Memoria del territorio nel “piano delle strategie” del 1994

Data al 1994 il primo “piano delle strategie” relativo al territorio di Vignola. Come simboleggia la nottola di Minerva di hegeliana memoria è nel momento in cui si chiude un ciclo economico e sociale per la città che si acquista consapevolezza di ciò che (prima) si aveva e che (ora) si è perso (leggi: la produzione e, soprattutto, il commercio della frutta). Quel passaggio critico si coglie con chiarezza leggendo il documento redatto da Eco&Eco, La popolazione e le attività produttive dell’area. Storia, caratteri e scelte, febbraio 1994 (un documento preliminare al Piano Regolatore Generale in forma associata dei Comuni di Vignola, Savignano e Marano – PRG che poi il Comune di Vignola ha adottato nel 1998). E’ una lettura istruttiva, sia perché fornisce “memoria” ai cittadini di questo territorio, specie su una scelta decisiva (il rifiuto, negli anni ’60 e ’70 di ciò che allora era visto come un valore: l’industrializzazione, ovvero – nella sua manifestazione concreta – l’insediamento delle ceramiche che, in effetti, si sono fermate a Castelvetro e non hanno intaccato il territorio vignolese), sia perché costituisce il primo esercizio di pianificazione “strategica”, ovvero la prima esperienza di un’amministrazione che con strumenti nuovi pensa al futuro del territorio vignolese ed alle possibili opzioni in campo.
L’analisi del territorio, delle sue caratteristiche e delle sue potenzialità ha evidenti affinità con le teorizzazioni (allora particolarmente nuove) sullo sviluppo locale. Si parla, ad esempio, della “propensione del sistema a realizzare lo sviluppo mediante una integrazione tra relazioni con l’esterno e risorse locali” (p.171) – una formulazione che troviamo quasi identica in Sviluppo locale di Carlo Trigilia (vedi). Ovvero lo sviluppo (non effimero, non esogeno) è sempre il prodotto della combinazione tra risorse locali e relazioni territoriali più estese (un tema che oggi è declinato nei termini di sviluppo locale e globalizzazione – un termine divenuto di moda solo negli anni successivi). Lo studio di Eco&Eco (vedi), curato da Anna Natali, identificava le risorse locali dell’area vignolese nel risultato di un processo cumulativo di combinazione di risorse ambientali ed agricole (es. la coltivazione della frutta, della vite, ecc.) e di abilità e competenze commerciali sviluppate storicamente grazie al fatto che, collocandosi al centro di una rete di relazioni a forma di Y (Modena e Bologna a nord, la montagna a sud), Vignola è stata sin dal medioevo città di scambi e commerci, città sede di importanti mercati. Il rapporto parla esplicitamente della “influenza che la ipsilon ha esercitato nella formazione della struttura sociale ed economica locale” [p.168]- Questi caratteri storici contribuiscono a spiegare una particolarità di Vignola, particolarità che emerge se confrontiamo questa città con i comuni di analoghe o maggiori dimensioni presenti in provincia di Modena. Mentre infatti gli altri sono caratterizzati da una forte presenza di attività industriali (tessile a Carpi, ceramica a Sassuolo, biomedicale a Mirandola, meccanica a Modena), a Vignola non emerge alcun carattere di spiccata industrializzazione. Anzi – viene ricordato – l’importanza assunta storicamente sia dall’attività agricola, sia dall’attività commerciale e, soprattutto, dalla loro connessione, ha consentito di resistere negli anni ’60 alla pressione di un processo di industrializzazione che invece intaccava pesantemente l’area tra Maranello e Scandiano (con epicentro Sassuolo): “questa connessione tra commercio, manifattura e attività agricole ha creato un sistema di successo, che ha sorretto la crescita economica locale e si è posto come alternativa credibile alla industrializzazione” (p.168). Più precisamente: “l’ipotesi che (…) si avanza è che il ruolo trainante del commercio e il successo di questo ruolo trainante nel costituirsi della filiera della frutta, abbiano orientato nel secondo dopoguerra la scelta di non aprire a Vignola la strada della industrializzazione spinta. Sembra infatti ragionevole pensare che proprio il patrimonio di risorse sociali e di attività economiche costruito intorno alle relazioni commerciali, abbia offerto all’amministrazione il consenso indispensabile per operare il gran rifiuto: il veto cioè, negli anni ’60, all’ingresso delle ceramiche nel territorio comunale.” [p.168]
Il documento evidenzia tuttavia con chiarezza il fatto che, dopo l’apice del ciclo del commercio della frutta negli anni ’50-’70, Vignola ha progressivamente perso la preminenza economica che esercitava sull’area. Il sistema produttivo vignolese non ha trovato un nuovo punto “su cui basare un ulteriore ciclo di sviluppo” (p.171). Ciò è testimoniato, tra l’altro, dal rilevarsi (già nel 1994 ed ancora oggi, come risulta dal quadro conoscitivo del PSC: vedi p.32 della Relazione socioeconomica QC01) di una mobilità occupazionale (pendolarismo in uscita) non solo verso il capoluogo di provincia e le attività economiche localizzate nella sua cintura, ma anche lungo l’asse est-ovest, con flussi di mobilità occupazionale “che dalla valle di Vignola debordano verso i lati” (p.172). Come sappiamo, da tempo Vignola esibisce una significativa mobilità occupazionale in uscita (persone che, risiedendo a Vignola, lavorano fuori comune). Occorre dire che questo non è di per sé un elemento negativo, almeno fino a quando lo squilibrio non diventa assai marcato (ed oggi non lo è). Anzi, come rileva il rapporto del 1994, questa situazione ha una ricaduta positiva sul territorio, visto che le attività produttive (leggi: imprese artigiane ed industrie) dell’area “esercitano una pressione relativamente lieve sul territorio”. Ne consegue che “la media valle del Panaro presenta oggi una qualità territoriale e ambientale che è motivo di differenza” (p.176) – motivo di “differenza” che costituisce uno dei perni per lo sviluppo locale ancora oggi, anzi, “il perno” principale, secondo il Piano delle strategie del 2006 (vedi). Una differenza, tuttavia, che negli ultimi vent’anni si è erosa, inutile negarlo, nonostante fosse assunta come obiettivo da salvaguardare (ed anzi, valorizzare) già nel 1994. Per questo obiettivo il PSC in fase di predisposizione costituisce un’ultima chance.

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