La Rocca di Vignola e la città. Qualche riflessione a partire dal restauro degli affreschi della Sala delle Colombe

Uno degli esempi più importanti in Italia di pittura civile, ovvero a decoro di un edificio non religioso, della prima metà del ‘400 si trova a Vignola. Nella Rocca. Un ciclo straordinario di affreschi voluto da Uguccione Contrari (1379-1448) (vedi), amico, feudatario e ministro di Nicolò III d’Este (1383-1441) (vedi), marchese di Ferrara. Dopo aver ottenuto le terre di Vignola il 25 gennaio 1401 (che allora divennero contea), Uguccione trasformò la Rocca in una signorile dimora, facendo affrescare le pareti interne (piano terra e primo piano) ed anche le pareti esterne. Un lavoro realizzato entro il terzo decennio del Quattrocento e che ci consegna oggi la possibilità di ammirare questo grande ciclo di affreschi tardogotici. La Fondazione di Vignola sta procedendo ad un’opera di progressivo restauro che, dopo aver riguardato l’antica cappella al primo piano (nel 2005, vedi, sotto la presidenza di Giorgio Cariani), poi il loggiato d’ingresso (nel 2011, vedi), ha interessato oggi la Sala delle Colombe, riportata all’antico splendore (vedi). Una visita è d’obbligo.

La Rocca di Vignola vista da via Ponte Muratori (foto del 21 marzo 2009)

[1] L’inaugurazione di questi lavori di restauro si è tenuta ieri, sabato 22 settembre, alla presenza di un numeroso pubblico e con il saluto del presidente della Fondazione, Giovanni Zanasi, e l’intervento di autorità in materia: Carla di Francesco, Direttore regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici dell’Emilia-Romagna, Bruno Zanardi, Docente di Teoria e Tecnica del Restauro dell’Università di Urbino (nonché direttore dei lavori di restauro) e Antonio Paolucci, Direttore dei Musei Vaticani (che ha tenuto l’intervento più applaudito anche perché meno attento agli equilibri del “politicamente corretto”, richiamando la sistematica distruzione del paesaggio circostante Vignola realizzata in questi decenni di “progresso”). Zanardi, invece, ha osservato che i restauri della Sala delle Colombe hanno consentito di affermare con certezza l’unitarietà del ciclo di affreschi della Rocca (anche se ancora oggi non conosciamo il nome dell’autore, del “maestro”). In ogni caso ciò che è chiaro è che, nella vita artistica della Rocca, gli anni ’20 e ’30 del ‘400, in cui plausibilmente si colloca la realizzazione del ciclo di affreschi, costituiscono il vero punto di svolta. Se la Rocca di Vignola non è solo uno dei tanti “castelli”, uno dei tanti edifici difensivi che punteggiano il paesaggio italiano, lo si deve a questo ciclo di affreschi ed a chi l’ha voluto, Uguccione Contrari, figlio di Mainardo. E’ così che la Rocca ha anche il fascino delle dimore nobiliari del ‘400 italiano, come il Castello Estense di Ferrara e come il Palazzo ducale di Urbino. Insomma, nella “freccia del tempo” della Rocca e della comunità vignolese non tutti gli eventi hanno uguale importanza. Dal punto di vista artistico il più importante si colloca qui, in questi anni della prima metà del ‘400. Un motivo in più per visitare la Sala delle Colombe restaurata.

Il tavolo dei relatori all’inaugurazione della Sala delle Colombe reastaurata. Da sinistra: Carla di Francesco, Giovanni Zanasi, Antonio Paolucci e Bruno Zanardi (foto del 22 settembre 2012).

[2] Quest’opera progressiva di restauro della Rocca – e quindi di sua valorizzazione – offre materiali importanti di conoscenza e consapevolezza storica alla comunità vignolese. Anche se non è chiaro  se ciò abbia prodotto risultati significativi nella cultura locale. Sarebbe interessante, a titolo d’esempio (banale quanto si vuole, ma significativo), verificare in quanti tra i cittadini di Vignola ricordano i nomi dei “signori” della città (Grassoni, Contrari, Boncompagni), ne sanno disporre l’esatta sequenza e collocarla temporalmente. I materiali a stampa, frutto di ricerche accurate e preziose, prodotti dal Centro di documentazione della Fondazione di Vignola (vedi) sono letti da una ristrettissima “èlite”. Il tema è dunque come “socializzare”, come diffondere queste conoscenze. A tal fine la Fondazione sta realizzando iniziative importanti verso gli studenti delle scuole locali (laboratori storico-didattici – vedi – frequentati da circa 2.500 studenti ogni anno) ed ha realizzato nuove pubblicazioni indirizzate ai più giovani. Ma la sfida vera sta nel “colpire” efficacemente il pubblico adulto locale (ed anche quello giovane, i 20-30enni). Qui un po’ più di inventiva ed impegno, in termini di “eventi” e di strumenti di comunicazione (es. manca un canale su You Tube), andrebbe applicata – meglio se in modo coordinato con le amministrazioni locali (vedi). Narrazioni teatralizzate di eventi reali del passato erano iniziate alcuni anni fa (es. La Mostarda, un processo realizzato in Rocca nel 1754, messa in scena nel 2005: vedi), ma sono state abbandonate dopo 3 edizioni. L’iniziativa era molto interessante, ma non presentava evidentemente un adeguato rapporto costi/benefici visto che presupponeva spettatori “in diretta” (ma rinunciava, invece, alla digitalizzazione ed alla diffusione in remoto). E’ una formula che andrebbe ripresa, adattata, applicata ad un pubblico più ampio. Anche per contrastare (o almeno “contaminare”) le “contraffazioni” dell’epoca medioevale che da noi vanno per la maggiore: lotte per le spade, cortei in abiti tradizionali, ecc. In ogni caso quello della diffusione del sapere storico accumulato grazie ai lavori promossi dalla Fondazione di Vignola è un compito ancora ampiamente da svolgere.

La Rocca di Vignola vista da Piazza Contrari (foto de 2 novembre 2008)

[3] Ma c’è un’ulteriore curiosità che da un po’ di anni mi suscita il confronto tra Vignola ed altre cittadine di dimensioni paragonabili. La lunga dominazione di un “signore”, un feudatario, vuoi conte o marchese, sembra aver prodotto effetti rilevanti sulla struttura architettonica ed urbanistica della città. Prima la famiglia Grassoni, fino al 1336, quindi i Contrari, per quasi due secoli, fino al 1575, infine i Boncompagni, dal 1577 al 1796, quando, a seguito di Napoleone, la vecchia struttura feudale venne definitivamente seppellita. In tutto questo lungo periodo la Rocca rimane l’unico edificio importante della città, affiancato da Palazzo Contrari – Boncompagni (che noi chiamiamo Palazzo Barozzi) fatto costruire intorno al 1560 dal conte Ercole Contrari il vecchio (o mazore). Non vi sono altri edifici privati importanti in città in quel periodo. Ed è così anche quando, nel passaggio tra XV e XVI secolo, si ha l’ampliamento del borgo, con l’ampliamento delle mura e l’aggiunta di un nuovo pezzo di tessuto urbano intramurario (denominato Castel Nuovo, in contrapposizione al borgo originario, detto Castel Vecchio – un toponimo ancora presente). Certo, i documenti attestano la presenza di qualche altro edificio di rilievo, come ad esempio la “Villa Moreniana”, residenza di una importante famiglia vignolese poi convertita in convento tra il 1513 ed il 1518 per volontà del canonico Iacopo Moreni e quindi abbattuta nel 1557 per migliorare la capacità difensiva del borgo. Ma sembra trattarsi di poca cosa, se confrontata con lo sviluppo di altri borghi medioevali. In ogni caso, difficile non riconoscere una più accentuata polarizzazione rispetto ad altre cittadine. Da una parte la Rocca (e poi Palazzo Barozzi), dall’altre le case popolari racchiuse dentro le mura medioevali. In mezzo nessuna altra dimora, nessun palazzo importante. E ciò, plausibilmente, riflette una caratteristica di lungo periodo della struttura sociale vignolese, polarizzata tra i vertici, il feudatario e la sua corte, ed il popolo (artigiani e commercianti in città, contadini in campagna), senza però nessuna famiglia di rilievo nella borghesia cittadina. Forse perché per lungo tempo troppo piccolo, come borgo, e troppo forte l’influsso ed il controllo del signore locale. Molte altre cittadine dell’Emilia e della Romagna, invece, non sono così. Ho presente, ad esempio, Bagnacavallo, in provincia di Ravenna (che nel 1440 venne ceduta dal Pontefice a Nicolò III d’Este per 11.000 ducati, assieme a Massalombarda, e che conta oggi poco meno di 17.000 abitanti): nel tessuto urbano risultano incastonati diversi palazzi delle famiglie nobili e borghesi del XVI e XVII secolo, aggiungendo valore architettonico e monumentale al centro storico. Così non è per Vignola. Probabilmente il tessuto urbanistico della nostra città, questa sua particolarità del centro storico (in cui si trova un’unica residenza monumentale – poi divenuta la “coppia” Rocca – Palazzo Barozzi), riflette una struttura sociale priva di un consistente strato di borghesia urbana economicamente florida. “Dai registri dei livelli concessi dai Contrari, così come dagli estimi della Comunità di Vignola, si evince la presenza di un buon numero di fabbri, muratori, fabbricanti o commercianti di vasellame, cordai, fabbricanti di boccali, calzolai, mercanti, barbieri, speziali, notai, ecc., molti dei quali con cognomi che richiamano i più svariati luoghi d’origine” (così in Il palazzo di Hercole il vecchio. Secolo XVI, Centro di documentazione della Fondazione di Vignola, 2002, p.6). Anche una o più famiglie di ebrei risiedono a Vignola in quel periodo (visto che i cattolici per religione non potevano prestare ad usura), tra cui un tal Abramo Perosino, abitante nella “via de oro” – l’attuale via Barozzi (testimonianza documentale del 1552) (ivi, p.40). In ogni caso si tratta sempre di piccola o piccolissima borghesia urbana (circa 800 abitanti nel borgo di Vignola nella seconda metà del ‘500) che non ha lasciato tracce di grande rilievo nel patrimonio abitativo della città.

Il fregio ricorrente nella Sala delle Colombe della Rocca di Vignola (foto del 23 settembre 2012)

PS Un’annotazione. La Fondazione di Vignola dovrebbe lasciar cadere l’attuale divieto di scattare foto nelle sale interne alla Rocca. In ciò uniformandosi alla prassi di molti musei e luoghi della cultura del Nord Europa e non solo (ricordo che al museo Guggenheim di Venezia si possono tranquillamente fare foto). Per contrastare chi volesse sfruttare commercialmente le immagini della Rocca senza averne diritto i mezzi ci sono, senza impedire alle migliaia di visitatori di scattare qualche foto ricordo (e magari postarla su facebook o altri social media, e così dare risonanza al “tesoro” della Rocca di Vignola). Io che sono un po’ indisciplinato un paio di foto le ho scattate.

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One Response to La Rocca di Vignola e la città. Qualche riflessione a partire dal restauro degli affreschi della Sala delle Colombe

  1. Arch. Lanfranco Viola ha detto:

    Ottimo intervento, molto esaustivo, che però secondo me manca di una importante CONSIDERAZIONE FINALE: come fare per far diventare questo importante “pezzo di storia” il motore del rilancio economico ed occupazionale del ben conservato Centro Storico di Vignola in chiave Turistica e non solo escursionistica, come è avvenuto fino ad oggi.
    Tenuto anche conto che le previsioni degli analisti prevedono che nonostante la crisi, IL TURISMO crescerà in media in Italia dello + 0,9 % fino al 2020.
    Specialmente quello delle Città d’Arte, di cui Vignola può degnamente far parte.
    Purtroppo in questa regione vengono considerati turisti degni di nota, solo quelli in zoccoli e costume da bagno, per un mero interesse elettorale dei vertici delle associazioni che hanno l’esclusiva della Promo-commercializzazione dell’intero settore.
    Il giorno in cui i vignolesi lo capiranno, sarà sempre troppo tardi.

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