Vignola e il verde urbano, di Enzo Cavani e Simona Plessi

Il “verde” in città: una presenza scontata, potremmo dire, e come tale per molti priva di un’identità definita. Una convenzione? Una necessità? Un’abitudine? Un fastidio? Per noi, semplicemente (!), il “verde” in città è un patrimonio: un patrimonio, vivo, di salute e bellezza. Se tale può ritenersi, esso deve essere oggetto di costante attenzione e responsabilità da parte di coloro che ne hanno la gestione a livello istituzionale e dei singoli cittadini. Vignola è un piccolo territorio comunale. Conseguentemente, il suo patrimonio “verde” ha dimensioni limitate: questo, ai nostri occhi, lo rende ancor più prezioso.
Tutto, o quasi, il “verde” di Vignola è legato al sistema urbano; possiamo escludere alcuni tratti di fiume e lembi di collina, che godono di una qualche libertà naturale, sebbene non sempre di una protezione adeguata. Parliamo quindi di parchi (probabilmente è una forzatura definirli tali) e giardini. Se rivolgiamo uno sguardo, anche rapido, alle diverse realtà, non possiamo non rilevare che ci troviamo di fronte a impianti quasi sempre poco equilibrati: spazi ristretti destinati ad alberi d’alto fusto e di chioma (teoricamente) espansa, piantagioni troppo ravvicinate, essenze non idonee a suoli e clima del territorio (fin dove arriva la competenza dei vivaisti?)…

Potature "radicali" di alberi davanti alla sede del Distretto sanitario, in via Libertà (foto del 3 novembre 2010)

Nonostante gli evidenti limiti strutturali, si tratta di un patrimonio vivo, ripetiamo, che va rispettato e conservato: rispettato nelle sue esigenze intrinseche, che in un contesto di civiltà, si armonizzano con le esigenze della cittadinanza. Mai va dimenticato che alberi e arbusti instancabilmente, giorno dopo giorno, minuto dopo minuto, depurano l’aria, trattengono l’acqua piovana, mitigano gli eccessi della temperatura, riducono l’inquinamento acustico e regalano allo sguardo il benessere del bello.
Quindi: salvaguardia dell’esistente, senza sacrifici dettati da opportunità occasionali; cura delle piante (e per cura intendiamo attenzione alle condizioni vegetative, interventi di manutenzione non invasivi ed eliminazione, quando è possibile, di patologie e di eventuali cause di stress), che non comporta oneri gravosi sul piano finanziario e che nulla ha a che fare con le  potature sconsiderate, quelle sì costose, che ogni anno devastano spazi pubblici e privati, in contrasto con ragioni di necessità e di buon senso. Infine, corretta impostazione ecologica e agronomica dei nuovi impianti.
Un’annotazione sulla vegetazione spontanea che, qua e là, riesce a insediarsi nel nostro Comune: ci ha colpito l’abbattimento totale di un boschetto di robinie, con esemplari di ragguardevoli dimensioni, lungo il “Gessiere” (in direzione Castelvetro, poco prima della svolta per Campiglio, accanto – non c’è ironia, solo rammarico – all’“eco-mostro” costruito dentro la collina). Non ne conosciamo i motivi – qualche domanda l’abbiamo posta, ma è così difficile ricevere risposte convincenti – e non vogliamo formulare ipotesi maliziose. Semplicemente non capiamo. In quel luogo si era formata nel tempo una folta boscaglia di robinie, con esemplari di misure ragguardevoli, un modesto habitat naturale che ospitava flora e fauna. La robinia, si sa, è invasiva e, nella competizione con altre specie, risulta quasi sempre dominante; per questo e per il fatto che viene considerata ancora un esotismo, anche se è arrivata in Europa da più di trecento anni, non gode di buona fama. Bisogna però sottolineare che in aree marginali, come quella in oggetto, o degradate essa è la benvenuta, costituendo un presidio di grande efficacia contro l’erosione.

La costa del "gessiere" dopo l'eliminazione delle robinie sorte spontaneamente. Sulla sinistra, costruita dentro la collina, la casa "eco-mostro" (foto del 26 settembre 2010)

“Verde” pubblico e “verde” privato: non mondi separati, bensì un continuum, che, pur nel rispetto della libertà del cittadino, deve essere tutelato nella sua configurazione unitaria. Quando il “verde” privato diventa parte integrante del paesaggio e dà impronta alla fisionomia di un luogo, assume la connotazione di bene comune, e come tale va salvaguardato. In un’analisi veloce dello sviluppo edilizio di Vignola possiamo evidenziare la costruzione, all’esterno del centro storico – siamo ancora nel secolo XIX – di alcune residenze di famiglie facoltose, con parchi di notevole estensione (Villa Trenti, Villa Tosi Bellucci). Quanto è sopravvissuto costituisce oggigiorno la parte più importante del “verde” pubblico del paese. Agli inizi del Novecento nelle aree circostanti furono edificate altre ville con ampi giardini, fino ad arrivare agli anni del dopoguerra e del boom economico, in cui si formarono i quartieri della prima periferia di Vignola. Lo spazio riservato al “verde” andava via via riducendosi, pur costituendo ancora un elemento di continuità nel panorama urbano. Questo verde diffuso, nonostante la scelta discutibile delle essenze utilizzate, dettata da suggestioni estemporanee e non da conoscenze floristiche, ha sottomesso un’edilizia incolore ed è diventato il segno del paesaggio vignolese. Nelle successive fasi di urbanizzazione, che hanno portato alla formazione di periferie dall’impronta metropolitana, la presenza del “verde” si è ridotta alla rappresentazione parodistica di uno scenario vegetale, interrompendo drasticamente la linea della continuità. Tale linea ha collegato le generazioni, nel loro susseguirsi, a un paesaggio familiare, riconoscibile nonostante i cambiamenti e, in qualche misura, ha custodito il senso di appartenenza.

Enzo Cavani e Simona Plessi

4 Responses to Vignola e il verde urbano, di Enzo Cavani e Simona Plessi

  1. Elisabetta Gilioli ha detto:

    Ringrazio Enzo e Simona per questo dettagliato e ben documentato articolo che merita profonde riflessioni private e pubbliche nell’assoluto rispetto del verde (ahimè ) del nostro territorio .
    Pertanto , con un senso di appartenenza costruttivo ,lo condividerò subito sulla bacheca anche di facebook, grazie
    Elisabetta Gilioli

  2. M.Elena Fabbrucci ha detto:

    …è comunque utile sapere, a tale proposito, che negli anni 2007/2008 l’Amministrazione ha redatto un Masterplan di tutte le aree verdi della città, realizzato dal mio studio. Il Comune di Vignola è stato uno dei pochissimi Comuni italiani che si è voluto attrezzare di uno strumento di pianificazione del verde urbano, a lungo termine. Il lavoro estremamente impegnativo è stato lungo e complesso e si è posto l’obbiettivo proprio di pianificare lo sviluppo della città futura attraverso lo sviluppo e la manutenzione del suo patrimonio verde. Si sono fatte analisi, stime di costi d’intervento con scadenza decennale, sono state date indicazioni progettuali per raggiungere gli obbiettivi che ci si era proposti per far fronte alle esigenze manifestate dai cittadini, mettendo a punto strumenti informatici facilmente gestibili per rendere questo lavoro aggiornabile e utile nel tempo. Riporto solo la premessa della lunga relazione tecnica del Masterplan delle aree verdi della città di Vignola:
    “Nella città gli spazi aperti hanno forte valore per prevenire o attenuare i problemi legati al degrado ambientale e al disagio sociale.
    Il MASTERPLAN si pone l’obbiettivo di individuare le risorse naturali e
    paesaggistiche da valorizzare, i possibili corridoi ecologici da rafforzare e
    instaurare, i luoghi da riqualificare e realizzare attraverso un processo di
    pianificazione che ponga le basi per uno sviluppo della città rispettoso
    dell’ambiente, delle esigenze dei cittadini, mirando ad una diffusa qualità della vita sul territorio.
    Luoghi nei quali sia possibile passeggiare, correre, oziare, sostare, cogliendo le varie componenti di verde presenti nella città: un area marginale, un area boscata, un prato, un giardino, un viale, un parco di quartiere o un grande parco urbano.
    Mettere in comunicazione tra loro queste realtà, conferendo loro un valore, non solo percettivo, attraverso una rete di percorsi pedonali e ciclabili, consente di far dialogare spazi pubblici con caratteristiche
    differenti, aperti o introversi, che interagiscono con la tangenziale o luoghi
    rubati alla città consolidata.
    Ciò concorre a sviluppare una nuova percezione del paesaggio esistente”.
    M.Elena Fabbrucci – paesaggista

    • Andrea Paltrinieri ha detto:

      Ciao Maria Elena, ho presente il lavoro, realizzato dallo Studio BES, sul verde pubblico di Vignola. Il cosiddetto Masterplan. Ne diedi notizia a suo tempo, seppure in modo un po’ striminzito:
      https://amarevignola.wordpress.com/2007/12/07/masterplan-del-verde-pubblico/
      anche perché rispondeva, in modo intelligente, ad una forte richiesta di maggiore attenzione al verde pubblico che avanzammo come gruppo consiliare DS. Diverse idee erano interessanti: una specializzazione (per target di popolazione) delle aree verdi ed una progettazione contestuale dei collegamenti tra loro (pedonali e/o ciclabili), così da dar vita ad una “trama”, ad una “rete” del verde. E’ però finito il “ciclo edilizio” a cui quel progetto era legato. Ora bisogna provare a recuperare i contenuti più importanti all’interno di una diversa “filosofia”. Io sono convinto da tempo che occorre ripensare i rapporti tra amministrazione comunale e quartieri e dunque “negoziare” questi interventi di riqualificazione del verde urbano all’interno di “patti” con i residenti:
      https://amarevignola.wordpress.com/2009/05/17/verde-pubblico-e-servizi-di-quartiere-occorre-un-patto-tra-residenti-e-amministrazione-comunale/
      Grazie per le precisazioni e buon lavoro!

  3. fabiana cilotti ha detto:

    Enzo e Simona, vi ritrovo per caso dopo secoli mentre cercavo altre cose… non c’entra nulla con il vostro articolo, lo so, ma non posso che lasciarvi un commento qua sperando che il mio saluto vi giunga…
    Mi farebbe tanto piacere riallacciare i contatti. Senza impegno, se volete, la mia email è fabi7@libero.it
    Un bacione grande comunque.

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