L’infanzia non semplice del Partito Democratico. Una mappa dei nodi da sciogliere

L’elezione di Dario Franceschini a segretario del Partito Democratico, operata dall’Assemblea costituente il 21 febbraio scorso, porta a compimento un travaglio interno iniziato dopo la sconfitta elettorale alle politiche del 2008, o forse ancora prima. Le scelte compiute dal nuovo segretario – la costituzione di una nuova segreteria, in cui risiedono numerosi segretari regionali e territoriali (a riconoscimento che il legame con il territorio è di grande importanza!); l’azzeramento del “governo ombra”; la soppressione del “coordinamento” – vanno lette per quello che sono: il segno di una svolta; l’imbocco di una strada diversa da quella tracciata da Walter Veltroni (sul “quanto” diversa vedremo dalle prossime mosse). Provo qui a leggere le vicende di questi mesi, affidandomi soprattutto ad un’osservatore competente e partecipe – Michele Salvati – oltre, ovviamente, ad alcuni dei protagonisti. “Contenuto” (i programmi) e “contenitore” (la forma del partito). Su entrambi questi aspetti si sono rivelati conflitti e tensioni, frutto di una diversa visione tra Veltroni ed una parte consistente dei vertici del partito. Penso che faremmo bene a provare ad interpretare questa situazione prescindendo dalle persone, ma provando a leggere, appunto, le diverse visioni, le diverse strategie che si sono fronteggiate, in modo spesso non trasparente, all’interno del Partito Democratico.
[1] Partiamo innanzitutto dal discorso di commiato di Walter Veltroni, tenuto il 18 febbraio dopo la sconfitta del PD alle elezioni regionali della Sardegna (vedi). Ciò che colpisce è la continuità con il discorso tenuto nel giugno 2007 al Lingotto di Torino (al momento dell’accettazione della candidatura a segretario nazionale in vista delle primarie del 14 ottobre), la visione “riformista” tratteggiata in quel discorso. IL PD come forza politica impegnata a “cambiare radicalmente il nostro Paese”. Un partito con l’ambizione di “cambiare l’Italia”: “la scuola, lo stato sociale, il modo di essere, persino il senso comune”; ovvero a realizzare davvero pari opportunità per tutti, indipendentemente dalla famiglia di origine; a promuovere una pubblica amministrazione efficiente; a superare un diffuso costume opportunista e clientelare, di scarso civismo; ecc. Un partito che vuole “rompere con l’idea di un paese in cui da 60 anni ci sono gli stessi difetti”. E per fare questo occorre quello che Veltroni chiama un “ciclo politico”, ovvero almeno due legislature di governo. L’idea di un partito a vocazione maggioritaria è strettamente legata a questa missione. Come dice Veltroni: “Vocazione maggioritaria significa non dare per scontato che l’unico compito del Partito democratico sia quello di fare da vinavil. No, il progetto del Partito democratico è cambiare i rapporti di forza nella società, esattamente come è stato possibile in America, dopo otto anni di maggioranza repubblicana.” E’ un progetto troppo ambizioso? Sarebbe più saggio accontentarsi di meno, cioè “semplicemente” dell’andare al governo? Le diverse possibili risposte a queste domande identificano anche una diversa mission per il PD. Se il PD vuole pensarsi per davvero impegnato a cambiare l’Italia deve enfatizzare la propria capacità di agire sulla società. Se l’obiettivo è “solo” quello di andare al governo deve invece pensarsi come “in ascolto” della società o, meglio, dei “pezzi” che ritiene importanti di una società sempre più frammentata, “balcanizzata”. Incidentalmente, il merito della semplificazione del quadro politico – che Veltroni si attribuisce, giustamente, con la decisione di “correre da soli” (o quasi) – è indubbiamente più congeniale alla prima missione, che non alla seconda (una pluralità di forze politiche di governo hanno plausibilmente maggiore capacità di “ascolto” di una società ancor più frammentata).

nobel_italianita[2] Il contenuto – ovvero l’innovazione di programma. Finalmente un partito davvero riformista – l’imprinting riformista giel’ha dato Walter Veltroni con il discorso del Lingotto (giugno 2007; vedi). Un partito che riconosce il ruolo imprescindibile del mercato, ma anche – ed oggi ne siamo tutti terribilmente consapevoli – i disastri che un’economia di mercato non governata, non “addomesticata”, può produrre sulla società. Sui temi economici e sociali la rotta mi sembra tracciata in modo chiaro e condiviso: dalle “lenzuolate di liberalizzazioni” di Bersani, alla riforma del welfare state a difesa degli strati sociali più deboli, alla centralità dell’istruzione, ad una nuova sensibilità ambientale, ecc. Ma bisogna saper parlare in modo univoco alle organizzazioni imprenditoriali e sindacali. Bisogna saper convincere che le innovazioni proposte produrranno più opportunità, più tutele e tutele distribuite in modo più equo. Più “libertà” e più “equità” per i nostri figli. Sappiamo che sono i temi “etici” quelli più impegnativi per il PD, ma solo – così io penso – perché sono mancati tempo ed impegno per un’elaborazione “seria”. Sulla laicità c’è una discussione vera da fare, ma le esperienze del passato hanno dimostrato che un’approdo positivo è possibile. Bisogna solo sapere che queste discussioni vanno fatte – i “nodi” non si risolvono certamente da soli. Un congresso potrebbe non essere sufficiente, ma un congresso – dove si discute seriamente e quindi si vota – è necessario.

Una vignetta di Altan (da L'Espresso)

Una vignetta di Altan (da L’Espresso)

[3] Il “contenitore”, ovvero l’organizzazione del partito. E’ forse l’elemento su cui le tensioni sono state più forti. A partire dal seminario di Orvieto, nel 2006, la contrapposizione tra due diverse visioni si cristallizza nella formula “gazebo” versus “sezioni”, ovvero più potere agli elettori od invece agli iscritti? Ad Orvieto la relazione sulla “forma partito” era stata affidata a Salvatore Vassallo, studioso di scienza della politica, oggi parlamentare del PD. La visione del partito tracciata da Vassallo prendeva le mosse da una riflessione sulla “sclerotizzazione” e l’invecchiamento dei partiti italiani, innanzitutto DS e Margherita. Da allora l’esigenza di rinnovamento incarnata in quella visione è stata trattata con la formula liquidatoria del “partito liquido” (che non si vuole). E’ bene non farsi fuorviare da formulazioni usate per fini polemici. I precedenti partiti “solidi” esibivano uno scarto molto marcato tra il numero di attivisti (basso) ed il numero di tesserati (alto, ma sostanzialmente un residuo di un passato sempre meno vivo – basti vedere l’età media superiore ai 60 anni!). In quei partiti “solidi” le persone intellettualmente più capaci e libere non è che si trovassero proprio a loro agio! Se una cosa è certa è che non possiamo fare finta che il problema non ci sia. Se oggi più del 30% degli iscritti al PD sono “nuovi”, ovvero non proviene dai due partiti fondatori, è perché nella proposta del PD hanno colto anche una promessa di un modo nuovo di fare politica: più trasparenza nei processi decisionali, più potere alla base (meno “oligarchie”). Questa promessa va onorata. Dunque, una “sintesi” od una strada originale sull’organizzazione partito è ancora da trovarsi. Occorrerà fare in modo che Franceschini non imbocchi la strada di un improbabile ritorno al passato. Nella sua relazione di commiato Veltroni afferma: “Speravo che si potesse realizzare un partito nuovo e aperto, in cui la vita democratica fosse una ricchezza.” E difende pure le primarie, pur ammettendo che lo strumento va “tarato”: “Lo so che ci sono tante perplessità sulle primarie, però è uno strumento importante, per quanto complesso e faticoso.” Primarie, infatti, significa più potere agli elettori e meno potere ai militanti ed ai gruppi dirigenti (vedi il caso Firenze). Anche queste divergenti prospettive meritano una riflessione approfondita e serena. E quindi una decisione.

Una vignetta di Staino

Una vignetta di Staino

[4] La leadership. E’ forse il punto debole di Veltroni. La legittimazione forte ottenuta dalle primarie è stata progressivamente dissipata con alcune scelte che non solo non hanno trovato un consenso solido dei leaders storici del partito, ma hanno rivelato esiti insoddisfacenti abbastanza chiari. Certo, Veltroni ha scontato l’eterogeneità di “visioni” dello schieramento che l’ha sostenuto alle primarie del 14 ottobre 2007. Differenze che sono emerse nei mesi successivi, specie dopo la sconfitta elettorale del 14 aprile 2008 (anche se tutti riconoscono la campagna generosissima fatta da Veltroni ed il fatto che un esito diverso era impensabile). Ma certamente errori ci sono stati. Uno sguardo retrospettivo consente di evidenziarli con facilità: l’alleanza con l’Italia dei Valori (nonostante il “correre da soli”), oggi “alleato”-competitore; un governo ombra – peraltro completamente cancellato da Franceschini – la cui formazione, in alcune parti, ha risentito più della ricerca di equilibri, che di competenze (vedi), e che ha introdotto elementi di tensione con i gruppi parlamentari; tentennamenti nel rapporto con il governo Berlusconi (da un lato ricerca del “dialogo”, dall’altro denuncia dei rischi per la qualità della democrazia), ma anche su scelte più puntuali (pensiamo al referendum contro il decreto Gelmini, prontamente annunciato e poi scomparso dalla scena). Ma, probabilmente, il limite maggiore è stato quello di una interpretazione “solitaria” della leadership, senza quell’opera di “mediazione” in grado di portare la maggior parte del partito su posizioni innovative.
Insomma da questi nodi si deve ripartire per tessere, sperabilmente con più lucidità e serenità, la tela del nuovo Partito Democratico a poco più di un anno e mezzo dalla sua fondazione. Ma vale la pena provarci con impegno ancora maggiore!

Michele Salvati ha dedicato diversi articoli alle vicende del Partito Democratico. Il più articolato è apparso su Il Riformista del 13 dicembre 2008 con il titolo – che più esplicito non si può – “Il mio PD corre un grave pericolo” (vedi). Cinque le difficoltà individuate: (1) un residuo problema ideologico-culturale; (2) il modello di partito; (3) la forma di stato e di governo; (4) il futuro del sistema partitico, le alleanze e la legge elettorale; (5) come fare opposizione. Ma già in precedenza era intervenuto per “leggere” questa prima fase del PD. L’1 maggio 2008 su Europa: “Il PD, Giavazzi e l’incubo del Partito d’azione” (vedi). Il 30 giugno 2008 sul Corriere della Sera: “Tra due linee passa solo un congresso” (vedi). Infine il 20 febbraio 2009, di nuovo sul Corriere della Sera: “Diritto a un chiarimento” (vedi). Interessante anche l’articolo di Giorgio Merlo su Europa dell’8 maggio 2008: “Discutiamo di alleanze, profilo del partito e innovazione” (vedi). Infine sono una lettura d’obbligo le considerazioni di Massimo D’Alema su la Repubblica del 20 febbraio 2009 (vedi). Questo per iniziare a farsi un’idea della posta in gioco e delle opzioni in campo.

PS (1 marzo 2009): Interessanti anche le considerazioni del sociologo Francesco Ramella su La Stampa del 28 febbraio (vedi). Così come quelle di Ilvo Diamanti circa “la sfiducia nella politica e negli altri” degli elettori del PD della prim’ora (vedi). Un’analisi che richiede un rinnovato vigore nell’azione politica a livello sia nazionale che locale.

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7 Responses to L’infanzia non semplice del Partito Democratico. Una mappa dei nodi da sciogliere

  1. maurizio ha detto:

    Sono in linea di massima d’accordo con quanto scritto. Tuttavia credo, da ex elettore del pci, che la débacle del PD debba essere cercata in un vulnus che era insito nella generazione del partito stesso. Gli elettori del PD, nuovi, vecchi, acquisiti, hanno trovato oscillazioni e mancate prese di posizone che li hanno portati a disertare le urne. Non c’è solo la potente macchina mediatica della Destra a tracciare la via della sconfitta del centro sinistra. La scelta di non fronteggiare mai l’avversario, perchè volgare e screditante, va bene quando si è in un rapporto a due. Ma in questo caso c’era un terzo, presente e con padiglioni auricolari ben aperti, al quale rivolgersi.

    Veltroni ha stretto troppe volte la mano al presidente del Consiglio. Veltroni ha scelto la strada suicida dell’andare da soli, tagliando i legami con la sinistra, e legandosi a doppio filo a quel Di Pietro che poi, prontamente, ha scelto di non formare un gruppo unico. Da quel momento è stato un silenzio assordante.

    Chi aveva il compito di dire agli italiani che l’operazione Alitalia è stata un obbrobbrio? Chi doveva, con pervicacia, parlare alle familgie e smascherare la storiella dell’italianità dicendo che quella mossa è stata un aggravio economico per tutti noi? Perchè Napolitano, che Dio ce lo preservi, è stato lasciato solo (mediaticamente solo) nel corso dell’attacco frontale sferratogli dalla Destra nel caso Englaro?
    Perchè non ho mai sentio una sola volta, mai, Veltroni dire che il lodo Alfano è un aborto giuridico che ci pone fuori dall’Europa? Peerchè mi è toccato vedere, ogni santo giorno, le interviste della Binetti che sparlava di pene divine, senza che mai, mai una sola volta, Veltroni difendesse quell’inestimabile uomo che è Ignazio Marino? Perchè solo Di Pietro è stato lasciato a difendere la laicità dello stato? Il popolo del Pd, un pò lo conosco, si è stancato di chi ha marcato il proprio posto in chiave di assenza. L’unica volta in cui si è visto Veltroni, ultimamente, è stato nello stringere nuovamente la mano al presidente del Consiglio per dire si alla legge sbarramento per le europee. Dunque la sua uscita di scena è stata doverosa. Il popolo del Pd non attende che un cenno per tornare alle urne. Ma gli va dato, chiaro e forte.

    Maurizio

  2. Andrea Paltrinieri ha detto:

    Caro Maurizio, io invece non sono d’accordo con le tue osservazioni. O, meglio. Sono d’accordo solo quando rilevi, come ho già fatto nel mio post, che sul tema della laicità dello stato, sul come intendere questo principio, abbiamo bisogno di fare una discussione seria che ad oggi non è stata fatta. Le oscillazioni sulla linea da tenere ci sono state. Su questo non c’é dubbio. E sono oscillazioni che evidenziano che l’elaborazione interna delle decisioni non era sufficientemente solida. Ma diversamente da te non considero un errore l’aver scelto di correre da soli. Semmai, visto a posteriori (cosa più facile, ne converrai), risulta evidente che NON è stata una buona mossa l’alleanza con l’Italia dei Valori. La scelta “suicida”, mi dispiace dirlo, l’ha compiuta l’arcipelago della sinistra rinunciando a fare i conti con la realtà ed attestandosi invece ancora con idee e parole d’ordine di un secolo fa (se penso che nel PRC ci sono ancora gruppi politici che si definiscono trotskysti … mi vengono un poco i brividi). IL PD ha semplicemente preso atto del fallimento di una coalizione troppo eterogenea. E per fortuna che a capo del governo c’era Prodi … Per la difesa di Napolitano il PD è sceso in piazza. Su Alitalia la voce di Bersani è stata praticamente l’unica ad evidenziare la “truffa” in atto … Con questo non voglio dire che i problemi non ci siano stati e non ci siano anche tutt’ora. Anzi, mi sembra di averne parlato in modo molto trasparente, come al solito. Perché aderire ad un partito – almeno io la intendo così – non significa essere tanto “partigiano” da dire sempre e solo che va tutto bene. Anche sulla Binetti vorrei fare una precisazione (ed anche su di lei ho già scritto in passato; vedi:

    https://amarevignola.wordpress.com/2008/03/30/i-cattolici-il-pd-lidea-di-laicita-un-ragionamento-in-due-mosse/

    Un partito ampio, grande, ovvero “a vocazione maggioritaria” è necessariamente un partito plurale. Che non vuol dire che dentro ci può star tutto. Ma di certo il problema del PD non è la Binetti e la sua posizione, ma semmai la mancanza di una discussione vera, profonda su questi temi, una discussione che porti a definire una linea che oggi non è (compiutamente) definita. Io ritengo plausibile che lo possa essere in futuro ed il congresso dovrebbe servire anche a quello. Se poi tutto questo sia sufficiente per avere il consenso (elettorale) della maggioranza degli italiani … be’ questo è un altro tema.

  3. maurizio ha detto:

    Caro Andrea,
    questa sana differenza di opinoni, da la cifra di come le distanze siano misurate da quell’irriducibilità che ci porta, appunto, a ‘militare’ in luoghi diversi del centro sinistra.
    Armonizzare i punti non riducili è ciò che differenzia un gruppo di persone di idee radicate ma colloquianti, dai pastoni inomogenei . E il dialogo a questo serve.
    Dialogo, in nome del quale, mi premono alcune puntualizzazioni.
    Dice Woody Allen: tutti gli uomini camminano, Socrate è un uomo, tutti gli uomini sono Socrate.
    Utilizzo come punto di partenza i ‘brividi ‘per segnare come l’utilizzo dell’appartenenza dell’altro sia una mossa retorica che nasconde le individualità.
    Ti scandalizzano i Trozkysti, e sta bene. Io non li conosco, lo confesso. Anche se conosco la figura di L. Trozky. Non sono uno di loro.
    Personalmente ti dico che il sangue mi gela molto di più nel sapere che nella grande famiglia PD trovano spazio, o lo hanno trovato, personalità quali Democristiani di antico lignaggio ( i ‘cavalli di razza’ di cui diceva Indro) teodem molto attivi, etc.
    Non tanto per loro, persone integre ed oneste, quanto i Trozkysti, ma perchè portatori di un valore di fondo che mi pare assolutamente incompatibile con l’idea del PD.
    Vulgo: tra Lev Trozky, pace all’anima sua, e chi definisce la proposta del Senatore Marino una ‘via all’eutanasia’ ti confesso davvero che il sangue ghiaccia più nel secondo caso.

    Tu controbatti al mio dire di un Pd assente, o di un Veltroni assente, contrapponendo, che so, le parole dell’ottimo Bersani, che sappiamo aver detto la verità taciuta da molti media sulla vicenda Alitalia. Sarà omonimia, ma mi ricorda quello stesso Pierluigi Bersani al quale fu candidamente consigliato di non candidarsi alle primarie. Quel Bersani che ha scelto di porre la propria candidatura attraverso le colonne di Repubblica, attirandosi gli strali di metà partito.

    Casualità? Contingenze? O ancora scelte, scelte pesanti, che svuotano l’idea che il PD sia naufragato per colpa dei venti di scirocco?
    Si va a fondo per scelte di piombo fatte ab origine. Non per difficoltà nell’infanzia. E’ stato Veltroni, consapevolmente, ad accettare l’alleanza di un uomo che da sempre va dicendo ‘il mio cuore batte a destra’. Una scelta, immagino, discussa, ponderata. Per la quale gli elettori hanno fatto pagare pegno.
    Ancora: la stretta di mano con il Cavaliere per la soglia al 4 per cento. Dico, ma chi si è detto convinto di rappresentare ‘la sinistra’, e vede come fumo negli occhi la sinistra radicale ( quella con i Trzoskisty di cui prima) , quale paura può mai aver avuto di questo ‘arcipelago’. Bah…
    E’ un po come se i Kenyoti che corrono la maratona di Roma, si mettessero d’accordo per non farmi partecipare. Io , che taglio il traguardo quando loro sono già lavati, cambiati e in volo per il Kenya.
    La scelta suicida è un momento singolo. Una decisione presa nel buio, momento in cui un uomo sceglie di non volere più vedere la mattina dopo. In questo caso non possiamo appellarci né alla depressione, né a patolgie subdole. Queste scelte prima enumerate sono il condensato di un agire consapevole, una rotta tracciata e scientemente perseguita. L’agire di un gruppo dirigente che ha voluto credere, e ha voluto farci credere, che si potesse stringere la mano a chi ci ha definito coglioni.
    Su slogan e parole di un secolo fa:
    A parere mio se alcune di queste muffose formule ( dell’arcipelago della sinistra, intendo, ) fossero a sufficenza state parlate dal PD sin dalla sua infanzia, non ci sarebbero stati i terribili risultati ottenuti. Uno slogan ammuffito:
    ‘La questione morale esiste da tempo, ma ormai essa è diventata la questione politica prima ed essenziale ‘. Sono parola di Berlinguer, ( che si definiva ‘comunista, immagino un abitante dell’arcipelago ante litteram). Bè, se questa vetuste parole fossero state riascoltate dal PD, forse la mannaia giudiziaria non avrebbe falcidiato diversei ceppi del PD, sappiamo bene a cosa mi riferisco.
    Perdere 10 punti percentuali e dare la colpa ai ‘conflitti interni’ ( parole di W W, ) è come incolpare le alghe, o i campi elettromagnetici. Questo tipo di conflitto era insito nella creazione ( ecco il vulnus), in quel modo, di un partito. Cosi’ come era insito il limite di voler rappresentare tutta la sinistra, anche l’arcipelago, senza poi esserne all’altezza.

    Insomma, a noi tutti resta molto lavoro da fare per costruire una comune linea Maginot.

    Maurizio

  4. Andrea Paltrinieri ha detto:

    Maurizio, la discussione diventa impegnativa e soprattutto … lunga. Di errori ne sono stati commessi. Per il PD ne ho parlato innanzitutto nel mio post. L’analisi di quelli della sinistra richiederebbe un testo almeno di pari dimensioni del tuo commento. Altrimenti non si spiegherebbe il non raggiungimento della soglia del 4% e la mancata elezione di parlamentari alle politiche del 2008. In ogni caso è una discussione che è bene fare, confidando che possa aiutare a ricostruire un pezzo del sistema politico italiano in grado di proporsi come alternativa credibile a Berlusconi.

  5. maurizio ha detto:

    Sul questo sono completamente d’accordo.
    Al netto dell’intorpidimento mediatico voluto da chi ci governa con pesanti dosi di qualunquismo televisivo, la sinistra ha commesso errori madornali.
    Vale anche per noi: la colpa del non raggiungimento della soglia non è ascrivibile alle alghe.

    Detto questo la mancanza di volontà di dialogo ( che Veltroni ha messo come punto di partenza ponendo come patner privilegiato Di Pietro e non la sinistra) si è dimostrata una scelta sbagliata. Spero che il nuovo corso ( Franceschini? Bersani? ) lavori per il non consolidamento delle destre da qui all’eternità.
    Dico questi due nomi in quanto l’uno c’è, l’altro vorrei che ci fosse, ma anche perchè sono rimasto colpito dal sondaggio che ‘Repubblica’ ha sfornato il giorno dopo la Caporetto Sarda. Alla domanda rivolta agli elettori PD su ‘chi vorresti come futuro segretario’ la maggioranza ha risposto ‘chiunque ma non uno dei nomi che oggi circolano’.

    Cambiare referente è obbligo per il PD.
    Scegliere la via della non contrapposizione è obbligo per a sinistra.

    Maurizio

  6. ivana gibellini ha detto:

    E’ interessante questo vostro dibattito, vorrei esprimervi alcune mie convinzioni/perplessità. Credo che l’idea di Veltroni di correre da solo, sia stata in parte interessante ma ormai superata.

    Interessante perchè la sinistra italiana, (Prc e Rifondazione ma anche altri piccoli corpuscoli) è troppo immatura per porsi come forza di governo, come forza SOCIALDEMOCRATICA, che è un termine non disprezzabile, anzi per me racchiude tutta la forza del pensiero PROGRESSISTA europeo.

    Ma veniamo ai punti che vorrei condividere con voi.
    Si può affermare che una democrazia matura, fra le altre cose è sempre il risultato di un bilanciamento tra due “forze” contrapposte di libertà ed eguaglianza? per intenderci libertà degli stati liberali e eguaglianza degli stati socialisti.
    Si può dire che in una democrazia matura, queste forza tendono a convergere di più che in altri regimi?

    Si può affermare che un partito progressista moderno, ha il compito di trovare la sintesi fra queste due forze?

    se sì, credo che il Pd sino ad ora sia stato poco coraggioso e poco determinato, ma soprattutto poco propenso,al dibattito interno. Certo i tempi rapidi hanni inciso, speriamo nel futuro.

    Dopo la premessa vorrei segnalare Alcuni errori che secondo me il PD ha commesso:

    il primo: usare il termine temi etici in alternativa al termine LIBERTA’, lasciando questa parola nelle mani di Berlusconi, questo è un errore, i temi etici devono essere visti nell’ambito delle libertà individuali, già previsti dalla costituzione.

    Sbagliato poi è dividere i cittadini tra cattolici e non cattolici, così si fa un favore gratuito alle gerarchie ecclesiastiche, piuttosto parlerei di cattolici che hanno maturato il senso della libertà individuale e cattolici che non l’hanno maturato.

    perchè dico questo? perchè sul caso Englaro come sulle staminali, penso che moltissimi cattolici non la pensano come i Casini, i Rutelli e le Binetti, i quali lontani dalla gente, contribuiscono a sovrastimare il potere del Vaticano.

    Poi, non dimentichiamo che Paolo VI e Giovanni Paolo II si espressero diversamente sul fine vita rispetto a Joseph, quindi l’argomento è molto più relativizzabile di quanto non si creda anche nel mondo cattolico, senza considerare che Ortodossi, Valdesi ecc. si sono espressi contrari all’accanimento teraputico.

    Allora mi chiedo cos’è questa ritrosia del PD ed in particolare degli EX DS, AD APRIRE UN DIBATTITO SERIO E PROFONDO, non solo all’interno del PD ma nella società civile? ES: Nel nostro territorio, non ho visto un’iniziativa che una. Si può lasciare che sui temi di libertà, ribadisco, non etici, ma di libertà, la chiesa, che rappresenta sè stessa Casini, Rutelli e qualche losco personaggio del PDl, la faccia da padrona, non trovi una forza di pensiero contrapposto.

    In questo modo è come se il PD dicesse, va beh! faremo una piccola battaglia in parlamento, se va bene meglio se va male pazienza.

    Sui temi dell’eguaglianza, Franceschini (vedi tizzatori sociali) sta giustamente dando fiato alle trombe, per qualcuno potrebbe non essere sufficente, personalmente ritengo che come primo piatto possa andare abbastanza bene, nella speranza che sia solo l’antipasto.

    Infine, c’è un’altro aspetto da non sottovalutare, il tema della legalità.

    Napoli, l’Abruzzo, Unipol=fateci sognare! i furbetti del quartierino, ecc. ecc.

    Si lo so, c’è di peggio, (c’è il Presidente del Consiglio ad es.) ma purtroppo, oltre al fatto che legalità vuol dire, semplificando, difesa dei più deboli, resta il fatto che gli elettori vicini al PD, ossia coloro che provengono dalla sinistra, sono molto sensibili a questo tema (ricordiamo che l’Italia è uno dei paesi più corrotti non solo d’Europa ma del mondo). Purtroppo, gli elettori che provengono dalla sinistra sono esigenti in fatto di legalità, non sono di bocca buona come si dice da noi.

    A meno che, non si voglia un’alleanza con l’UDC, che raccoglie molti voti al sud ma non è una forza progressista, rinunciando a tutti coloro che provenendo dalla sinistra possono rinunciare qualcosa, ma non a tutto.

    L’idea del PD, potebbe essere importante e portare davvero aria nuova, se solo chiarisse a stesso e agli elettori, qual’è il suo scopo a lungo termine.

    Per quanto riguarda l’alleanza con Di Pietro, beh! l’unica cosa che mi viene da dire è, come dice il Prof. Pasquino: l’opposizione a Berlusconi non è mai abbastanza.

    Grazie Ivana

  7. Andrea Paltrinieri ha detto:

    Ciao Ivana, condivido molte delle cose che dici. il programma “riformista” tratteggiato da Veltroni (forse tu preferisci “progressista”) mi sembra assolutamente condivisibile e tuttora valido. Esso include anche l’idea di laicità che distingue tra “arene pubbliche” (dove tutti possono intervenire, dunque anche la Chiesa, ed usare anche un linguaggio “religioso”) ed istituzioni pubbliche (es. il parlamento od il consiglio comunale), in cui invece l’unico linguaggio ammissibile è quello potenzialmente accettabile da tutti. Nelle arene istituzionali gli argomenti religiosi non valgono come argomenti. E’ un ‘idea presa da filosofi come Rawls e Habermas – io la trovo assolutamente convincente. E’ stata pure oggetto di un mio post:
    https://amarevignola.wordpress.com/2008/03/30/i-cattolici-il-pd-lidea-di-laicita-un-ragionamento-in-due-mosse/
    Non è ovviamente semplice declinare questa idea nei comportamenti e nelle battaglie quotidiane, ma qualcosa si inizia a vedere (vedi l’iniziativa sul testamento biologico del senatore Ignazio Marino). Bene anche le dichiarazioni di Franceschini su questo tema della laicità dello stato. Insomma, c’è una cosa da fare e che va fatta anche a livello locale: costruire questo nuovo partito!

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