Leggere il voto (e le prossime scelte del PD)

Il voto del 13 e 14 aprile 2008 è sostanzialmente spiegabile come l’effetto combinato di 3 fattori: (1) i vincoli del nuovo sistema elettorale, ovvero il premio di maggioranza e lo sbarramento al 4% alla Camera ed all’8%, ma su base regionale, al Senato; (2) le strategie delle forze politiche ed in particolare del PD di Veltroni di correre (quasi) da solo, a cui Berlusconi ha risposto con la nascita del Popolo della Libertà, ovvero con la “fusione fredda” tra Forza Italia e AN. Come componente non trascurabile di questa strategia sia del PD che del PdL c’è inoltre la sollecitazione agli elettori per il voto utile (per battere l’avversario) – sollecitazione a cui c’è stata indubbiamente un’ampia risposta, come testimonia l’analisi che rileva flussi di voti verso i due partiti maggiori od i loro alleati (con l’unica eccezione dello scambio PD-UdC). (3) Il terzo fattore è dato dalla “regola”, tipica della cosiddetta “seconda repubblica”, secondo cui i partiti che sostengono il governo uscente perdono voti, visto che chi governa non riesce a soddisfare le aspettative di una parte non trascurabile del proprio elettorato (da qui l’astensionismo asimmetrico che ha colpito maggiormente l’area del centrosinistra ed in particolare la Sinistra Arcobaleno), men che meno a convincere quello dello schieramento avverso. Ciò è avvenuto in modo chiaro anche con il governo Prodi che, nonostante l’encomiabile risultato del risanamento dei conti pubblici (altra anomalia italiana: che a sistemare i conti dello stato sia il centrosinistra e non il centrodestra), ha pagato la litigiosità della coalizione e dunque l’incapacità di mettere in campo politiche forti ed efficaci su alcuni importanti ambiti, a causa del numero troppo alto di forze politiche forzosamente aggregate per battere Berlusconi nel 2006 (e l’aver precisato il programma di governo in un documento di 280 pagine non è servito un granché). Così è risultato che sui temi ritenuti maggiormente rilevanti dai cittadini italiani, ovvero (a) insicurezza economica e (b) insicurezza/criminalità+immigrazione, un’opposizione libera dalla “zavorra” del governo è risultata più credibile di un governo tutt’altro che brillante (viste le estenuanti discussioni, ad esempio sull’impiego dei cosiddetti “tesoretti”). Si potrebbe anche aggiungere il clima fortemente caratterizzato in termini di antipolitica che si è formato nel corso della legislatura (anche grazie al dibattito, assolutamente opportuno, che si è creato a seguito del libro di S.Rizzo e G.A.Stella, La casta, Rizzoli, 2007, nonché alle iniziative di Beppe Grillo), clima di cui sembra aver beneficiato sia la Lega Nord che l’Italia dei Valori.
Una valutazione merita anche la strategia adottata dall’UdC che ha rifiutato l’adesione al PdL ed ha rimarcato, per correre da solo, la propria identità, facendo riferimento alla dottrina sociale della Chiesa cattolica. Questo posizionamento e questo forte richiamo – l’UdC è l’unico partito che ha enfatizzato il tratto identitario, richiamandosi ad una fonte extrapolitica (gli altri hanno marcato elementi programmatici, con il PD che in modo più chiaro di tutti ha proposto un programma di “modernizzazione” del paese anche per accrescerne il tasso di equità) ha bloccato il passaggio di elettori “moderati” al PD (il PD, d’altro canto, ci ha messo del suo con l’accordo con i Radicali). Ha però anche evidenziato che la capacità di “strutturazione” politica del fattore religioso è oggi in Italia abbastanza limitato (l’UdC ha ottenuto il 5,62% alla Camera, certamente meno delle attese di Casini). In ogni caso per l’UdC si apre un problema di strategia politica (andare di nuovo verso Berlusconi o verso il PD), visto che è difficilmente pensabile, con questo sistema elettorale, reggere correndo da soli (ed essendo un partito non grande). E l’incertezza è forte, come evidenziata dalle mosse contraddittorie compiute a Roma, rispetto alla competizione per il Comune tra Rutelli ed Alemanno. Speculare è il problema di strategia del PD: mantenere la visione di un partito “a vocazione maggioritaria” (puntando a conquistare elettori nel medio-lungo periodo in misura sufficiente per vincere) o ricercare il prima possibile nuove alleanze (con l’UdC)? Al momento è opportuno interrogarsi su alcune scelte compiute in questa campagna elettorale: ovvero sui “risultati” conseguiti con l’alleanza con i Radicali (che, rispettando gli impegni presi, faranno parte dei gruppi parlamentari del PD) e con l’IdV che, invece, diversamente da quanto concordato, non confluiranno nel PD (preferendo rimandare ad un tempo indefinito questa scelta). Con il senno di poi (facile, eh?) i dubbi crescono, specie analizzando i flussi elettorali.
In questo quadro risultava assai difficile pensare che il PD potesse vincere la competizione per il governo. Ed infatti così non è stato (sull’incapacità dei sondaggi elettorali di rilevare con precisione lo scarto tra PdL+Lega Nord e PD+IdV sono convincenti le riflessioni di Luca Ricolfi su La Stampa del 17 aprile 2008: vedi, ma anche quelle relative ai limiti dell’attuale campionamento telefonico: vedi). Però il PD ha vinto la “competizione” per il partito: è solo grazie al forte processo di innovazione politica avviato con le primarie del 14 ottobre 2007 e ad una buona campagna elettorale condotta da Veltroni, specie nella fase iniziale, che il PD “tiene” al 33%. Ed è la prima volta in Italia che una forza di centrosinistra raggiunge questa quota. Pur avendo un programma chiaro rivolto alla modernizzazione del paese (più efficienza, più opportunità, più equità) il PD ha scontato l’essere stato forza di governo ed il non risultare ancora abbastanza credibile, per via della giovane età (la credibilità si acquista con la coerenza, non basta enunciare un buon programma alla prima campagna elettorale). Ma di più era difficile fare. Oggi per il PD si aprono almeno due sfide, oltre a quella della strategia di fondo: vocazione maggioritaria o nuove alleanze.
[1] Iniziare sin da subito a convincere la maggioranza dei cittadini di essere un candidato credibile per il (futuro) governo di questo paese. Bene dunque la scelta del governo ombra. Occorre che il PD dimostri di avere capacità di governo e proposte migliori rispetto al governo Berlusconi che si insedierà. I temi su cui misurarsi sono quelli noti: più sviluppo economico, tutela del potere d’acquisto, amministrazione pubblica più efficiente, sicurezza ma anche integrazione degli stranieri, ecc. ed allo stesso tempo prosecuzione del risanamento dei conti dello stato (con l’attuale debito pubblico lo stato paga circa 70 miliardi in interessi, distratti da investimenti ed altre spese sui settori più importanti). La proposta di costituire un PD del Nord – al fine di ottenere una capacità di formulare programmi, di scelta di candidati, ecc. più rispondenti alle esigenze dell’area economicamente più avanzata di tutto il paese – non sembra invece opportuna (vedi anche la riflessione di Giorgio Merlo su Europa del 24 aprile 2008). Per due ordini di ragioni. La prima è che un PD del Nord enfatizzerebbe una frattura territoriale che è invece opportuno ricucire. Si potrebbe anche aggiungere che l’area a maggior mobilità elettorale è storicamente il Sud Italia (ed è in genere il voto al Sud che determina il vincitore, visto che nel Nord-Est e nel Centro si rileva una maggiore stabilità elettorale) e dunque l’assetto del partito sul territorio nazionale non deve dare l’idea di un’enfasi su un territorio particolare. Ma ancora più rilevante è la seconda ragione, cioè che già oggi il PD è uno dei partiti in Europa a maggior impianto federalista, come sancito dallo statuto. Si tratta semmai di metterlo in pratica.
[2] La seconda sfida sta nella prosecuzione del processo di innovazione del PD e del suo modo di fare politica. Evitare le decisioni prese nelle sedi centrali e fatte ricadere in periferia, ma invece enfatizzare un principio di “sussidiarietà” e di autonomia locale. Continuare a mantenere fluidi i fronti interni, evitando la cristallizzazione in correnti (ed i conseguenti dispositivi di “spartizione” più o meno equilibrata). Implementare i processi di empowerment dei cittadini nella selezione dei candidati (questo è già un punto abbastanza fermo) e nell’assunzione delle decisioni strategiche di programma (e qui occorre lavorare).
In ogni caso fondamentale è la prospettiva tracciata con decisione da Veltroni nell’intervista rilasciata al Corriere della Sera del 18 aprile 2008 (vedi): “Dobbiamo aprire una grande riflessione sui mutamenti della società italiana, chiamando a raccolta le energie e le competenze migliori. E’ uno dei nostri primi impegni.”

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