Marcovaldo, di Italo Calvino. Riflessioni sulla natura in città

La città non è un bosco! Un paio di volte questa affermazione è risuonata nel corso degli incontri con i cittadini di “Via della partecipazione”. Amos, che ne é l’autore, ha indubbiamente ragione. Con questa affermazione intendeva certamente ordinare gerarchicamente i diritti delle entità coinvolte negli ultimi conflitti urbani: prima i diritti degli esseri umani, dei cittadini, poi quelli degli appartenenti al regno vegetale (tra cui anche i tigli di via Libertà). Ma questa è solo una parte della verità, forse maggioritaria, ma parziale. Perché ogni città è anche un bosco, o meglio: ogni città vive, proprio in quanto città, anche grazie alla presenza di una dotazione significativa di “rappresentanti” del mondo vegetale: fiori, cespugli, siepi, alberi. La qualità della vita dei cittadini nella città dipende cioè anche dalla dotazione di spazi verdi ed, anzi, dalla dotazione del “verde” stesso negli interstizi della città. Al di là dell’esito concreto della vicenda di via Libertà, la mobilitazione dei cittadini – ad esempio con l’iniziativa “Non il mio nome” (vedi) – risulterebbe comunque significativa anche letta come un contributo, piccolo quanto volete, ma tangibile, ad una capacità di guardare alla città con occhi nuovi.

Italo Calvino, Marcovaldo, varie edizioni (il libro fu pubblicato la prima volta nel 1963).

Italo Calvino, Marcovaldo, varie edizioni (il libro fu pubblicato la prima volta nel 1963).

Alla capacità di guardare alla città vedendo non solo case, palazzi, strade, piazze, automobili, ecc., ma anche di riconoscere la presenza spesso qualificante degli alberi & c. Con ciò non si vuole invitare a ribaltare la gerarchia: prima gli alberi, poi i cittadini. Si vuole però invitare a ridurre la distanza che separa i diversi gradini di questa gerarchia, riconoscendo ed apprezzando il contributo che il verde urbano fornisce alla nostra qualità della vita in città (vedi). Per fare ciò occorre recuperare una capacità di vedere in modo nuovo – innanzitutto per riconoscere, appunto, che le nostre città sono fatte anche di “verde”. Occorrono occhi nuovi, meno assuefatti alla vita urbana così come oggi la sperimentiamo: nevrotica, caotica, concentrata sugli aspetti funzionali e così via. Meno assorbiti, meno attratti solo dagli elementi dominanti del paesaggio urbano: case, palazzi, ecc. Ed è proprio in questo che un’opera come Marcovaldo di Italo Calvino, sottotitolo “ovvero le stagioni in città” (vedi) e pur con i suoi cinquant’anni di età (i capitoli che la compongono sono stati scritti tra il 1952 ed il 1963), può essere d’aiuto – un aiuto ancora più prezioso trattandosi di un libriccino godevolissimo e, in molte parti, anche divertente. Un’opera leggera ed allo stesso tempo profonda, sulla vita in città – una vita urbana non appagata, ma alla ricerca di qualcos’altro, per quanto non ben definito.

Scultura nel parco “Giardino d’Europa” nella zona cosiddetta “dei Tunnel” (foto del 22 aprile 2006)

[1] Marcovaldo è una persona che assieme alla sua famiglia – moglie e figli – vive in una grande città (si può immaginare Torino). Lì risiede e vi lavora, in una fabbrica. E’ un’immigrato, ovvero un cittadino che non ha la propria storia, le proprie radici nella città – vi è giunto quando era giovane. Viene da altrove, plausibilmente dalla campagna, luogo di cui ha nostalgia. Ed è proprio una sorta di “nostalgia” che anima le sue avventure cittadine raccontate nel libro: “In mezzo alla città di cemento e asfalto, Marcovaldo va in cerca della Natura. (p.5)” E’ bellissimo ed indicativo il modo in cui il personaggio viene caratterizzato:  “Aveva questo Marcovaldo un occhio poco adatto alla vita di città: cartelli, semafori, vetrine, insegne luminose, manifesti, per studiati che fossero a colpire l’attenzione, mai fermavano il suo sguardo che pareva scorrere sulle sabbie del deserto. Invece, una foglia che ingiallisse su un ramo, una piuma che si impigliasse ad una tegola, non gli sfuggivano mai: non c’era tafano sul dorso d’un cavallo, pertugio di tarlo in una tavola, buccia di fico spiaccicata sul marciapiede che Marcovaldo non notasse, e non facesse oggetto di ragionamento, scoprendo i mutamenti della stagione, i desideri del suo animo, e le miserie della sua esistenza.” (pp.15-16)
Nella città reale – anche a Vignola – questa capacità di visione della città (e del “verde”, quale elemento che ne fa la qualità) non è mai stata forte. Forse si sta formando ora (per diversi motivi, tra cui anche le “iniziative civiche”). Come è successo a Marcovaldo, i nuovi abitanti della città (anche le migliaia di nuovi cittadini che dalle zone rurali e di montagna sono venuti a risiedere a Vignola nell’ultimo dopoguerra) sono stati attratti dall’idea della città (luogo del commercio, dei servizi, ecc.). “Marcovaldo risentì un’ondata del sentimento di quand’era arrivato giovane alla città, e da quelle vie, da quelle luci era attratto come se ne aspettasse chissà cosa.” (p.60) Il fatto di risiedere in città faceva premio, probabilmente, su ogni altra considerazione circa la qualità del risiedere in città. E’ mancata una cultura dell’abitare, una cultura del vivere urbano. In primo luogo nei vecchi e, soprattutto, nuovi abitanti – e la città ne porta i segni. Ci fu, probabilmente, anche una fragilità culturale, una “fascinazione” del moderno nelle sue diverse espressioni – come quella che portò a buttare i “vecchi” mobili di legno per sostituirli con nuovi mobili di fabbrica con i piani in fòrmica (per scoprire un decennio dopo che non avevano più alcun valore, a differenza dei vecchi mobili di legno massiccio).

Un germoglio di Iris ai piedi del tronco di uno degli alberi di via Barella (foto del 21 novembre 2009)

[2] Il messaggio di Calvino però non vuole affatto essere rassicurante: la critica alla “civiltà industriale” non si accompagna all’idealizzazione della vita in campagna o della natura e, dunque, non offre quella prospettiva come via salvifica. La “salvezza” dell’uomo di città non sta dunque nella fuga dalla città (che pure è un fenomeno registrato statisticamente e di cui si trovano tracce evidenti anche nella campagna vignolese: vedi). Non esistono strade facili per recuperare un nuovo rapporto con la natura. Scrive Calvino: “Ma esiste ancora, la Natura? Quella che egli [Marcovaldo] trova è una Natura dispettosa, contraffatta, compromessa con la vita artificiale.” (p.5) E come non pensare, qui, alle radici dei tigli di via Libertà! Una natura che “si vendica” del fatto d’essere stata maltrattata – quanti disastri del territorio ce lo ricordano. Ce lo ricordano anche i “microdisastri” di un verde pubblico non ben manutenuto!

I pioppi di via A.Tavoni, laterale di via Barella (foto del 31 ottobre 2009)

[3] Le avventure urbane di Marcovaldo e della sua famiglia hanno dunque questa caratteristica: la nostalgia spinge vero la natura, ma questa non è sempre benigna. Nel primo capitolo (Funghi in città) i funghi raccolti in un’aiuola e poi mangiati si rivelano velenosi e portano tutta la famiglia all’ospedale. Nel capitolo 11 (Il coniglio velenoso) un coniglio scoperto a vagabondare sui tetti finisce in pentola, ma solo dopo averlo mangiato Marcovaldo scopre che era fuggito da un laboratorio che conduceva esperimenti sugli animali. Nel capitolo 13 (Dov’è più azzurro il fiume) si racconta di una pesca abbondante nel fiume che attraversa la città, per scoprire solo a cose fatte che quel tratto è inquinato dagli scarichi di una fabbrica. Accanto a queste disavventure provocate dal replicare in città un atteggiamento di ingenua fiducia verso la natura (una natura che non è più benigna soprattutto per l’azione che l’uomo ha esercitato su di lei), stanno però altre avventure che evidenziano il contributo che la natura stessa apporta al fascino della città (bellissimo il capitolo 4 – La città smarrita nella neve). Questo dovrebbe essere ancora più vero per una città – Vignola – che per lungo tempo è stata orientata dallo slogan “tra città e campagna” (se poi i processi reali corrispondano o meno a questa “ideologia” è altra cosa). “Lo sguardo di Marcovaldo scrutava intorno cercando l’affiorare d’una città diversa, una città di cortecce e squami e grumi e nervature sotto la città di vernice e catrame e vetro e intonaco.” (p.123) La ricomparsa dei ciliegi nella piazza centrale è un buon segnale, ma certo non basta. Sulla riqualificazione dei parchi siamo ancora parecchio indietro: nonostante qualche buona realizzazione, vi sono situazioni di vero degrado (vedi). Certo non è senza problemi anche la manutenzione del verde privato (si vedono alberi capitozzati, nonostante il Regolamento del verde urbano). E c’è tutto il tema delle “basi materiali” della nostra “civiltà urbana” – dalla gestione risorsa acqua alla rete fognaria, dalle emissioni nocive alla qualità della città data dall’esclusione delle automobili, e così via – che attende un’amministrazione che si impegni per davvero a fare governance innanzitutto verso i propri cittadini, ovvero a fare cultura per un abitare sostenibile.

Il “marciapiede” in via Barella, sulla destra in direzione centro città (foto del 21 novembre 2009)

[4] Tra le diverse forme di estraneazione verso la natura che induce la vita in città vi è quella che deriva dall’incapacità di rappresentarsene il “movimento”. Nel libro è rappresentata, infatti, la perdita di contatto e conoscenza della natura, soprattutto da parte delle generazioni nate e vissute interamente in città. “Papà – dissero i bambini, – le mucche sono come i tram? Fanno le fermate? Dov’è il capolinea delle mucche?” (p.65) E, nel bellissimo capitolo 14 (Luna e Gnac), dove Marcovaldo spiega ai suoi figli che le insegne luminose che affollano i tetti della città sono state messe da ditte commerciali, i figli gli chiedono “E la luna che ditta l’ha messa?” (p.94). Ed ancora i bambini di Marcovaldo che interpretano come “un bosco” la fitta serie di cartelli pubblicitari al liminare dell’autostrada (cap. 8). Sono esempi paradossali. Ma forse sintomi preoccupanti che testimoniano della perdita di “contatto” sono presenti tanto nei bambini, quanto negli adulti (come quando non siamo più in grado di riconoscere e selezionare frutta e verdura di stagione).

Tre esemplari di Gingko Biloba nella piazza davanti a Villa Braglia (foto del 19 settembre 2009)

Anche per questi motivi Marcovaldo di Italo Calvino è un libro da riprendere in mano e da leggere, ripetendo una lettura che molti di noi hanno fatto alla scuola media (così è stato per me e da allora, da quelle letture in classe, non ho mai smesso di subirne il fascino, tant’è che me lo sono riletto quest’estate!). Il suo tema di fondo – come recuperare un rapporto con la natura per chi vive in città – è ancora oggi alquanto attuale. Anche per questo non sfigurerebbe nella valigetta dell’amministratore locale. Anche a Vignola.

PS Le citazioni sono dall’edizione Einaudi del 1966 (terza edizione).

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6 Responses to Marcovaldo, di Italo Calvino. Riflessioni sulla natura in città

  1. Mik ha detto:

    In omaggio ad un certo modo di intendere la dialettica, il blog che la ospita ha pensato bene di censurare un ulteriore mio intervento. Sarà l’occasione migliore per informare la stampa libera, e tanta ve e è, di questo atteggiamento, seguito naturale della campagna contro l’informazione censurata. E’ un andazzo indice di debolezza. Presto sull’alrta stampa quel che l’opposizione censoria non fa trapelare.

    • Andrea Paltrinieri ha detto:

      Ogni blog ha la sua politica editoriale ed è assolutamente legittima la decisione di non pubblicare commenti che hanno l’evidente funzione non di dare un contributo alla discussione, anche fortemente critico, ma semplicemente di guastare la discussione. I tuoi interventi, Mik, hanno questa caratteristica. E’ evidente che ne sei perfettamente consapevole. E’ evidente che questo è il ruolo che ti sei disegnato. E’ perfettamente evidente, in chi ti legge, che i tuoi contributi sono “per partito preso”. Il gesto di entrare in dialogo con l’altro presuppone invece, perlomeno, la disponibilità all’ascolto. Certo, mette in conto la possibilità del dissenso. Che, però, deve essere argomentato. Se questi presupposti non sono soddisfatti a me non va di perdere tempo, ovvero di dare voce a persone che usano gli sforzi di altri – ovvero i loro blog – solo per portarsi avanti una personalissima campagna di propaganda. Ribadisco, non è questione di dissenso, di differenza di opinioni, di critica. E’ che risulta evidente dalla tua rinuncia ad argomentare che non è il confronto che ti interessa. Stando così le cose mi prendo la libertà – cosa che è successo nel tuo caso e di qualcun altro (pochissimi per la verità) – di non pubblicarti. Mi sembra una scelta chiara e legittima. Altri potranno fare scelte diverse. Altri potranno fare o aver fatto ragionamenti analoghi. Sul web c’è posto per gli uni e per gli altri. Non mi è chiaro, invece, quale scelta ha fatto il partito a cui tu appartieni (e per cui “lavori”).

  2. Cesare Venturi ha detto:

    Fa piacere (particolarmente a un ex insegnante) il richiamo a letture fatte nella scuola media..Siamo in anni lontani e uno scrittore come Calvino dimostrava grande attenzione e preveggenza su problemi allora alle origini e non ancora ben percepiti. Tu – nella tua analisi suggestiva- dici che si è persa questa sensibilità e non si valuta più il vivere a contatto con la natura. Condivido.
    ” E’ mancata una cultura dell’abitare, una cultura del vivere urbano. In primo luogo nei vecchi e, soprattutto, nuovi abitanti – e la città ne porta i segni.”
    e ancora “sintomi preoccupanti che testimoniano della perdita di “contatto” sono presenti tanto nei bambini, quanto negli adulti”. Purtroppo è innegabile quanto sostieni.

    Si vorrebbero tutti i vantaggi dello star bene senza valutarne i risvolti ed i costi e senza pensare a chi deve prioritariamente affrontare i bisogni elementari del vivere. Nelle nostre realtà il benessere è abbastanza diffuso (pur con tante esclusioni, a volte nascoste) ma questo “progresso” spesso grava e danneggia i più deboli. Per non parlare del livello globale, in cui i cosiddetti popoli in via di sviluppo, già così definiti nel secolo scorso, sono costretti a rimanere tali, se non a peggiorare ecc.
    Ma per cercare un maggior equilibrio, sia in generale che localmente, c’è un bel po’ di strada in salita da percorrere. Ricordando che i modelli delle società cosiddette evolute e progredite e sedicenti democratiche si fondano in gran parte su individualismi, particolarismi (prima di tutto i” nostri” diritti); profitto, accumulo, ricerca di benessere e successo ad ogni costo, ecc. In questi contesti l’altro è visto, quando va bene, come un concorrente da superare (mercato “libero” per i forti… un po’ meno per i deboli), altrimenti è un antagonista, un avversario, o un nemico da combattere (vedi le tante guerre…)

    Sono d’accordo che comunque bisogna lavorare perché amministratori in primis e cittadini acquisiscano una nuova mentalità e conseguenti atteggiamenti. Migliorare la qualità della vita significa anche accrescere il rispetto e la cura della natura in città. Non basta cercare di gestire bene il presente, ma soprattutto occorre educare- giovani e anziani -per il futuro sostenibile (cioè fare l’esatto contrario di quanto continua a produrre la troppa e pervasiva cultura berlusconiana)

    • Andrea Paltrinieri ha detto:

      Ciao Cesare, ci sono diverse ragioni per cui ti sono grato per la tua attività di insegnante alla scuola media L.A.Muratori, nella sezione F della prima metà degli anni ’70 in cui anch’io ero. Una di queste è proprio questa lettura in classe di Marcovaldo di Italo Calvino. Alcuni brani, alcune suggestioni le ho nella testa da allora. E me lo sono riletto davvero con gusto quest’estate. Molte delle questioni che oggi dibattiamo sono anticipate lì, certo sotto forma di “fiabe” o “storielle” urbane. Per fortuna queste sensibilità non sono state completamente livellate da un processo di modernizzazione spinto. E forse in questi anni stanno avendo una sorta di nuova rinascita. Forse lo testimonia anche il diffondersi di episodi di conflittualità come quello che si è acceso attorno alla risistemazione di via Libertà. Anche qui il messaggio di Calvino è pertinente anche perché non prospetta facili scorciatoie. Ma già porre con chiarezza il problema è un grande contributo che può aiutare l’affermarsi di una maggiore attenzione a quegli aspetti della nostra qualità della vita che oggi non percepiamo adeguatamente. Per questo a circa 50 anni di distanza vale ancora la pena leggere e far leggere questo libriccino. E non solo ai ragazzi.

  3. Marco Bini ha detto:

    Per Michele: seguo con continuità il blog che citi come illiberale, cioè quello della lista Vignola Cambia, e non posso che concordare con l’analisi di Andrea. Ti sei dato la missione del guastatore, non ho mai letto da parte tua una reale argomentazione sui fatti o una proposta politica, ma solo continui battibecchi sulle parole e non nel merito delle discussioni. Sei arguto, si vede: potresti andare avanti così per giorni. Ma se ti si lasciasse fare, che ne risulterebbe? Un blog illeggibile, che nessuno avrebbe voglia di visitare e dove gli argomenti passano in secondo piano (e pare che questa sia la tua intenzione), e solo un’inutile innalzarsi della temperatura politica. Al di là delle minacce di mettere in piazza tutto questo – ammesso che a qualcuno interessi l’argomento -, ti invito a fare una cosa: spiègati una buona volta. Prova ad esporre qual’è la tua idea di città. O racconta il tuo impegno politico, di cosa ti occupi in particolare con il tuo partito (se sei iscritto ad uno). E non è ironia: è un invito vero.

    Marcovaldo: al di là delle posizioni personali sui progetti di via Libertà e via Barella, credo sia positivo che si sia tornati a parlare pubblicamente del verde urbano, senza delegare tutte le scelte in materia all’amministrazione. Nella legislatura precedente credo che il verde sia stato il grande sconfitto: se escludiamo il buon intervento (a mio avviso) fatto nel parco di villa Trenti (ex biblioteca), per il resto il verde è stato ridotto ad una funzione puramente ornamentale che lo mortifica, un po’ come i gerani sul balcone. Pensiamo agli ulivi (che continuo a ritenere inadatti ad un simile contesto) di fronte al nuovo teatro o all’assenza totale di verde nel nuovo intervento di piazza Braglia, sul quale – mi pare – si è fatta un minimo di marcia indietro.
    Questo tipo di visione del verde – in verità comune a tanti luoghi che ho avuto modo di visitare, e quindi fenomeno non solo vignolese – non la condivido. E’ vero che la manutenzione costante del verde pubblico è un costo, gravoso. Ma riusciremo a considerarlo – prima che sia troppo tardi – un costo strategico? Credo che molti ancora non si rendano conto della fortuna, dei benefici (anche economici) e dell’ammirazione che il verde nelle nostre città suscita (ricordo anni fa studenti irlandesi – irlandesi! – in visita alla mia scuola a Modena dire che il traffico ce lo potevamo tenere, ma il verde urbano ce lo invidiavano…).
    Questa difficoltà a vedere la risorsa verde l’ho notata particolarmente al percorso partecipato in biblioteca qualche settimana fa: tra i pregi dell’iniziativa, c’era quello di potersi conforntare con persone che non conoscevo e sentire opinioni diverse dalla mia, che tenevano conto di aspetti che non avevo preso in considerazione. Ho notato che i più favorevoli al taglio degli alberi erano persone anziane o mature che avevano un passato da lavoratori del settore agricolo… L’ho trovato singolare, ma non irragionevole. L’albero “utile” è quello che dà frutto, quello che sta lì a sporcare va levato (“la città non è un bosco!”). Sulla risorsa economica rappresentata dall’albero erano interessanti le considerazioni fatte da Stefano Corazza alcuni giorni fa su questo blog (https://amarevignola.wordpress.com/2009/11/10/il-valore-di-un-albero-osservazioni-di-stefano-corazza/). La qualità della vita è una delle sfide del futuro (in particolare per una generazione, come la mia, che difficilmente eguaglierà il benessere economico raggiunto dai genitori), e rimango convinto che, qualsiasi sarà la decisione che venga presa per via Libertà e Barella, essa dovrà tenere conto anche di questo fattore: il verde è una spesa, certo, ma è una spesa che vale l’investimento, perché è un tassello fondamentale per costruire una qualità della vita urbana di livello realmente alto.

    Grazie

    Marco Bini

  4. pippo ha detto:

    quali sono le somiglianze tra Marcovaldo e Italo calvino secondo voi??

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