Popolo vs. democrazia. Il 19 dicembre, ore 20.30 biblioteca Auris, discutiamo del libro di Yascha Mounk con Gianfranco Baldini e Matteo Giglioli

Dopo lunghi decenni in cui la storia è sembrata quasi fermarsi tutto sembra oggi cambiare nel volgere di pochi anni, cogliendo di sorpresa la gran parte degli osservatori. E’ quanto sta avvenendo nella politica dei paesi occidentali – Donald Trump alla Casa Bianca, la Gran Bretagna che saluta l’Unione Europea con la brexit, il duo Salvini-Di Maio in Italia, i gilet gialli che assediano Macron in Francia, Viktor Orban di nuovo capo del governo in Ungheria … ovunque in ascesa partiti “sovranisti” e ostili agli stranieri. E’ di questo che si occupa il libro di Yascha Mounk, giovane studioso di scienza politica (è nato nel 1982 a Monaco di Baviera), ora docente ad Harvard (vedi). Si tratta di un libro militante – lo dice chiaramente l’autore – ovvero scritto anche con l’intento di contrastare la diffusione dei populismi ed in difesa della “democrazia liberale”. Ma questa presa di posizione si accompagna ad una grande lucidità, a rigore nell’argomentazione, ad una disamina oggettiva delle cause e dei rischi, senza alcun cedimento al sentimento. Insomma, un libro straordinario che per la prima volta organizza dati di ricerche settoriali in un quadro coerente per spiegare “cosa sta succedendo”. Il libro è stato pubblicato negli Stati Uniti da Harvard University Press nel marzo 2018 (vedi) e tradotto in italiano e quindi pubblicato da Feltrinelli nel maggio 2018 (vedi). Ne parliamo mercoledì 19 dicembre, ore 20.30, presso la Biblioteca Auris di Vignola. A presentare il libro ed a discuterne Gianfranco Baldini, professore associato di scienza della politica all’Università di Bologna (vedi), e Matteo Giglioli professore a contratto all’Università di Bologna dove tiene un corso sulla violenza politica (vedi). A moderare l’incontro Ivano Gorzanelli, laureato in filosofia e dottorando di ricerca, nonché ex-amministratore locale.Mounk_copertina_A4_def1
(1) Il libro è diviso in tre parti, ciascuna parte consta di tre capitoli. Nella prima parte si offre l’impalcatura teorica della democrazia liberale e delle ragioni della sua crisi. Nella seconda parte si analizzano i tre principali fattori che hanno messo in crisi la vecchia politica, quella uscita dalla seconda guerra mondiale ed arrivata sino a pochi anni fa:

  1. la riduzione di chances di arricchimento, frutto della ridotta capacità di crescita delle economie occidentali, della crescita della disuguaglianza, della stagnazione economica (ed il conseguente sentimento di frustrazione che tutto ciò porta con sé);
  2. i processi migratori ed i sentimenti di ostilità verso gli stranieri alimentati da nuovi imprenditori politici (in Italia la Lega);
  3. la diffusione dei social media (in primo luogo facebook, twitter a seguire) come canale di esaltazione di voci minoritarie per lungo tempo marginalizzate dai mass media e come luogo di accumulazione, amplificazione, propagazione e sfogo della rabbia contro le élites politiche (ma non solo queste).

La terza parte è dedicata al “che fare?” per contrastare ascesa ed affermazione dei populismi e per rimettere in carreggiata la democrazia rappresentativa e liberale. In questa terza parte ogni capitolo presenta una serie di misure e politiche per affrontare il corrispondente fattore di crisi: stagnazione economica, identitarismo, social media. Insomma, il cambiamento è oggi evidente, ma per lungo tempo non è stato percepito a causa di un pre-giudizio. La stabilità di cui hanno goduto i regimi democratici dell’occidente per lungo tempo ha portato cittadini e studiosi a ritenere che si trattasse di realtà consolidate. Le turbolenze politiche degli ultimi anni hanno però costretto ad aprire gli occhi ed a riconoscere che non è così. Da tempo le democrazie sono segnate da processi di de-consolidamento (questo è il tema delle precedenti ricerche di Mounk) ed oggi capiamo che la passata stabilità della democrazia era determinata da condizioni che non si sono mantenute, sono state progressivamente erose ed oggi non esistono più.

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Yascha Mounk (foto presa da Internet)

(2) La seconda parte del libro è la più convincente e innovativa. Intanto perché si basa su ricerche non relative ad un solo paese, ma a più paesi dell’Occidente (USA e principali paesi europei). L’ascesa del populismo è un fenomeno globale e per questo “dovremmo cercare cause comuni alla maggior parte dei paesi in cui il populismo si è diffuso negli ultimi anni” (p.128). E le cause comuni che Mounk individua sono di tre ordini:

(2.1) il venir meno della crescita economica, sia per l’affermarsi di un capitalismo finanziario (che aumenta le disuguaglianze economiche), sia per la redistribuzione della ricchezza a livello globale (con i paesi occidentali che, mediamente, crescono meno delle nuove economie, Cina in testa), sia per la crisi economica del 2007 e successiva stagnazione (anche se l’andamento è qui differenziato, con l’Italia agli ultimi posti per crescita). Insomma, se guardiamo alla situazione economica delle famiglie nel lungo periodo la frustrazione diventa comprensibile: lo standard di vita medio di una famiglia USA è raddoppiato dal 1935 al 1960, e poi di nuovo dal 1960 al 1985, ma dal 1985 ha smesso di crescere e “oggi la famiglia americana media non è più ricca di quanto non fosse trent’anni fa” (p.143). Tra i nati degli anni ’40 il 92%, all’età di trent’anni, ha un reddito familiare maggiore di quello dei genitori alla stessa età; percentuale che scende al 50% tra i nati negli anni ’80. Insomma cresce il bacino degli insoddisfatti, una parte dei quali si rivelano sensibili alle sirene populiste.

(2.2) il venir meno di una chiara “gerarchia razziale” nel popolo, così che una parte crescente della popolazione si ritiene minacciata dal pluralismo etnico e culturale o comunque si rivela ostile verso di esso. In molti paesi europei i cittadini – così rivelano diversi sondaggi – ritengono che l’immigrazione sia la “questione politica più urgente” (p.153). E poiché i partiti populisti (chiaro per l’Italia il caso della Lega, ma pensiamo all’ostilità di Trump verso latinos e musulmani) si propongono come partiti anti-immigrati, anche a costo di ridimensionare le garanzie dello stato di diritto, conseguentemente gonfiano i loro consensi elettorali. Però, cosa interessante, Mounk osserva anche che questa “geografia del risentimento” non ha molto a che fare con la geografia di insediamento degli stranieri: non sono le aree territoriali con più stranieri quelle che vedono percentuali più elevate di elettori ‘populisti’. In realtà “i partiti populisti hanno più successo nelle regioni con pochi immigrati” (p.157). Gli immigrati si concentrano infatti nelle aree dove l’economia va meglio (è il mercato del lavoro che guida il loro insediamento) e queste sono spesso anche le aree a maggiore capitale culturale (es. le grandi città), mentre l’ostilità verso gli stranieri è maggiore nelle aree rurali o de-industrializzate in cui la percentuale di stranieri è più bassa. E comunque in tutte le democrazie occidentali la presenza degli stranieri, nella percezione dei cittadini, è sovrastimata (cfr. p.162; per l’Italia si veda questa indagine giornalistica comunque istruttiva: vedi). Segno che è la “comunicazione sociale” che amplifica la percezione, ovvero distorce la percezione della realtà.

(2.3) la terza condizione che è venuta meno è la centralità dei mass media (e delle élites che li controllano) a vantaggio dei social media nel determinare l’orientamento dell’opinione pubblica, ovvero la “vox populi”. L’avvento dei social media fa dunque venire meno il “vantaggio tecnologico” dato dal controllo dei mass media nel cui ambito una serie di ragioni (interessi economici, giornalismo come professione, deontologia, ecc. – per quanto imperfetti) faceva sì che questi amplificassero soprattutto le posizioni mediane, anziché quelle estreme. Grazie all’ascesa del ruolo dei social media (facebook e twitter in primis) nella vita delle persone “anche i fomentatori dell’odio ed i mercanti della menzogna possono minare le democrazie liberali molto più facilmente” (p.138). Mounk non lo dice esplicitamente, ma la scarsa regolamentazione di questi nuovi media (solo il recente scandalo Cambridge Analytica ha determinato una prima auto-regolamentazione di Facebook, certamente ancora sub ottimale) ha aperto grandi spazi di comportamento opportunista e di manipolazione da parte di soggetti al limite della legalità, a volte anche di agenzie straniere che sono intervenute per orientare gli “umori” dei cittadini nelle più recenti campagne elettorali. E non a caso sono stati i populisti quelli che più hanno sfruttato i lati deboli dei social media: “slegati dalle restrizioni dei vecchi media, hanno voluto e potuto dire di tutto per farsi eleggere: raccontare bugie, confondere, istigare l’odio per i propri concittadini” (p.140).

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Edizione francese del libro.

(3) Veniamo invece alla prima parte del libro. Mounk riconosce che sono due le componenti dei moderni regimi democratici: democrazia (ovvero elezioni regolari per la scelta dei rappresentanti o dei capi di governo) e liberalismo (ovvero diritti civili e politici garantiti a tutti). Questo dualismo dischiude possibilità quali “democrazia senza diritti” (si intendono i diritti di tutti, ovvero delle minoranze) e “diritti senza democrazia”. I processi del primo tipo porterebbero a regimi populisti che, secondo Mounk, sono sì democratici, ma illiberali (p.43). Non è un caso che il premier ungherese Viktor Orban si dichiari contrario alla democrazia liberale e si proponga come fautore di una “democrazia illiberale”. Ma è davvero lecito parlare di democrazia illiberale? Contro questa posizione Mounk non mette in campo argomenti sufficientemente forti. E’ istruttivo il confronto con la posizione di Jan-Werner Müller (che pure costituisce un punto di riferimento per Mounk) molto più netta: non è legittimo parlare di democrazia illiberale perché un governo illiberale è per natura antidemocratico (è la tesi di Cos’è il populismo?, Università Bocconi Editore, Milano, 2017: vedi). La democrazia moderna o è liberale (ovvero garantisce a tutti diritti civili e politici) o non è. Mounk invece concede troppo ai populisti facendo pensare che anche la sottrazione di diritti alle minoranze o alla stampa mantenga comunque la democrazia (si veda, a pag.43, la distinzione artificiosa tra ‘natura’ ed ‘effetto’ del populismo). Ma vi è anche la possibilità di “diritti senza democrazia” ed anzi bisogna riconoscere che la democrazia rappresentativa è sempre stata una forma per incanalare e controllare la ‘volontà popolare’, a volte per impedirne l’espressione (non sono molti i paesi che hanno nel loro ordinamento l’istituto del referendum e che effettivamente lo usano). Comunque in questa parte Mounk organizza una serie impressionante di dati che illustrano come la rappresentanza politica e, più in generale, l’evoluzione dei sistemi politici abbiano sempre più scavato un solco tra élites e cittadini (lo sganciamento di certe decisioni, es. affidate alla corte costituzionale, dalla volontà popolare; l’importanza del denaro e dell’istruzione per l’accesso alle cariche elettive; lo sviluppo delle attività di lobbying da parte delle grandi aziende e dei centri di potere economico; lo sviluppo di istituzioni tecnocratiche, anche sovranazionali come l’Unione Europea; ecc.). Insomma, si sarebbe sviluppato una sorta di “liberalismo antidemocratico” (pp.90-91) e la reazione a tali sviluppi sarebbe appunto il populismo (ovvero “democrazia senza diritti”). Più in generale “il liberalismo e la democrazia non sono mai stati per natura inseparabili. Più la volontà popolare si scontra con i diritti individuali, più la democrazia liberale si scompone nelle sue parti costitutive” (p.95). Il terzo capitolo di questa prima parte organizza dati ed informazioni sul processo, in atto da tempo, di de-consolidamento della democrazia. E’ decisamente preoccupante, ad esempio, rilevare che le generazioni più giovani sono meno attaccate alla democrazia, più propense a ritenerla una modalità di cui si può fare a meno: i cittadini USA che ritengono “essenziale” vivere in una democrazia sono il 71% tra i nati negli anni Trenta, ma sono solo il 29% tra i nati degli anni Ottanta (si veda il grafico a pagina 102). Istruttivo anche quanto avvenuto nell’est Europa: quei paesi che nel 1989 hanno fatto rivoluzioni pacifiche in nome della democrazia liberale oggi sono incamminati verso regimi autoritari. Insomma forse non è irragionevole iniziare a preoccuparsi della tenuta delle democrazie liberali dei paesi occidentali. La formulazione di questa preoccupazione è decisamente convincente: “Nessuno può più dubitare che stiamo attraversando un momento populista. Ora la questione è se questo momento populista non rischi piuttosto di trasformarsi in un’era populista, mettendo in pericolo la sopravvivenza stessa della democrazia liberale” (p.14). Meno convincenti sono invece altri aspetti dell’analisi di Mounk – questa parte (la prima) è la più debole proprio perché manca un’idea adeguata di democrazia. E questa mancanza si riflette nelle proposte di intervento e di innovazione contenute nella terza parte del libro. Innanzitutto Mounk concede troppo ai populisti: con Jan-Werner Müller (e Jürgen Habermas) bisogna invece riconoscere che non è possibile una democrazia senza la componente liberale (le istituzioni liberali sono costitutive della democrazia e questa non può essere ridotta al momento elettorale o referendario, alla semplice espressione della “volontà popolare”). In secondo luogo solo un’idea normativa di democrazia che allarga l’orizzonte oltre le soglie delle istituzioni ed include anche i processi della comunicazione pubblica (non solo l’espressione della volontà, ma anche la formazione dell’opinione), ovvero della “sfera pubblica”, promuove un’adeguata sensibilità verso gli aspetti della infrastruttura comunicativa che supportano i processi di formazione delle opinioni e della volontà (influenza dei poteri economici sui processi dell’opinione pubblica; asservimento dei media e conflitto d’interesse; produzione e diffusione di notizie false come comportamento strategico ed opportunistico; ecc.).
(4) La terza parte del libro (capp. 7, 8 e 9; pp.167-227) è dedicata ai “rimedi”, ovvero all’individuazione di quelle azioni che, su ciascuno dei tre ambiti di criticità (economia, stranieri, social media), possono aiutare le democrazie liberali a riconquistare credito. Molte proposte sono stimolanti, anche se non tutte sono convincenti. Ma di questo, qui, non diamo conto. Appuntamento dunque a mercoledì 19, ore 20.30, biblioteca Auris, Vignola.

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Harvard University Press.

PS Il titolo dell’edizione italiana rispecchia solo parzialmente il titolo originario che è “The people vs. democracy. Why our freedom is in danger and how to save it”, ovvero “Popolo vs. democrazia. Perché la nostra libertà è in pericolo e come salvarla”, anziché “Popolo vs. democrazia. Dalla cittadinanza alla dittatura elettorale” (titolo dell’edizione Feltrinelli).

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