Economia della seta a Vignola tra ‘600 e ‘700

18 agosto 2015

E_Home 1796 28lug2010 285Mia nonna, Sola Rosa, classe 1916, la cui famiglia (contadina) risiedeva nei pressi di Ca’ de Barozzi, raccontava che quand’era giovane metteva “in seno” (avvolte in una pezzolina di lino) le uova del baco da seta per facilitarne la schiusa. Erano gli anni ’30. La coltivazione dei bachi da seta (filugelli: vedi) costituiva allora un’importante fonte aggiuntiva di reddito nell’economia contadina. Come ricorda Augusta Redorici Roffi (Terre di Vignola, Vignola, 1994, p.19) “l’allevamento dei bachi da parte dei mezzadri vignolesi è documentato a tutto il 1930” (riporta anche che tramite ferrovia vennero spediti da Vignola, nel 1880, 1.043 kg. di bozzoli). Con anche ricadute industriali sul territorio, come la filanda di Spilamberto (di proprietà del milanese Erba Giuseppe; la cronaca dello sciopero delle filandiere di Spilamberto, del 1907, è riportata in “Gente di Panaro”, n.1, 1999, pp.143-162). Corrispondentemente anche la campagna di questo territorio ha risentito dello sviluppo dell’industria della seta, con la diffusione degli alberi di gelso (con i cosiddetti “suoli morati”), delle cui foglie veniva alimentato il baco (vedi). Questa produzione veniva quindi raccolta in mercati locali normalmente denominati “pavaglione”. Di uno di questi mercati locali, il pavaglione di Campiglio, vi sono documenti amministrativi nell’Archivio Storico Comunale di Vignola. La loro analisi potrebbe gettare un po’ di luce su quest’aspetto non molto conosciuto dell’economia locale del XVII-XVIII secolo. Leggi il seguito di questo post »