C’è chi ama gli alberi e chi i pali, di Stefano Corazza

7 febbraio 2013

Quando vedi quello che è stato fatto ai tre Pioppi bianchi (Populus alba) che da anni (direi  almeno 20), quasi solitari testimoni di una vegetazione autoctona,  crescevano indisturbati sulla sponda dell’antico canale di San Pietro che costeggia Via Zenzano,  ti chiedi chi possa essere stato così stupido e allo stesso tempo crudele da ridurli così. Definisco stupida una operazione che non può certo essere motivata da qualunque possibile rischio costituito dagli alberi che sono piuttosto giovani e sicuramente sani e si trovano non proprio al margine della strada. Definisco stupida un’operazione che deturpa ulteriormente un paesaggio già abbastanza compromesso da intrusioni edilizie e vegetali (“alberi di natale” dismessi -abeti rossi e bianchi- ,  cedri e persino un pino italico) di nulla coerenza con il paesaggio rurale che per fortuna e nonostante tutto ancora è praticamente contiguo al centro della città. Definisco stupida un’operazione che impoverisce il patrimonio naturale togliendo benefici (estetici, spirituali, climatici etc.) goduti da tutti senza neppure che questo produca un evidente beneficio a chi l’ha attuata (secondo C.M.Cipolla si tratta della tipologia di “persone fondamentalmente e fermamente stupide”, come scrive in ”Le leggi fondamentali della stupidità umana” in “Allegro ma non troppo”, Il Mulino, Bologna, 1988, pag. 64: vedi). Leggi il seguito di questo post »


La voce degli alberi. Poesie di Jacques Prévert, di Stefano Corazza

16 agosto 2010

Da poche settimane è stato ristampato da Guanda (La Fenice) un bel libro di poesie di Jacques Prévert, pubblicato per la prima volta nel 1968, dal titolo “Alberi”; raccolta che possiede ancora, se mai l’aveva persa,  la pienezza  di senso, di attualità, di pregnanza politica che aveva al tempo della sua composizione. Semmai di più, dato che oggi viviamo un tempo in cui l’«essere altro» degli alberi, messa in versi e quasi pretesa da Prévert, è divenuta “essere alieno” nel senso che dà al termine Zygmunt Bauman, cioè una diversità di cui si ha paura e contro cui si leva la sega di una “sicurezza” presuntamente garantita agli uomini dalle istituzioni solo nei loro confronti dato che in nessun altro caso lo è e lo può essere (né nel/sul lavoro, né sulla strada o in casa …).

Opera di Eva Jospin (ArteFiera, Bologna, 31 gennaio 2010)

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