivare ad una proposta condivisa in modo trasversale (anche da noi un antecedente positivo c’è: il consigliere PDL di Vignola Giancarlo Ceci si è espresso più volte a favore della fusione dei comuni, prefigurando nel “comune unico” lo sbocco dell’esperienza dell’Unione). E lo aiuterebbe a formulare un ordine del giorno, da portare nel prossimo Consiglio dell’Unione, per dare avvio ad uno studio serio – uno studio di fattibilità – sui pro e contro dell’ipotesi fusione dei comuni. Uno studio che, a fronte di risultanze positive, dovrebbe essere usato per aprire il dibattito sul territorio. Per evidenziare le chances che una tale mossa aprirebbe per la “valle del Panaro” ed i suoi abitanti. La mia impressione è che non se ne farà nulla. Lo vedremo presto.

La Rocca medioevale di Vignola (foto del 17 giugno 2010)

PS Sul tema delle politiche di intercomunalità si veda la parte introduttiva dello studio commissionato dall’Unione Terre di Castelli all’Istituto Cattaneo di Bologna e coordinato da Gianfranco Baldini dell’Università di Bologna (vedi). Sulle fusioni di comuni sono debitore di informazioni da parte di Alessandro Pirani (qui il profilo su Linkedin), consulente di C.O. Gruppo.

5 Responses to La fusione dei comuni offre una chances per questo territorio?

  1. VIOLA ha detto:

    I Comuni e di conseguenza l’Unione, non hanno soldi per fornire i servizi sociali essenziali per i nostri bambini e ragazzi nelle delicate fascie d’età dell’infanzia e adolescenza, però trovano soldi per iniziative di carattere culturale di nicchia come ad esempio JAZZ IN IT, stanziando € 40000,00 (+ concessione gratuita degli spazi + consulenza tecnico-logistica + esenzione tasse affissione) …. E’ un bene per la colletività favorire la diffusione di iniziative culturali, ma, secondo me, dopo aver fatto fronte a bisogni primari……a voi i commenti.

  2. Fulvio Mezzanotte ha detto:

    Ho letto oggi su “Carlino Modena” la sua idea di proporre l’istituzione di un unico comune fra Vignola, Spilamberto, Savignano s. P. e Marano e mi trova in totale accordo; già una ventina di anni fa feci la proposta all’allora Sindaco di Vignola Gino Quartieri ed ebbi occasione di scriverlo anche su un mio foglio “Al Braghér”.
    L’idea mi venne quando ero in ferie in Calabria; mi trovavo ad una sagra a Nicastro e venni a sapere che da un lato della strada c’era il Comune di Nicastro e dall’altro lato il Comune di Sanbiase.
    Le amministrazioni raggiunsero l’accordo di creare un unico comune: oggi chiamato Lamezia Terme.
    Il campanilismo fu superato senza creare problemi; ritengo quindi meritevole la sua proposta che potrebbe portare anche ad un risparmio di risorse economiche che potrebbero essere utilizzate per potenziare altri servizi. Cordialmente. Fulvio Mezzanotte

    • Andrea Paltrinieri ha detto:

      Ciao Fulvio. L’intervento su Il Resto del Carlino di oggi è in realtà di Umberto Costantini, giovane consigliere (23 anni) del PD di Spilamberto che ha avuto sia l’idea, sia il coraggio di esporla pubblicamente, sia la tenacia di insistere perché questa proposta venga almeno messa in agenda nelle sedi istituzionali. Ovvero se ne possa almeno discutere. All’interno del PD, in effetti, la proposta ha avuto un’accoglienza differenziata: dallo scetticismo, all’interesse, alla curiosità. Per me è comunque una gran cosa che la proposta sia stata avanzata da un ragazzo di 23 anni. Un ragazzo che unisce la preoccupazione per il SUO futuro alla preoccupazione per il futuro di questo territorio. Qui non c’é tattica. Non c’é calcolo di interesse (ad essere preoccupato sarà, semmai, qualche sindaco od aspirante sindaco, visto che, se la proposta diverrà concreta, si ridurrà il numero delle poltrone disponibili – uso questo linguaggio un po’ sbrigativo solo perché ci si intende subito). C’é invece la consapevolezza che occorre davvero pensarle tutte (e poi essere bravi a realizzarle) per costruire un surplus di chances per questo territorio. Altrimenti destinato ad un lento declino sia perché questo oggi sembra essere il destino dell’intero paese-Italia, ma anche perché in questi ultimi anni sono stati ridisegnati i rapporti “di potere” tra centro e periferia (forse qualche amministratore non se n’é ancora accorto), però a vantaggio del “centro”. Il fatto è, però, che noi siamo “periferia”. In ogni caso: tanto di cappello al consigliere Umberto Costantini! Ce ne fossero di più di consiglieri capaci di pensare con la loro testa e poi di fare!

  3. Andrea Paltrinieri ha detto:

    Le prime reazioni di amministratori del PD locale non si sono fatte attendere. E sono di segno negativo. Fortemente negativo. Per ora si registrano le posizioni del sindaco di Castelvetro, Giorgio Montanari, e del sindaco di Marano, Emilia Muratori:
    http://www.sassuolo2000.com/2011/01/14/fusione-di-comuni-il-sindaco-di-castelvetro-montanari-no-grazie/
    Faccio solo un’osservazione veloce su uno dei passaggi della dichiarazione di Montanari, laddove fa riferimento alla “necessità di un buon metodo, collegato al dibattito politico e di merito, che non può trovare immediato spazio sui mezzi di comunicazione”. Non mi sembra che sia questo il caso. Umberto Costantini ha avanzato la sua proposta in sedi di partito per la prima volta nell’estate 2010. Ne ha parlato in seguito di nuovo in sedi di partito, a Spilamberto e nell’Unione. Dopo 6 mesi chiede NON che si decida sulla fusione dei comuni, ma che si avvii uno studio di fattibilità per capire se e quali possono essere le convenienze. Ovvero i costi/benefici di una tale operazione. Posso capire che il sindaco Montanari sia disturbato da tanta irruenza. Ma il consigliere Costantini sta chiedendo di fare un’analisi seria del tema. Che magari produrrà risultati che potranno convincere tutti che quella della “fusione” non è una strada utilmente percorribile. Oppure no. Ad una tale richiesta si può rispondere in due modi. Con l’arroganza di chi ha già una SUA risposta che ritiene valida indipendentemente dai risultati di studi ed analisi approfondite (che appunto ancora NON ci sono). Oppure prendendo sul serio l’interrogativo e lasciando allo studio – certo anche all’intelligenza politica che lo guiderà – il compito di fornire una risposta. Su un tema così serio, sarebbe bene non incartarsi immediatamente in tatticismi.

  4. Roberto Adani ha detto:

    Il tema delle aggregazioni di comuni è un tema che non può essere affrontato al di fuori di un progetto di riassetto istituzionale generale. Il tema principale infatti non è fondere i comuni per spendere meno. Ma al limite fondere i comuni perchè siano realmente capaci di governare il territorio e promuovere sviluppo sia economico che sociale. A che servono dei comuni che riducono tutte le spese, consulenze, progetti, personale, servizi ma poi sono residuali e inefficaci nel creare occasioni di sviluppo e di crescita soprattutto per i giovani e le famiglie e le imprese. Si può spendere poco ma spendere molto male semplicemente perchè non si raggiungono risultati importanti per il territorio che si vorrebbe governare. Certo che è fondamentale non sprecare, ma ancora più importante è avere idee, progetti, metterli in campo, attivare su di essi tutte le risorse disponibili su un territorio e in questo modo dare un supporto decisivo alla capacità di cavarsela in questo mondo sempre più complesso e competitivo in cui persone e aziende devono comunque cimentarsi. Allora è importante capire se la fusione di comuni consente di contare di più, raggiungere risultati migliori, sviluppare progetti più innovativi, essere più autonomi e capaci di determinare il futuro della propria comunità. Per farmi capire, il comune di Carpi, che ha un territorio e una popolazione paragonabile a quella dei cinque comuni di pianura dell’unione, non ha servizi più efficienti dei nostri, essi sono in quantità paragonabili ai nostri e non costano meno. Anche le spese generali non si discostano significativamente (anzi spesso sono superiori) a quelle dei nostri servizi. Unica differenza dal punto di vista dei costi: hanno un solo consiglio comunale e un solo sindaco invece di 5 consigli e cinque sindaci. Stiamo parlando di spendere 100.000 euro (Carpi) invece di spenderne 200.000 (i 5 comuni) . Ma i comuni governano risorse (dirette e indirette) che superano tranquillamente i 100 milioni di euro. Producono direttamente e indirettamente migliaia di posti di lavoro. Possono fare risparmiare o guadagnare ad un impresa del territorio quei 100.000 euro con una sola decisione. Spero quindi che non si stia parlando di questo, quelle dei costi della politica (almeno a livello locale) e degli sprechi per consulenze, progetti, servizi lasciamolo come specchietto per le allodole alla lega nord. Se invece ragioniamo seriamente, Carpi conta molto di più di noi quando si parla di ospedale e di sanità, di infrastrutture, di trasporto pubblico e di investimenti, di scuola e di formazione. Carpi è uno di quei territori che ha superato quasi indenne una crisi epocale del settore tessile. Carpi pianifica e governa il territorio in modo omogeneo e uniforme. Quando il sindaco di Carpi si confronta con le altre istituzioni o con la sua realtà economica ha un peso specifico molto superiore al nostro. Carpi ha uffici che per dimensioni e pluralità di competenze possono sviluppare progetti ambiziosi e innovativi. Carpi può pagare i propri dirigenti di più, e spendere paradossalmente di più per questo tipo di personale, ma porta via ai comuni più piccoli i migliori. Ma comunque tutto questo non sarebbe ancora sufficiente se non si considerasse un progetto di fusione all’interno di una riforma strategica istituzionale. Uso sempre l’esempio di Carpi, a un comune di queste dimensioni e organizzazione possono essere trasferite quasi tutte le competenze gestionali che oggi sono in capo a provincia e regione con la tranquillità che saprà gestirle da una posizione molto più vicina al cittadino e con un controllo da parte di quest’ultimo molto più efficace e puntuale. La Germania ha fuso i comuni nell’immediato dopoguerra, la Francia ha scelto la via delle Unioni di Comuni. La Francia ha la miglior amministrazione pubblica del mondo, la Germania ce l’ha di ottimo livello ma tornasse indietro non seguirebbe la strada della fusione, ma quella delle unioni, come è stato d’altra parte documentato da alcuni studi della comunità europea al riguardo. La Spagna ha scelto una via intermedia, le province trasferiscono le loro competenze ai comuni tutte le volte che i comuni si associano in unione e raggiungono una soglia minima. Tutti, proprio tutti, hanno scelto di accompagnare i processi di aggregazione con autonomia finanziaria (perchè senza risorse si può fare forse poesia ma non sviluppo di un territorio) ma soprattutto con competenze e poteri aggiuntivi (e questo non costerebbe niente anzi sarebbe il vero risparmio). Cominciamo a smantellare buona parte delle ciclopiche strutture regionali che invece di pianificare e legiferare in realtà gestiscono servizi e inducono vincoli e costi rilevanti su questi ultimi (altrochè vitalizio dei consiglieri regionali), smantelliamo le attuali competenze della provincia che sono quasi sempre sovrapposte a quelle dei comuni. Alle province magari diamogli quelle degli organismi statali decentrati, agenzia del territorio, prefetture, questure, servizi idrografici, consorzi, agenzie varie e queste chiudiamole tutte. A parità di spesa trasferiamo risorse e personale e faremo una rivoluzione in questo paese liberando tante di quelle risorse che nemmeno ce l’aspettiamo. Il tutto per una semplice ragione, che quando ci si avvicina molto ai cittadini e si deve rispondere loro direttamente quotidianamente l’amministrazione ha performance tante volte superiori a quelle degli stessi privati , come del resto testimoniato dal fatto che gli stessi cittadini tra un servizio pubblico comunale (asilo, casa protetta…) e uno privato o non fanno differenza o prediligono quello pubblico. Ecco, di tutto questo nella tanto agognata riforma federale dello stato italiano made in Calderoli non troverete quasi nulla. D’altra parte da una cultura che pensa che la riforma dell’amministrazione pubblica siano, le auto blu che i comuni come il nostri non hanno mai avuto, le consulenze per sviluppare progetti avanzati con cui recuperare enormi risorse se confrontate alla spesa, o il taglio del 10% dei gettoni dei consiglieri comunali avremo un amministrazione pubblica che costerà forse un pò meno ma che non funzionerà e non servirà a nulla e che quindi si avrà ragione a smantellarla un pezzettino alla volta. Io non sono contrario alla fusione, se non siamo capaci di far apprezzare e far funzionare al meglio l’unione può essere anche una buona strada. Ma il tema, lo possiamo rimandare fin che si vuole, sarà sempre per fare cosa, con quali risorse e per quali risultati. Quindi sono contento che sia stato un giovane consigliere ad accendere anche con coraggio la miccia. Ma è tempo di riforme, ambiziose, controcorrente, profonde non di lifting superficiali. Altrimenti anche di un grande comune ce ne faremo ben poco se non sarà lo strumento per portare nuovi poteri il più vicino possibile ai cittadini, per valorizzare i migliori, per sviluppare progetti ambizioni, per recuperare risorse straordinarie, per promuovere territorio e persone nel migliore dei modi, banalmente per governare e farsi valutare senza alibi dai cittadini. Ma questo un pò spaventa tutti, senza distinzione politica.

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