Con Paolo Portoghesi si torna a parlare di architettura a Vignola. Per la casa protetta dell’ASP G.Gasparini

Sembra che siano passati secoli dall’ultima volta che si è parlato di architettura a Vignola. In realtà erano solo pochi anni fa. Era infatti nella legislatura passata. Quando il sindaco Roberto Adani aveva coinvolto Ben Van Berkel (vedi) nell’ipotesi di riqualificazione dell’ex-mercato ortofrutticolo di Vignola e aveva lanciato un concorso di progettazione internazionale per il nuovo “polo scolastico” – entrambi progetti poi abbandonati. Vicino a noi, invece, un progetto affidato ad un famoso architetto è stato realizzato: mi riferisco alla nuova biblioteca comunale di Maranello (vedi), progettata da Arata Isozaki (vedi). E’ dunque assolutamente sorprendente che oggi sia un amministratore giovane e “periferico” (rispetto ai centri del potere locale), il presidente dell’ASP G.Gasparini (vedi), Marco Franchini, a proporre alla città di Vignola l’ipotesi di un intervento affidato ad un noto architetto: Paolo Portoghesi (vedi). E’ quanto avvenuto pochi giorni fa. L’obiettivo? Dare qualità, grazie a una nuova architettura e a nuovi arredi, alla casa protetta per anziani di Vignola.

L'architetto Paolo Portoghesi (al centro) in visita alla Casa Protetta di Vignola. Con lui il vicensindaco di Vignola Mauro Montanari (di spalle, sulla sinistra); Marco Franchini, presidente dell'ASP G.Gasparini, e Francesco Lamandini, sindaco di Spilamberto (sulla destra) (foto ASP G.Gasparini del 15 luglio 2013)

L’architetto Paolo Portoghesi (al centro) in visita alla Casa Protetta di Vignola. Con lui il vicensindaco di Vignola Mauro Montanari (di spalle, sulla sinistra); Marco Franchini, presidente dell’ASP G.Gasparini, e Francesco Lamandini, sindaco di Spilamberto (sulla destra) (foto ASP G.Gasparini del 15 luglio 2013)

[1] In occasione della sua visita vignolese, il 15 luglio scorso, ospite del presidente dell’ASP G.Gasparini, Paolo Portoghesi ha esplicitato l’obiettivo del progetto: “credo che bisogna veramente sforzarsi di lasciare un bel ricordo a chi passa gli ultimi giorni della propria vita qui dentro e questo può arrivare anche tramite la mobilitazione dell’architettura e dell’arredo”. E poi anche: “siamo nella patria di un grande architetto, sono quindi affascinato da questo progetto. Dare un po’ di bellezza a questo ambiente mi sembra un obiettivo di grande interesse” (vedi il resoconto su Modena Qui del 16 luglio 2013, p.15: pdf). Affidarsi ad un architetto di fama – una “archistar” – per tutto questo? La domanda merita di essere presa sul serio, assieme alle sue implicazioni. Se il Guggenheim Museum di Bilbao, progettato da Frank O.Gehry, fosse un “ospizio” (uso volutamente questo termine non “politicamente corretto”) cambierebbe qualcosa nella vita dei suoi ospiti? E poi: sicuri che cambierebbe in meglio? Innanzitutto c’è oramai una discreta letteratura che mette in luce le “disfunzionalità” dell’architettura contemporanea: da Tom Wolfe, Maledetti architetti, Bompiani, Milano, 1988 (vedi); a John Silber, Architetture dell’assurdo, Lindau, Torino, 2009 (vedi); a Franco La Cecla, Contro l’architettura, Bollati Boringhieri, Torino, 2008 (vedi). Prendiamolo come un (primo) invito alla cautela. Segue subito un secondo interrogativo: in ogni caso, non stiamo sopravvalutando il potere dell’architettura? Alain de Botton (in Architettura e felicità, Guanda, 2006, p.15) ricorda che John Ruskin “dopo un attento studio degli edifici di Venezia ammise che in effetti ben pochi veneziani sembravano nobilitati dalla loro città, forse la più bella scenografia urbana al mondo”. E poi: “anche se potessimo trascorrere il resto della nostra vita nella Villa Rotonda del Palladio continueremmo comunque a essere spesso di cattivo umore” (p.16). Forse a parità di tutto il resto una bella architettura migliora l’umore, il “benessere” o la qualità della vita. Ma è altrettanto vero che vi sono numerosi altri aspetti (socio-organizzativi) che giocano un ruolo assai più rilevante.

Paolo Portoghesi in visita alla casa protetta di Vignola (foto ASP G.Gasparini del 15 luglio 2013)

Paolo Portoghesi in visita alla casa protetta di Vignola (foto ASP G.Gasparini del 15 luglio 2013)

[2] Questi argomenti non ci debbono portare ad escludere “l’investimento in architettura” per singoli edifici o parti di città, ma certamente a precisare il contributo che essi possono dare non tanto all’estetica della città (un aspetto controverso solo per la mancanza di un’ideale di bellezza universalmente accettato), ma al benessere dei suoi abitanti. Rispetto a ciò la domanda è: e se Portoghesi fosse il problema, piuttosto che la soluzione? Ovvero: il ricorso ad una archistar non ci offre l’illusione che sia lui che possa risolvere per noi il problema della “buona abitabilità”? Ma la “delega” ad un esperto o superesperto non è affatto garanzia di una buona soluzione per i futuri abitanti (o utilizzatori). Riprendo una riflessione già iniziata su AmareVignola. Per la chiesa di Riola di Vergato progettata da Alvar Aalto negli anni ’60 per la curia di Bologna (vedi), colpisce la mole di studi preparatori nella Chiesa locale e le competenze accumulate su impulso dell’allora arcivescovo, Card. Giacomo Lercaro, che anni prima di incaricare Aalto della progettazione di una “chiesa nuova” aveva istituito e fatto operare a Bologna il Centro di studio ed informazione per l’Architettura Sacra (vedi). Oggi a Vignola, nella patria di Jacopo Barozzi, le istituzioni pubbliche hanno competenze forti sull’abitabilità, sugli edifici collettivi o pubblici, sullo sviluppo della città, così da garantirsi, in quanto committenza, un’effettiva capacità di governo di un tale progetto? C’è da dubitarne. Servirebbe appunto una sorta di “centro di studio” sulla qualità dell’abitare o sulla qualità della città – nulla di più lontano dalla sensibilità degli attuali amministratori (prima ancora che su un tale “dispositivo” si facciano ragionamenti di sostenibilità economica e di scala territoriale). Il primo vero elemento di fragilità di questa idea sta, per me, in questo. Manca, al sistema politico-amministrativo locale, un’interfaccia adeguata con un qualsiasi architetto – ancor di più se di fama.

Paolo Portoghesi in visita alla casa protetta di Vignola (foto ASP G.Gasparini del 15 luglio 2013)

Paolo Portoghesi in visita alla casa protetta di Vignola (foto ASP G.Gasparini del 15 luglio 2013)

[3] “Una buona atmosfera «abitazionale» (…) si può raggiungere solo là dove è possibile soddisfare due bisogni: il bisogno di contatto di quanti abitano insieme – con un’espressione ora impoverita, ma originariamente pregnante: il socievole stare in compagnia – e al tempo stesso il bisogno di stare soli. Ciò significa che un appartamento deve contenere delle zone d’incontro e un «territorio» particolare riservato al singolo e rispettato come tale da tutti i membri del gruppo.” (Mitscherlich A., Il feticcio urbano. La città inabitabile, istigatrice di discordia, Einaudi, Torino, 1968, p.120; ed.orig. 1965) E’ la messa a fuoco più efficace dei requisiti essenziali di una buona abitazione e vale tanto per un appartamento familiare, quanto per una residenza collettiva. A cui va aggiunto l’elemento del “controllo” personale, ad esempio la possibilità di arredare in modo personalizzato lo spazio privato, visto che ogni dimora è anche luogo dell’identità e della comunicazione sociale (“mostrami la tua casa e ti dirò chi sei”). Ma qui arriviamo già ai fattori sociali ed organizzativi: ad esempio al controllare la possibilità di scegliere la stanza in cui essere ospitato, personalizzare gli arredi (posso affiggere alle pareti i miei quadri di casa?), controllare quando usare lo spazio privato (e come, chi farvi accedere) e quando quello della socialità (che è sempre socialità di gruppo – gruppo “scelto” – non indistintamente di tutti). Questi sono aspetti che influenzano in modo evidente la qualità della vita degli ospiti. Se pensiamo che nella casa protetta oggi la cena viene somministrata alle 17 – una soluzione organizzativa nient’affatto improntata alla “familiarità” o “centrata sull’utente” – ci rendiamo conto di quale rivoluzione sarebbe necessaria per dare più qualità della vita agli ospiti. E non è affatto detto che per ottenere ciò l’elemento architettonico sia quello più importante. Aggiungerei poi che se dovessi affidare a Paolo Portoghesi il progetto per un nuovo edificio non mi farei certo vincolare dall’attuale collocazione. Perché non pensarlo in un luogo diverso, in un luogo di qualità? Ampie vetrate che affacciano la nuova struttura sulla collina (facendo vedere il trascorrere delle stagioni) o, perché no, sul fiume – una realizzazione nostrana della “casa sulla cascata” di Frank Lloyd Wright (vedi)? O un grande parco con capacità d’attrazione di bambini, giovani e adulti all’interno del quale incastonare la nuova struttura – dunque, per gli ospiti, un luogo di “incontro” con il resto della città?

Il sindaco di Vignola Daria Denti e Marco Franchini, presidente dell'ASP G.Gasparini, all'inaugurazione del "giardino Alzheimer" presso la Casa Protetta di Vignola (foto del 16 giugno 2012).

Il sindaco di Vignola Daria Denti e Marco Franchini, presidente dell’ASP G.Gasparini, all’inaugurazione del “giardino Alzheimer” presso la Casa Protetta di Vignola (foto del 16 giugno 2012).

[4] Il presidente dell’ASP G.Gasparini, Marco Franchini, accarezza l’idea di un concorso di progettazione per giovani architetti, con Paolo Portoghesi come supervisore. Per dare gambe al progetto servono però almeno 3 milioni di euro. L’impresa non è affatto facile – inoltre qualche interrogativo lo suscita (sopra ho riportato i miei). Il progetto difficilmente verrà realizzato – questa la mia previsione. In ogni caso dall’iniziativa potrebbero derivarne almeno due benefici. Una ripresa di una discussione pubblica – in realtà mai avviata nelle forme dovute – sull’architettura contemporanea ed il contributo che questa può dare nei contesti di periferia come Vignola ed il territorio circostante. Ma soprattutto – e qui c’è lavoro innanzitutto per la stessa ASP G.Gasparini – una riflessione su come migliorare la qualità della vita degli ospiti della casa protetta e degli altri servizi offerti. Elemento infrastrutturale, soluzioni organizzative, aspetti relazionali, ecc. – una bella indagine sulla qualità della vita nelle strutture residenziali e semiresidenziali, fatte con il coinvolgimento degli utenti, dei loro famigliari, delle loro eventuali “rappresentanze” (e con risultati resi pubblici) sarebbe un modo intelligente per riempire l’attesa della fase di fundraising, accumulando competenze da mettere a frutto nell’eventualità che si arrivi a commissionare un progetto ad un’équipe di giovani architetti o ad un’archistar.  E magari aiuterebbe ad assorbire lo shock nel caso in cui il progetto non dovesse decollare. Consegnando comunque un piano d’azione.

PS Qui la notizia come riportata sulla Gazzetta di Modena del 16 luglio 2013: vedi.

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2 Responses to Con Paolo Portoghesi si torna a parlare di architettura a Vignola. Per la casa protetta dell’ASP G.Gasparini

  1. Simone Parmeggiani ha detto:

    Salve Andrea,
    vista la lunghezza, mi permetto di linkare la mia risposta a questo articolo anzichè riportarla per intero
    https://www.facebook.com/notes/simone-parmeggiani/per-un-confronto-serio-e-interdisciplinare-sulla-progettazione/10151811973378745

    Saluti
    Simone

  2. Andrea Paltrinieri ha detto:

    Ciao Simone, uno dei quesiti che pongo è in effetti proprio questo: non è che “sugli architetti gravano compiti eccessivamente ampi”? Detto altrimenti: il rischio è quello che si possa ritenere che il nome dell’architetto risolva anche problemi che non competono strettamente o esclusivamente a lui. Quando scrivo – provocatoriamente – “e se Portoghesi fosse il problema, piuttosto che la soluzione?” intendo questo. Il problema è che il committente delega troppo all’esperto di edifici – l’architetto – la soluzione di problemi (come quello del “buon abitare”) che non possono essere risolti senza la partecipazione sia degli utenti che del committente. “Ovvero: il ricorso ad una archistar non ci offre l’illusione che sia lui che possa risolvere per noi il problema della “buona abitabilità”?” Che è invece un problema che dobbiamo risolvere noi, come comunità, come utenti, come istituzione. O, perlomeno, non possiamo non partecipare alla loro risoluzione, fornendo al progettista le linee guida del progetto. Per questo cito il caso della chiesa di Riola di Vergato realizzata da Alvar Aalto. In quel caso il committente, la curia di Bologna, aveva “studiato” per anni il tema di un edificio sacro rispondente ai principi della nuova liturgia uscita dal Concilio Vaticano II. Per mettere a frutto il contributo di un architetto nella realizzazione di una struttura di ricovero per anziani non autosufficienti occorre aver chiarissimo in mente cosa determina la qualità della loro vita in quel contesto istituzionale. Bisogna cioè che il committente sia in grado di fare le domande giuste al progettista. Insomma serve un committente in grado di sfidare, di stressare l’expertise del progettista. Temo che queste competenze non ci siano, né nell’ASP, né negli enti locali del territorio (e non è un problema solo locale, solo vignolese – se penso al progetto dell’Ospedale di Baggiovara ho l’impressione che siamo assai distanti da un progetto di qualità, almeno se lo si guarda dal punto di vista dei ricoverati e degli utenti). Certo, dunque: “la presenza di un archistar è motivo di lustro per la città di Vignola”. Ma qui siamo nell’ordine dei simboli di prestigio. Un ordine simbolico che non ha nulla a che fare con il benessere degli utilizzatori di un edificio.

    Aggiungo un’ulteriore considerazione. Ogni architetto ha il suo stile, la sua visione dell’edificio. La sensibilità del committente si vede già nella selezione del progettista, visto che scegliere un progettista significa “abbracciare un mondo”. Solo che la scelta di Portoghesi è avvenuta in modo del tutto casuale. Ovvero non è stata una scelta, ma la conseguenza di relazioni sociali. Non è un segno di provincialismo questo? Della serie: basta che sia una “archistar”.

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