Colpo al cuore. Il museo per la memoria di Ustica

Non ne posso più della scuola. Il maestro è un cretino” – dice una voce sussurrata di bambina. Una delle 81 voci che bisbigliano quello che potrebbe essere stato il pensiero di ciascuno degli 81 passeggeri al momento dell’impatto. “Il ristorante di piazza San Giorgio sarà aperto dopo le dieci?” – sommessamente. Voce di uomo. 81 specchi neri alle pareti. Ciascun visitatore, passando, può specchiarsi. Riflettersi in un destino tragico. Poteva capitare a ciascuno di noi. Se siamo vivi è perché siamo sopravvissuti. Inconsapevoli di ciò. E 81 lampadine pendenti dal soffitto. La luminosità di ciascuna si abbassa progressivamente, fin quasi a spegnersi. Ma poi riprende. Al ritmo di un respiro. Tenace, non cede all’oscurità. Segno anche del potere della memoria. Fragile, ma ostinato. E’ il Museo per la memoria di Ustica (vedi) nell’allestimento di Christian Boltanski. A Bologna, in via di Saliceto, 3/22, presso la sede del Quartiere Navile. Una civile cattedrale della memoria.

Il Museo per la Memoria di Ustica. Il DC9 Itavia ricostruito (foto del 6 aprile 2012)

[1] L’allestimento di Christian Boltanski ne fa un luogo “religioso”. Dove si sta con timore reverenziale. Dove si prova angoscia. Dove ci si commuove. Al centro del museo – una sorta di hangar realizzato a fianco delle officine delle antiche Tramvie di Bologna, ora sede del Quartiere Navile – sta l’aereo “ricostruito”. Il DC9 Itavia partito da Bologna alle 20.08 del 27 giugno 1980, con destinazione Palermo. Abbattuto sui cieli di Ustica. 2.500 frammenti. 15 tonnellate di peso. 31 metri di lunghezza. Sopraelevato rispetto al piano dell’aereo, lungo l’intero perimetro, un camminamento. Sulle pareti 81 specchi neri e, sul retro di ciascuno, un altoparlante. Per ognuno una diversa voce. Sussurrata. Voce di 81 persone comuni. In “rappresentanza” degli 81 passeggeri: 64 adulti, 11 ragazzi tra i due e i dodici anni, due bambini di età inferiore ai 24 mesi e 4 uomini d’equipaggio. Inghiottiti dal nulla. Sprofondati nel mare di Ustica. Scarpe, pinne, boccagli, occhiali, vestiti, decine di oggetti personali appartenuti alle 81 vittime sono raccolti in 9 grandi casse nere disposte da Boltanski intorno ai resti riassemblati del DC9. Essi, prove documentali della scomparsa di un corpo, rimangono così invisibili agli occhi dei visitatori.

Il Museo per la Memoria di Ustica, in via di Saliceto 3/22, Bologna. Vista esterna (foto del 6 aprile 2012)

[2] Nel commentare una sua precedente realizzazione in un palazzo un tempo abitato da famiglie ebree, poi deportate, Boltanski ha affermato: “Ho voluto ricordare i nomi di coloro che vi abitarono … Ma non li ho scolpiti nel marmo, li ho voluti scrivere sulla carta. Quelle lapidi di carta vanno continuamente sostituite; e, ogni volta, è come rinnovare una preghiera. Così dovrebbe essere per il Museo della Memoria di Bologna: un monumento continuamente riallestito, un luogo dove si rinnovi continuamente una preghiera” (la Repubblica, 9 maggio 2007: pdf). Quasi a simboleggiare il fatto che la solidità del monumento non è affatto sufficiente. Sola non basta. La “memoria” richiede che qualcuno, compassionevole, posi gli occhi su quei nomi. E si interroghi. Non solo “perché”, “come mai”. Ma anche “perché non io”. “Ognuno di noi può essere vittima del gesto del destino” – ricorda Boltanski. “Ci sono nel mondo talmente tante persone, e tutte uniche – miliardi di persone, e ognuna è unica: questo è un interrogativo molto presente in me, in questo momento. E anche il lavoro per il Museo della Memoria ruota intorno a questa domanda. Ma non c’è risposta. Perché siamo tutti così insostituibili eppure sostituiti. Non c’è risposta.” Nessuna consolazione religiosa – per Boltanski. La memoria svolge una funzione salvifica, per il teologo – così Johann Baptist Metz (vedi). Ma questo concetto religioso di “salvezza” non è più accessibile nelle condizioni della filosofia post-metafisica. Rimane il riconoscimento della nostra fragilità. E la “salvezza” è quanto la memoria produce semmai in chi resta. Sgomento. Per il resto, con Boltanski, non c’è risposta.

Il Museo per la Memoria di Ustica. Allestimento di Christian Boltanski (foto del 6 aprile 2012)

[3] Il Museo per la Memoria di Ustica testimonia del potere dell’arte per la memoria civica. Il potere di dare emozioni, far provare sentimenti altrimenti difficili da suscitare per una vicenda tragica di più di trent’anni fa. Una vicenda importante per la storia di questo paese. Una delle tante vicende in cui si manifesta il doppio volto delle istituzioni della Repubblica. Indagini che procedono a rilento, pressioni affinché non venga accertata la verità, omissioni, depistaggi (vedi). Uno dei tanti episodi della storia recente di questo paese in cui lo stato ha evidenziato zone d’ombra, di opacità, di violenza nascosta. Anche per questo è importante un museo per la memoria. Tendiamo a dimenticarci con grande facilità la debolezza delle istituzioni italiane. Dunque di questi “ausili” abbiamo un grande bisogno. Senza memoria non c’è possibilità di apprendimento.

Il Museo per la Memoria di Ustica è stato inaugurato il 27 giugno 2007. Il progetto del Museo è stato realizzato grazie alla determinazione dell’Associazione dei Parenti delle Vittime della Strage di Ustica presieduta da Daria Bonfietti. E’ oggi parte del MamBo (vedi).

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