Democrazia/1. Scongelare l’idea della democrazia rappresentativa

18 marzo 2012

Da un po’ di tempo c’è fermento nel campo della teoria della democrazia. Si è ridotta la presa della concezione egemone, quella che identifica la democrazia con la “democrazia rappresentativa” e quest’ultima semplicemente con la competizione elettorale tra partiti, limitando la partecipazione dei cittadini essenzialmente all’elezione dei propri rappresentanti (essendo questi chiamati a fare le leggi). Sono infatti emerse e cresciute altre concezioni, identificate da espressioni quali  “democrazia partecipativa” e “democrazia deliberativa” – espressioni che richiamano l’attenzione su aspetti del processo democratico in precedenza trascurati. Queste innovazioni teoriche stanno lentamente alimentando un certo numero di “sperimentazioni” (il “bilancio partecipativo” di Porto Alegre è il caso più significativo). Si tratta di esperienze sino ad oggi decisamente minoritarie, marginali, anche confuse. Ma questo fermento segnala l’insoddisfazione per una concezione di democrazia ritenuta troppo striminzita e testimonia della ricerca di nuove configurazioni. La crisi economica in atto ha messo in discussione l’egemonia liberista in economia. Qualcosa di analogo si registra sul fronte politico. Anche in questo ambito è oggi necessario chiedersi se davvero questa democrazia rappresentativa sia l’unica modalità di implementazione della democrazia o se, invece, questa supposta esclusività non sia ideologia. Nulla di meglio, per introdurre il tema, che una canzone di Giorgio Gaber, da lui magnificamente interpretata: Le elezioni (1976). Una condensazione malinconica di quella concezione della democrazia rappresentativa che vorrebbe lasciare all’elettore solo il potere di fare una croce sulla scheda elettorale e, magari, di … rubare la matita dalla cabina elettorale come sotterranea espressione di “protesta” nei confronti del sistema.

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Distruzione creatrice. Formula guida non solo per l’economia

21 dicembre 2008

Diversi commentatori dell’attuale profonda crisi economica mondiale, originata dalla crisi dei subprime USA, hanno usato l’espressione “distruzione creatrice” per descrivere l’attuale situazione, nella convinzione che la crisi stessa, per quanto caratterizzata da recessione economica e sofferenze sociali, dischiuda anche nuove opportunità. L’espressione – un ossimoro – è stata coniata dall’economista austriaco Joseph A.Schumpeter (1883-1950). Il 10 ottobre, sul Corriere della Sera, Bernard-Henry Lévy si riferisce, appunto, all’espressione schumpeteriana della “distruzione creatrice” per richiamare il fatto che il “nostro” sistema economico “trova la propria energia nella crisi” (vedi). Questa crisi, di cui l’autore enfatizza la portata storica (“l’equivalente, per il capitalismo, di quello che fu per il comunismo il crollo del Muro di Berlino”), va letta anche come un fase di profonda trasformazione della “popolazione” di imprese attive sul mercato. Leggi il seguito di questo post »