Cos’é successo alla campagna di Vignola?

A Vignola il 20,3% dei 22,9 kmq del territorio comunale è “urbanizzato”, ovvero occupato dalla città, dalle frazioni, dagli insediamenti industriali. Nella classifica dei comuni più “urbanizzati” della provincia di Modena (47 comuni) Vignola si colloca così al quarto posto dopo Fiorano, Sassuolo e Modena. Significa che negli altri 43 comuni la percentuale di territorio agricolo o verde è maggiore. Insomma, Vignola è tra quei comuni che, in proporzione, hanno meno territorio “agricolo”. Un dato che si riflette anche in un’elevata densità abitativa: 1.003,5 abitanti per kmq (contro una media della provincia di Modena di 248,0). Su 341 comuni dell’Emilia-Romagna Vignola si colloca al 10° (decimo!) posto per densità abitativa. Sono tutti elementi che dovrebbero spingere a prestare una grandissima attenzione al territorio “agricolo”. Da salvaguardare. Da valorizzare. Un obiettivo condivisibile e condiviso da tutti. Ma cos’è davvero successo in questi anni? E perché?
[1] Alcune informazioni ce le forniscono i documenti preparatori del PSC, il Piano Strutturale interComunale (vedi). Proprio con riferimento alla realtà di Vignola afferma: “nei vent’anni intercorsi dal 1987 al 2007 sono stati realizzati in territorio rurale circa 700 nuovi fabbricati a fronte dei 1300 preesistenti con oltre 100.000 mq di superficie coperta che si sono aggiunti ai 200.000 mq preesistenti. Questo mentre dal censimento agricolo del 1990 a quello del 2000 le aziende agricole si riducevano in numero da 530 a 440.” (p.19 del Documento preliminare – Sintesi, luglio 2008). Questo dato ci dice in modo chiaro che si è realizzato un processo insediativo nella campagna. Nuove unità abitative hanno “invaso” la campagna. E sono unità abitative che nulla hanno a che fare con l’attività agricola. E’ facile riconoscere l’aspetto negativo di questo processo. La disseminazione di unità abitative, senza alcun collegamento con l’attività agricola, introduce un modello di consumo di risorse (innanzitutto di territorio; ma anche di risorse legate alla diffusione delle reti tecnologiche per acqua, gas, energia elettrica; ma anche di risorse dovute ad una mobilità da realizzarsi necessariamente con mezzi privati) che non è né generalizzabile, né sostenibile. E’ opportuno riconoscere, con grande trasparenza, che la capacità di tutela del territorio agricolo da parte dell’amministrazione comunale è stata sin qui insoddisfacente. Basta girare per la campagna di Vignola per accertarsene. Occorre anche riconoscere che questo non è un fenomeno locale: caratterizza una larga porzione del territorio dell’Emilia-Romagna (e, più in generale, dei paesi del mondo occidentale). E’ bene dunque definire norme più stringenti e promuovere interventi per arrestare questo processo e magari invertire rotta, ovvero trasferire superficie edificata dalla campagna alla città. Però c’è altro da aggiungere.

Intervento di demolizione e ricostruzione nella campagna di Vignola

Intervento di demolizione e ricostruzione nella campagna di Vignola

[2] E’ certamente vero che questa diffusione edilizia nella campagna, questo sprawl urbano è un fenomeno ben conosciuto anche aldilà dei confini comunali. Questo però non può costituire un alibi. Sono sempre i documenti preparatori al PSC che ci ricordano che nei 5 comuni dell’Unione Terre di Castelli è il Comune di Vignola (assieme a Savignano) che ha il livello di tutela inferiore per le zone agricole! Significa che quello che è possibile fare a Vignola (ed a Savignano) in termini di edilizia in zona agricola non è possibile farlo a Castelvetro e Spilamberto (grado di tutela intermedio), men che meno a Castelnuovo (grado di tutela massimo). Insomma a Vignola abbiamo da tempo, almeno dal PRG approvato nel 2001, le norme più “lassiste”. Bisogna leggersi p.71 del Documento preliminare del PSC, accessibile anche nell’apposito sito web dell’Unione (vedi; sono 16,5 MB; potrebbe essere un po’ lento da scaricare), per averne la conferma. Con riferimento a Vignola e Savignano vi si dice che tali comuni “consentono trasformazioni funzionali dei volumi esistenti ampie e sostanzialmente indifferenziate rispetto agli usi in atto e alla consistenza, valore economico, localizzazione paesaggistica ambientale, consentendo in particolare la trasformazione di tutta la volumetria esistente con anche operazioni di demolizione e ricostruzione di unità edilizie totalmente diverse dalle originarie. Il limite delle 3 nuove unità abitative realizzabili in caso di intervento diretto può essere superato dando luogo a insediamenti di più edifici e con elevato numero di unità abitative, valorizzando ampiamente in termini di superficie utile le cubature dei volumi agricoli.” Insomma, le norme del Comune di Vignola sono, da tempo, quelle che meno tutelano la campagna. Sono norme vigenti da diversi anni, ma su cui l’amministrazione comunale (per i “dieci” anni dell’amministrazione Adani) non è intervenuta.

Intervento di demolizione e ricostruzione nella campagna di Vignola

Intervento di demolizione e ricostruzione nella campagna di Vignola

[3] Le cause di questo processo non possono essere interamente attribuite alla “fuga” verso la campagna che si registra oramai da vent’anni nelle aree economicamente più sviluppate del paese, dove forte è la ricerca di contesti abitativi che garantiscano una più alta qualità della vita rispetto ai contesti urbani. Neppure ai condoni edilizi. Questa “pressione” ad insediarsi in campagna ha incontrato, nella realtà vignolese, norme particolarmente favorevoli ai nuovi insediamenti rurali, anche quando questi non hanno nulla a che fare con l’attività agricola. Sprawl urbano – è il termine tecnico. “Villettopoli” in campagna – se si vuol riprendere una formula dell’urbanista Pierluigi Cervellati. Tale norma (eccessivamente) favorevole è stata introdotta con delibera consiliare n.58 del 9 ottobre 2002 (ad oggetto “Variante al vigente PRG ai sensi dell’art. 15 … – Approvazione”). Con questa delibera l’amministrazione comunale conferma la propria singolare interpretazione delle norme della L.R. 20/2000 (art. A-21) proprio relativamente agli interventi di demolizione e ricostruzione in zona agricola. Infatti, la legge regionale aveva inteso impedire gli interventi di demolizione e ricostruzione degli edifici in zona agricola (edifici con caratteristiche tali da non consentirne il riuso), consentendo solo interventi di tipo conservativo. Prevedeva però la possibilità di procedere alla demolizione di manufatti esistenti e la costruzione di edifici di diversa tipologia e destinazione d’uso “in aree idonee appositamente individuate”. Detto chiaramente, la norma regionale prevede la possibilità della ri-localizzazione: volumi insediativi in zona agricola possono essere portati nelle zone urbane (o comunque in aree consone a nuovi insediamenti). Quegli edifici non più utilizzabili per l’attività agricola possono cioè essere “spostati” in zona urbana (previa demolizione e ricostruzione in un’altra area). Ora la delibera consiliare del Comune di Vignola n.58/2002 (punto n.14 delle “controdeduzioni”) interpreta questa norma distorcendone il significato, ovvero come se autorizzasse la demolizione e ricostruzione in loco (ovvero sempre in area agricola). Detto anche qui in modo chiaro: la norma comunale stravolge (e va contro) le indicazioni della legge regionale! Consente cose che la legge regionale intendeva impedire. Da qui nascono una serie di interventi di demolizione e ricostruzione effettuati nella campagna vignolese. Case storiche in sasso, costruite un secolo prima, demolite per ricostruire al loro posto belle villettone in pacchiano stile Dallas! Di questo misunderstanding ci si è resi conto a posteriori, un po’ di tempo dopo. Non so dire se il cambio del dirigente del settore è conseguenza o causa di questo recupero della corretta interpretazione della norma regionale.

Nuove unità immobiliari nella campagna di Vignola

Nuove unità immobiliari nella campagna di Vignola

[4] Comunque è nel 2005, tre anni dopo, che di nuovo il Consiglio Comunale – un consiglio comunale diverso – viene chiamato a cancellare l’interpretazione data nel 2002. Tra febbraio (adozione) e luglio 2005 (approvazione) viene introdotta una variante alle Norme tecniche attuative del PRG che impedisce la demolizione e ricostruzione di edifici “non funzionalmente collegati con l’attività agricola” se non tramite presentazione di Piano Particolareggiato (la delibera di approvazione è la n.49 del 27 luglio 2005). E’ un primo limitato passo verso un percorso di tutela della campagna. Cosa significa questo? Demolizione e ricostruzione di edifici in zona agricola sono ancora possibili, ma per poterlo fare occorre presentare un Piano Particolareggiato, ovvero uno “strumento” di definizione dell’intervento che deve essere prima autorizzato dalla Giunta Municipale, poi approvato dal Consiglio Comunale. Al momento sono in vari stadi dell’iter di presentazione qualche decina di Piani Particolareggiati in zona agricola. Anzi, la maggior parte di loro sono forzosamente in stand by (o in attesa dell’autorizzazione alla presentazione da parte della giunta municipale o in attesa di essere portati all’approvazione del consiglio comunale). Situazione, questa, che di nuovo richiede un intervento in senso restrittivo delle norme, così da arrivare ad un quadro normativo di reale tutela (secondo le linee correttamente individuate dal Documento preliminare del PSC, ma tuttora in attesa di essere implementate). Di questo l’amministrazione comunale – il sindaco Adani in primis – è consapevole da tempo. Nella relazione che accompagna la delibera consiliare sulla salvaguardia degli equilibri di bilancio (del settembre 2008) la situazione della campagna vignolese, prima richiamata, è descritta con grande trasparenza (pp.78-79): “Le analisi condotte in sede di formazione del Quadro conoscitivo per il nuovo PSC ha confermato la pesante situazione derivata dalla crescente urbanizzazione in zona agricola. La dinamica della copertura di insediamenti non collegati al comparto agricolo vede nel ventennio 1986-2006 una crescita rispetto al preesistente di oltre il 50%. E ciò per l’inadeguatezza dei filtri normativi, per la sostanziale indifferenza delle norme rispetto alle tipologie aziendali, per l’assecondamento nei fatti dei processi di sostituzione dei contenitori ex agricoli a fini abitativi, per l’insufficiente attenzione ai temi della compatibilità ambientale e alla sostenibilità delle reti e del sistema infrastrutturale più complessivo.” Di fatto è la riproposizione della diagnosi contenuta nei documenti del PSC. Nella relazione del settembre 2008 c’è tuttavia, in più, la consapevolezza del fatto che occorre intervenire in fretta, specie dopo la decisione di rimandare il completamento dell’iter del PSC alla nuova legislatura (p.79): “Tenuto conto che oggi non si è in grado di temporizzare la vigenza del RUE e del POC che accompagneranno il nuovo PSC, si appalesa l’esigenza di adottare una variante normativa entro fine anno che riconduca i processi trasformativi nelle zone agricole a piena coerenza con i disposti della legge regionale urbanistica (L.R. 20/2000).” Variante normativa che però non è arrivata né entro la fine dell’anno 2008, né entro la fine della legislatura (giugno 2009). Nonostante l’urgenza dettata da una situazione ampiamente compromessa.

Intervento di demolizione e ricostruzione nella campagna di Vignola

Intervento di demolizione e ricostruzione nella campagna di Vignola

[5] Questa è la situazione. Insomma, c’è da fare oggi (ma “si farà” domani), anche perché non si ha avuta capacità e volontà per intervenire bene ieri. Che in questo contesto il candidato a sindaco Daria Denti (assessore uscente!) annunci ai cittadini di Vignola che “La campagna tornerà ad essere il giardino di Vignola” suona un po’ paradossale (dà anche l’idea di una politica ridotta interamente a marketing). Così come lo è il fatto che questo titolo sia stato apposto ad una sezione del programma del PD di Vignola. Ho già detto che si potrebbe liquidare l’argomento osservando che è già così. Che già oggi la campagna è il giardino di Vignola. Ma il giardino privato; il giardino di privati, di innumerevoli nuove residenze che però non hanno nulla a che fare con l’attività agricola. Un giardino, una pluralità di giardini: con ulivi secolari, recinzioni insormontabili, grandi cancellate. Di nuovo: “villettopoli” in campagna. Che dire? “Dieci”!

Un’aggiunta. Si legge nel Programma elettorale 2004-2009 di Roberto Adani (p.5): “L’attuale PRG inoltre introduce una normativa adeguata per quanto riguarda i parametri urbanistici e più chiara e restrittiva soprattutto per le aree agricole. E’ importante ricordare infatti che molte delle trasformazioni che oggi registriamo in tali aree sono avvenute in assenza di norme adeguate già con il piano regolatore precedente. E’ la dimostrazione di quanto fosse importante dotarsi nel più breve tempo possibile di un piano regolatore moderno ed adeguato ai tempi per poter regolare trasformazioni che sarebbero comunque avvenute ma in assenza di una adeguata normativa” (il grassetto è mio). Parola di Roberto Adani, sindaco con delega all’urbanistica. Peccato che le valutazioni dei “tecnici” che hanno curato il PSC dicano esattamente l’opposto. Peccato che con la delibera del 2002 la situazione, già grave, sia stata ulteriormente aggravata.

4 Responses to Cos’é successo alla campagna di Vignola?

  1. giovanna ha detto:

    Sono contenta di leggere qui sul suo blog, espresso con la massima chiarezza, quello che nessuno ha il coraggio e/o la voglia di dire. Per avere una variante normativa che impedisca o almeno riduca i processi trasformativi nelle zone agricole bisognava avere il coraggio o semplicemente la voglia di farla. Elementi questi, il coraggio o appunto la voglia di fare, indispensabili per reputare un politico degno di voto. D’altra parte se si guarda il sito del Comune di Vignola si possono contare le innumerevoli Varianti operate sia alle NTA che alla cartografia del PRG. E’ evidente che proprio questa sulle zone agricole non era tra le priorità dell’Amministrazione e probabilmente nn lo è mai stata.

  2. Marcello ha detto:

    Il problema dell’uso extra-agricolo della campagna può essere scorportato in 3 diversi fenomeni:
    1) gli effetti sul paesaggio e l’architettura
    2) il riuso di edifici del passato non più coerenti con le necessità originali
    3) lo sprawl vero e proprio come fenomeno e le sue conseguenze su vari elementi ambientali.

    Per quanto riguarda il primo punto ritengo che siano stati fatti in varie situazioni interventi coerenti con le qualità edilizie degli edifici preesistenti, mi vengono in mente alcuni casi a Castelnuovo, Maranello, Castelvetro ecc. in cui è anche mutato l’uso del contenitore, da edificio rurale a palazzina uffici o simili senza snaturarlo ma riqualificando non solo l’oggetto ma anche l’area circostante.
    In altre situazioni (anche negli stessi comuni) invece partendo da un contesto con una certa coerenza storica (anche se malandato e bisognoso di cure) si è ottenuto qualcosa di deludente e abbastanza banalizzato. Non parlo nemmeno della pacchiana villa con porticato visibile in foto che solo una catena di errori/orrori (progettista, valutatore ecc.) ha consentito di realizzare. Non si tratta nemmeno di valutazioni urbanistiche ma formali.

    Per quanto riguarda il secondo fenomeno, il passaggio da edificio agricolo a struttura terziaria ha spesso, come già ricordato e paradossalmente, portato a risultati più interessanti rispetto ad una riqualificazione ad uso abitativo non sempre rispettosa delle caratteristiche del casolare o del borgo originario. Direi anzi che nelle aree di pianura o della prima collina manchi una cultura del restauro o risanamento conservativo che nobiliti e tuteli queste presenza, altrove invece spesso tutelate più rigidamente, ad esempio in certe aree della montagna, magari anche intorno al capoluogo. Sto ovviamente sempre parlando della nostra provincia e non dell’Alto Adige. Da questo punto di vista vedo con favore una certa elasticità nei permessi. Non serve a nessuno che edifici rurali di basso o medio interesse architettonico restino in disuso perché riservati ad un uso agricolo ormai non interessante – anche se la soluzione ideale potrebbe essere la trasformazione in agriturismo, non sempre realizzabile.

    Infine sul tema dei confini fra città e campagna … è bene che il confine sia ben curato e non si esageri con i Piani Particolareggiati in zona agricola (non ha senso porre limiti alla città se poi costruiamo fuori dal confine) e tale fenomeno va comunque governato da piani e valutato con gli strumenti previsti alle varianti (cioè Valutazioni Ambientali Strategiche… se ne sono mai viste a Vignola ?).

    Se la città ha i suoi piani dettagliati anche la campagna li deve avere e li avrà sicuramente in futuro (RUE in particolare). La campagna futura non deve essere un giardino (i giardini si fanno attorno alle case) semmai una serie di insediamenti sostenibili (anche di nuova edificazione ma nati intorno a un progetto, ad esempio uno scambio di capacità edificatorie che porta – perché no ? – a una nuova borgata fuori città piuttosto che ad ampliamenti di edifici esistenti) anche vocati ad un uso alternativo (laboratori artistici o studi tecnici organizzati all’interno di vecchie corti di campagna).

    Rovesciamo il modo di pensare: in città si abita e in campagna si lavora, con un carico urbanistico molto meno rilevante rispetto alla residenza o allo stesso uso agricolo intensivo. Del resto questo rovesciamento si era avuto anche quando si sono costruiti i villaggi industriali dagli anni ’50 in poi.

    La campagna può invece essere concepita anche come un sistema parco, specie le aree delle basse che possono essere ulteriormente valorizzate da itinerari e percorsi ciclo-pedonali. Ma anche in collina dovrebbero essere organizzati sistemi di tutela e valorizzazione di elementi naturali (siepi, filari, corsi d’acqua) e parallelamente percorsi con diritto di passaggio per il trekking anche all’interno di fondi privati.

    Piuttosto aumentiamo i carichi urbanistici in città, il modello dei quartieri residenziali a due-tre pieni è quello che consuma di più il territorio. Meglio aumentare l’altezza consentita degli edifici, non nel centro storico chiaramente e non ovunque, ma solo in questo modo si recupera spazio per abitazioni decenti e si evitano gli alveari da 40-50 appartamenti da 40-70 mq l’uno che purtroppo sono nati a Brodano o al confine, seppur con finiture all’apparenza pregevoli e con altezze entro i 16 metri che rientrano in standard sempre meno utili.

  3. Andrea Paltrinieri ha detto:

    Grazie Marcello, considerazioni molto interessanti le tue, che condivido in pieno. Io qui sono stato molto selettivo, mi sono occupato solo di quello che è successo in tema di demolizioni e ricostruzioni di edifici e di nuovi insediamenti in zona agricola. Il tema di come rilanciare l’agricoltura è di uguale importanza. Ugualmente importante è il recupero dei “segni” del paesaggio, dai sentieri di collina, ai canali, ai segni della presenza storica dell’uomo. Sono cose che erano scritte nei programmi dell’amministrazione quindici anni fa, ma quasi niente è stato realizzato. Se su altri punti possiamo dare un bel voto all’amministrazione Adani, su questo il voto non può che essere insufficiente.

  4. daniela ha detto:

    Come sempre molto puntuale e documentato il Tuo intervento sulla evoluzione nel tempo della campagna di Vignola e del tutto condivisibile quanto scritto di seguito da Marcello.
    Riguardo al rilancio delle attività agricole a Vignola vorrei far notare quanto sia importante a riguardo la collaborazione dei centri commerciali, dei negozi e dell’amministrazione comunale di <vignola. La vocazione delle terre agricole di Vignola non può essere nè l'agricoltura intensiva nè quella industriale, ma la coltivazione di prodotti di qualità (con basso tenore di fertilizzati e antiparassitari chimici) e destinati ad un mercato vicino (a km 0, come si dice). Tuttavia un mercato di questi prodotti a Vignola esiste? Nei supermercati (dico supermercati, non piccoli negozi di vicinato!) dei vicini paesi oltralpe esiste un'area frutta/verdura:
    1. collocata molto vicino all'ingresso del supermercato, dove il consumatore vi arriva con il carrello ancora vuoto, o comunque non saturo di prodotti confezionati
    2. fornita principalmente di prodotti locali: i prodotti arrivano dalla vicina campagna e il cartellino informativo specifica dove è stato prodotto (indica il paese e non genericamente Francia o Austria) e la tipologia del prodotto
    3. i prodotti sono sfusi (non imballati in voluminosi e ingombranti confezioni di cartone o cellophane)
    4. sono presenti anche prodotti agricoli inusuali: ad esempio non solo mele golden belle gialle tutte uguali, ma anche tipologie di mele diverse, un po' meno belle, di grandezza non standard, ma molto più saporite. Questo vale per più prodotti agricoli.
    La mia domanda è: può la nostra amministrazione intervenire per favorire questo tipo di commercio di prodotti agricoli onde incentivare i produttori locali a coltivarli e raccoglierli (spesso li lasciano sulle piante perchè non conviene loro nemmeno raccogliere il prodotto a causa del basso prezzo sui mercati ortofrutticoli!)e consentire ai consumatori di usuifruire di prodotti di qualità migliore di quelli che usulamente trovano nei banchi frutta e verdura dei negozi? Sembra un problema sciocco, ma ha risvolti economici e di salute pubblica importanti.

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