Architettura e welfare community. Sul progetto di Paolo Portoghesi per la nuova casa protetta di Vignola

Rendering_a1Una mano che si sospende e si allunga verso il centro della città” – così l’architetto Paolo Portoghesi rappresenta il tema guida del progetto per la nuova casa protetta di Vignola, come a voler intensificare le relazioni tra la struttura ed il resto della comunità (riducendo la sensazione di un “corpo separato” o forse anche “estraneo”). Il progetto, di cui conosciamo solo alcuni rendering, può piacere o non piacere. Sta di fatto che esso sollecita una riflessione sull’innovazione del nostro sistema di welfare locale. Passa necessariamente (o anche solo prioritariamente) per il contributo dell’architettura a disegnare i nuovi luoghi di cura? Vediamo.

Casa protetta, centro diurno, palazzina area amministrativa vista dall'alto.

Vista dall’alto: casa protetta, centro diurno e sede amministrativa dell’ASP G.Gasparini di Vignola (via Libertà, alla confluenza con via Circonvallazione). Sulla dx (di colore bianco) è invece la sede del Distretto Sanitario.

[1] “Riuscirò a far capire il senso di questo progetto?” – è l’interrogativo espresso da Marco Franchini, presidente dell’ASP G.Gasparini di Vignola, nell’introdurre il progetto in occasione del Cersaie a Bologna (il 25 settembre scorso – qui il video: vedi). In estrema sintesi: non si supera la grave crisi economica in corso solo con interventi di “efficientamento”; occorre invece anche fare innovazione e rilanciare un nuovo ciclo di investimenti. E qui anche il “pubblico” può fare la sua parte, ammodernando i luoghi del “welfare”. A patto che abbia una visione di un nuovo welfare state. Più “comunitario”. Comunque sia, il percorso del progetto iniziato nel giugno 2013 è ad una svolta. Bisogna dire chiaramente cosa farne: farlo decollare o voltare pagina. Aggiungo dunque un contributo dopo quello dato un anno fa (vedi). Ma per prima cosa ascoltiamo il presidente dell’ASP che nella sua presentazione riflette sui limiti dell’attuale struttura (casa protetta, RSA, centro diurno) ed esprime la sua visione su come superarli: “Era la struttura che allontanava. La soluzione dunque è trasformare una struttura che fa uscire in una struttura che fa entrare. Mancano le persone intorno agli anziani. (…) Una struttura che deve puntare ad essere leader deve puntare a far star bene le persone. Per farle star bene bisogna creare delle relazioni. In definitiva, quella struttura deve far entrare una comunità. Al centro ci devono essere gli anziani, intorno una comunità. E allora per fare questo non possiamo che fare affidamento alla bellezza. Perché l’unica cosa che attrae, che crea attrazione … Non si attirano i ragazzi (…) non si fanno venir dentro le persone, non si può pensare di attirare una comunità per moralismo. Il moralismo allontana. Si attirano per la bellezza. E una volta che sei dentro, per osmosi, impari che anche quelle strutture possono far bene. Può far bene ai ragazzi sapere che la vita ha un tempo e se la vita ha un tempo io bisogna che mi impegni. Può far bene ad un anziano vedere un bambino all’interno della comunità … perché noi facciamo la pet therapy, ma la terapia umana è la più importante.

Paolo Portoghesi illustra il progetto (nella slide colorata è rappresentata la pianta dell'edificio attuale con il corpo aggiunto, obliquo) al Cersaie, il 25 settembre 2014.

Paolo Portoghesi illustra il progetto (nella slide colorata è rappresentata la pianta dell’edificio attuale con il corpo aggiunto, obliquo) al Cersaie, il 25 settembre 2014.

[2] Il welfare state (lo “stato del benessere”, ma potremmo anche tradurre, forzando, con il “benessere di stato”) de-responsabilizza. Non è un tema nuovo. E’ infatti un tema ricorrente nella “critica” al welfare state dalla seconda metà degli anni ’70. Ed è stato spesso evidenziato, questo va ricordato, dai “critici” del welfare state e più precisamente da coloro che volevano ridimensionarlo (se non proprio smantellarlo). Ma al di là delle intenzioni che animano coloro che hanno proposto e sviluppato questa critica è certo che essa, in una certa misura, coglie nel segno. L’intervento dello “stato” avviene secondo modalità che de-responsabilizzano gli utenti stessi ed i gruppi familiari e sociali, o le comunità a cui questi appartengono, visto che l’intervento non è più a carico della “comunità”, ma di burocrazie specializzate. Se lo stato garantisce gratuitamente assistenza sanitaria a tutti allora posso, in quanto cittadino, preoccuparmi meno del mio stile di vita. Se lo stato garantisce assistenza sociale ed economica alle persone in difficoltà possiamo, in quanto comunità, evitare di preoccuparci di questo problema. Certo, bisogna però subito aggiungere che a questo effetto di de-responsabilizzazione è possibile porre rimedio (almeno in una certa misura). Quando negli anni ’80 si è iniziato a parlare di “superamento” del welfare state verso la welfare community – lasciamo perdere per un attimo quanto ideologica sia questa etichetta – si aveva in mente proprio ciò: una modalità di “assistenza” e di “offerta di benessere” meno de-responsabilizzante, in grado di affiancare al necessario intervento istituzionale anche un nuovo coinvolgimento della comunità (e dei singoli interessati).

Rendering del corpo sopraelevato aggiunto e del portico a semicerchio, metafora dell'abbraccio alla città.

Rendering del corpo sopraelevato aggiunto e del portico a semicerchio, metafora dell’abbraccio alla città.

[3] Sullo sfondo dei ragionamenti sviluppati dal presidente Marco Franchini sta dunque uno dei reali “dilemmi” del moderno stato del benessere. Riportato alla scala locale, alla vicenda delle nostre strutture residenziali (per anziani e disabili), significa in effetti cercare modalità che trasformino “una struttura che fa uscire”, ovvero che “espelle” la comunità e le relazioni con il circostante tessuto sociale, in “una struttura che fa entrare”, ovvero in grado di diventare accogliente ed anzi “attrattiva” per la comunità circostante. Fin qui tutto bene. Il problema sorge circa il “come fare”. Nel corso del suo intervento al Cersaie Marco Franchini ha detto che per attirare la comunità, per “portarla dentro”, bisogna “fare affidamento sulla bellezza” – da qui il coinvolgimento dell’archistar Paolo Portoghesi nello sviluppo del progetto. E’ davvero così? E’ proprio vero che “non si può pensare di attirare una comunità per moralismo; il moralismo allontana. Si attira [invece] per la bellezza”? Pura ideologia, viene da dire. Vediamo.

Paolo Portoghesi presenta il progetto al Cersaie. Nella slide la pianta del primo piano.

Paolo Portoghesi presenta il progetto al Cersaie. Nella slide la pianta del primo piano.

[4] Così come l’estetica della struttura non è affatto la dimensione più rilevante ai fini della qualità della vita degli ospiti di una struttura residenziale (tema già trattato: vedi), ugualmente essa non è affatto rilevante al fine di promuovere il coinvolgimento della comunità nella vita della struttura. Non è neppure questione di “moralismo” (se con tale espressione si intende far riferimento alla sollecitazione del senso etico di una comunità). Per fortuna l’alternativa non si gioca esclusivamente tra “bellezza” (come fattore di attrazione) e senso etico (come fattore di spinta). Per fortuna ci sono “strategie” assai più produttive di relazioni sociali tra una struttura e la comunità in cui è inserita – strategie che non necessitano né di fascinazione estetica, né di atteggiamenti “eroici” dei cittadini. Si tratta di strategie di “apertura sociale” dell’organizzazione (ad esse possono anche essere affiancate iniziative di marketing sociale, ma in questa sede trascuriamo questa ulteriore opportunità). Ovvero, per dirla in termini generali, di un welfare state che si apre ad utenti e cittadini: mettendo i primi davvero “al centro”; facendo entrare i secondi nei “piani alti” dell’organizzazione, ovvero facendoli partecipare agli organi di governo (la comunità in “cabina di regia”, si potrebbe dire). Due esempi.

  • Nei servizi pubblici deve essere considerato un diritto degli utenti essere coinvolti nei processi di pianificazione e programmazione dei servizi e nel controllo della loro qualità. Al momento ciò è scritto solo nello Statuto dell’Unione Terre di Castelli (su iniziativa delle liste civiche, allora in minoranza: vedi) ed attende di essere realizzato. Insomma utenti (e loro famigliari) vanno coinvolti in modo sistematico (con le opportune metodologie e tecniche – tema non semplice, ma che qui possiamo trascurare) nel “disegnare” i servizi, nel controllarli, nel migliorarne la qualità. Se usato in modo intelligente questo principio produce un’intensificazione delle relazioni tra la struttura ed i famigliari (il primo target!) e relative comunità di riferimento. Tutte le occasioni di reale empowerment “catturano” partecipazione, ovvero “fanno entrare la comunità”.
  • Oggi al vertice dell’ASP c’è un consiglio di amministrazione (tre componenti, di cui uno con funzioni di presidente) che traduce operativamente gli indirizzi forniti dall’assemblea dei soci (sindaci o loro delegati). Non si può innestare già qui una maggiore “presenza” della comunità? Non si può allargare la composizione del consiglio di amministrazione a figure rappresentanti degli utenti o della società civile? Oppure istituire un organismo consultivo di rappresentanza della comunità con cui confrontarsi sulla programmazione e gestione dei servizi? Oppure ancora un “consiglio di gestione” per ogni struttura (un po’ come si fa da tempo per gli asili nido)? Insomma è su questi “dispositivi socio-organizzativi”, più che sulla bellezza della struttura, che bisogna fare leva se davvero si vuole “una struttura che fa entrare [la comunità]”. E per realizzare ciò non serve il coinvolgimento di un’archistar. Serve una chiara visione sull’apertura del “servizio pubblico” ad utenti e cittadini (e comunità).
Il presidente dell'ASP Marco Franchini con il sindaco Daria Denti in occasione dell'inaugurazione del "giardino alzheimer" (foto del 16 giugno 2012)

Il presidente dell’ASP Marco Franchini con il sindaco Daria Denti in occasione dell’inaugurazione del “giardino alzheimer” (foto del 16 giugno 2012)

PS Ovviamente anche io preferisco una casa protetta rinnovata e rimessa a nuovo, ma l’effettivo impegno per ciò va misurato con le priorità del momento che, per Vignola, sono altre (innanzitutto un nuovo polo scolastico). Per l’edificio della casa protetta è dunque necessario limitarsi ad un intervento di manutenzione straordinaria e di efficientamento energetico. Non è invece “razionale” il drenaggio di ulteriori risorse pubbliche (o private) per la realizzazione del “progetto Portoghesi”. Come risulta chiaro dalla relazione di Paola Matino (vedi), il business plan dell’opera prevede di attingere da molteplici fonti – indebitamento dell’ente pubblico, risorse proprie già accantonate per la manutenzione, contributi di fondazioni, mini-bond, ecc. – sottraendo però risorse (3-5 milioni di euro) ad altri impieghi.

PPS Qui il video della presentazione del progetto al Cersaie il 25 settembre 2014 (vedi). Qui invece il video di presentazione del “Laboratorio di progettazione architettonica” per la “nuova casa protetta” di Vignola da parte degli studenti del Politecnico di Milano (vedi). Qui il comunicato stampa relativo alla presentazione al Cersaie, dal sito web dell’ASP (vedi) e dal portale web “Sociale” della Regione (vedi). Qui la presentazione del progetto nel sito web dell’ASP (vedi). E qui, infine, la presentazione del progetto sul magazine “Interni” (vedi).

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