1413, pellegrinaggio al Santo Sepolcro di Nicolò III d’Este

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L’anno 1413 adì 31 di marzo lo illustre signore messer Nicolò da Este si vestì da negro [di nero] con la † rossa nel pecto per andare al Sancto Sepolchro ultra il mare con la predeta compagnia …” segue l’elenco dei nobili e condottieri ferraresi che lo accompagnarono nel pellegrinaggio in Terra Santa. Inizia così il resoconto scritto da Luchino dal Campo, cancelliere del marchese Nicolò III d’Este (1383-1441), pubblicato non molto tempo fa (Luchino dal Campo, Viaggio del marchese Nicolò d’Este al Santo Sepolcro (1413), Leo S.Olschki Editore, Firenze, 2011, p.326, vedi; disponibile qui in pdf). Seppur scritto in un linguaggio quasi notarile è un documento prezioso non solo per gli aspetti materiali del viaggio, ma perché ci consente di conoscere alcuni elementi della cultura della corte di Nicolò III.

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Amadio da Milano, Medaglia di Nicolò III d’Este marchese di Ferrara, circa 1431-1441

[1] All’età di trent’anni Nicolò III partì da Ferrara il 6 aprile 1413 lasciando il governo della città al fedele Uguccione Contrari (1379-1448), feudatario di Vignola (vedi). Prima della partenza si era provvisto della indispensabile licenza papale (firmata da Papa Giovanni XXIII il 10 aprile 1412). Imbarcatosi a Francolino, località sul Po vicino a Ferrara, si recò a Venezia dove all’epoca era attivo un servizio di galee in partenza per l’Oriente. Affittò una galea (nave dotata sia di vela che di remi, così da poter procedere anche in caso di bonaccia: vedi; qui anche informazioni su una galea veneziana affondata nel 1417) dalla famiglia Contarini (una delle due famiglie patrizie che offrivano il servizio, l’altra era quella dei Loredan) e partì da Venezia il 15 aprile, approdando a Giaffa, in Palestina, l’11 maggio. Numerose le tappe tra cui Zara (19 aprile), Corfù (domenica 23 aprile, giorno di Pasqua), Rodi (4 maggio), Cipro (8 maggio). Il pellegrinaggio in Terra Santa (numerosi i luoghi santi visitati a Gerusalemme più una puntata a Betlemme) durò 4 giorni, dal 15 al 18 maggio. Tornato a Giaffa dovette aspettare la galea per diversi giorni (si era riparata nel più sicuro porto di Beirut) e finalmente il 25 maggio poté salpare alla volta di Venezia. Fece tappa a Cipro, a Rodi ed in altre località minori, spesso incontrando altri sovrani, altre corti, altri nobili e giunse infine a Venezia, lodando il cielo per aver superato gli inevitabili pericoli (tra cui un paio di tempeste in mare), il 5 luglio. Il giorno successivo era a Ferrara: “Iove adì 6 di luglio, ad hore circa 13 [circa le 9.30 del mattino] giungessimo a Ferrara, ove dalla chierexia [il clero] e dal popolo, quali in processione venirno incontro, fu troppo lietamente recevuto, tucti ringraciando Dio che per sua pietade e misericordia con sanitade a salvamento gi havea cumducto il suo Signore e nostro, pregando similmente Dio che per il tempo futuro cossì il conservassi.” (pp.265-266)

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[2] Nel viaggio Nicolò III fu accompagnato da una decina di nobili della sua corte e da molti servitori (un siniscalco-tesoriere, cuochi, un medico, camerlenghi e paggi, due musicisti, un sarto “inglese”, il barbiere). Il pellegrinaggio aveva origine da un voto che Nicolò aveva fatto da giovane; alla partenza indossa l’abito penitenziale con la croce rossa sul petto. Difficile comprendere l’adesione a questa pratica devozionale – di certo si avverte la forza del modello di riferimento del principe devoto. Al tempo stesso dedito a tutte quelle occupazioni che si convengono ad un marchese: la caccia, i tornei, i banchetti, gli incontri diplomatici (una parte consistente del resoconto è dedicato alla narrazione degli 8 giorni passati alla corte del Re di Cipro, durante il viaggio di ritorno – e una buona parte di questo resoconto è dedicato alla descrizione dei giochi acrobatici e di abilità di un giocoliere turco).

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Modellino di una galea (maltese) conservato al Museo storico navale di Venezia

[3] Numerosissimi sono i luoghi santi elencati nella visita a Gerusalemme, con il Calvario ed il sepolcro tra i più importanti (nel resoconto se ne contano almeno 70 ed il sospetto è che il cronista si sia affidato ad elenchi precompilati, piuttosto che ad una effettiva visita nei soli quattro giorni di permanenza – la realizzazione del “circuito” dava diritto ad indulgenze). Colpisce il fatto che ogni episodio anche minimo del racconto evangelico abbia il suo corrispondente luogo santo. E’ così che tra i luoghi santi meta del pellegrinaggio non c’è solo il Monte Calvario, la “chiesa del Sancto Sepolchro”, la “Porta Aurea, donde Cristo intrò la dominica delle Palme”, ecc., ma anche la casa di Sant’Anna, madre di Maria; la casa di Pilato; il luogo dove Santo Stefano fu lapidato, il luogo dove “Cristo insegnò alli discipoli lo Pater Nostro”, l’albero “dove Juda se apichò”, la casa in cui San Giacomo si nascose e così via. Fino al “luogo dove la stella apparse alli tre maghi quando andavano ad adorar Christo nato” sulla via di Betlemme (p.193). Merita di essere ricordato, infine, a Gerusalemme, il “luogo dove san Thomaso, vedendo Nostra Donna esser portata in cielo, ge adimandò che lei ge lasasse qualche segno in memoria, et li gittò la cintura, la quale anchora è a Prato in Thoscana” (pp.169-170), visto che la scena della consegna della “sacra cintola” all’apostolo Tommaso è affrescata nella Cappella Contrari nella Rocca di Vignola (affreschi di un decennio circa posteriori al pellegrinaggio di Nicolò III: vedi). Il resoconto del pellegrinaggio in Terrasanta chiarisce che i pellegrini potevano spostarsi a dorso d’asino, non potevano invece cavalcare cavalli (ritenuto offensivo per i “saracini”). Per l’accesso ai luoghi santi, in parte custoditi dai francescani (i Frati Minori si erano stabiliti in Terrasanta dal 1342), in parte presidiati dai “saracini”, bisognava spesso pagare una quota procapite. A volte l’offerta di denaro era per evitare episodi più spiacevoli: “E montando ciascheduno sopra alli aseni, cavalcamo verso Hierusalem, trovando per la via molti ribaldi a cavallo et a piedi che domandavano cortesia e dinari, alli quali bisognava darli qualcosa” (p.158; episodio del 15 maggio 1413).

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Maria ascesa al cielo lascia la sacra cintola all’apostolo Tommaso. Scena raffigurata nella Cappella Contrari nella Rocca di Vignola (1425 circa)

[4] Ma colpisce ancora di più la cultura “cavalleresca” che emerge con forza in alcune occasioni. A Gerusalemme, dopo una santa messa al monte Calvario “alla quale stette tucta la compagnia devotamenteNicolò III ordinò cavalieri i nobili al suo seguito (tra cui Tomaxo d’i Contrari – il fratello di Uguccione rimasto a Ferrara). Ugualmente durante una cena in occasione del soggiorno a Cipro tutti i nobili espressero un loro voto davanti ai “pavoni arostiti” (il pavone era una pietanza riservata ai nobili, simbolo di immortalità in sua presenza si formulavano i giuramenti più solenni). Questo quello di Nicolò III come riportato da Luchino dal Campo: “fece voto a Dio e Nostra Donna e san Zorzo [patrono di Ferrara] et al paone che, in lo primo luogo dove se trovava in compagnia di gente d’arme che da 100 cavalli in suso siino che cavalchino, ello serà in quella compagnia et, trovando li inimici, la prima lanza che si rompa sarà la sua contra de’ nemici; et per fin che questo voto serà deliberato promesse sempre dezunare el venerdì” (p.237). Era il 1413. Per il Rinascimento bisognerà attendere ancora qualche decennio. Anche se il resoconto lascia apparire, almeno una volta, tracce di quella cultura classica che circa un secolo dopo diventerà egemone nell’immaginario delle élites. L’occasione è data dal passaggio, la notte del 28 aprile 1413, nel corso del viaggio di andata, nei pressi dell’isola greca di Cerigo o Citèra (vedi). Così riporta il cronista: “E tucta la nocte navigando con vento di provenza, passorno l’isola di Cerigo, dove Helena fu rapita da Parìs” [il riferimento è dunque al rapimento di Elena, moglie del re di Sparta, da parte di Paride, principe troiano – episodio all’origine della guerra di Troia].

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