La tempesta perfetta affonda il PD. Elezioni politiche 4 marzo 2018

Quando tutti ormai hanno accantonato l’argomento “cosa è successo il 4 marzo? e perché?” conviene ritornarci sopra. Provare a capire evitando il più possibile letture di parte. Per fortuna molti analisti e commentatori aiutano (in primis l’Istituto Cattaneo di Bologna: vedi). Vincitori e perdenti sono chiari: tra i primi Di Maio e Salvini, tra i secondi Renzi e Berlusconi. Ma perché le cose sono andate così?

Wainer Vaccari, No title. Berlusconi era.

[1] Intanto la partecipazione al voto: per la Camera dei Deputati ha votato il 72,93% degli elettori; il 72,99% al Senato (bisogna aver compiuto 25 anni) (vedi); nel 2013 gli elettori erano rispettivamente 75,20% e 75,21%. Si tratta del risultato più basso della storia repubblicana, un ulteriore passo nel processo di contrazione della partecipazione elettorale che perdura dal 2006. Però non c’è stato il crollo paventato da qualcuno: lo schema tripolare e la capacità, soprattutto del M5S, di sollecitare “voti di protesta” hanno tenuta alta la partecipazione (vedi).

Voti alle coalizioni ed alle principali forze politiche (Camera dei Deputati): confronto tra elezioni 2018 e 2013.

[2] Veniamo ai risultati. La coalizione di centrodestra è quella che ottiene più voti (12.147.611 alla Camera; erano stati 9.923.600 nel 2013, dunque + 2.224.011 voti) (per i dati si veda il sito del Ministero dell’Interno: vedi). Al secondo posto il M5S, che comunque correva solo (è dunque il primo partito), con 10.727.567 voti alla Camera (erano stati 8.691.406 nel 2013, dunque +2.036.161 voti). Il PD e la sua coalizione giungono terzi (7.502.056 voti alla Camera; erano stati 10.049.393 nel 2013, dunque -2.547.337 voti). La sconfitta della coalizione di centrosinistra è attribuibile alla performance negativa del PD (passa da 8.646.034 a 6.134.727 voti, ovvero -25,35%) ed alla rottura con Liberi e Uguali (1.109.198 voti, pari al 3,38%), infatti gli altri alleati vanno meglio soprattutto grazie alla lista +Europa di Emma Bonino (836.837 voti, pari al 2,55%). Nessuna coalizione o forza singola ha la maggioranza dei voti e neppure la maggioranza dei parlamentari (i risultati di Camera e Senato non cambiano di molto, diversamente che con il “porcellum”). La formazione di un governo si annuncia complicata. Ma questa è un’altra storia.

Coalizione vincente nei singoli collegi (Camera dei Deputati, 2018). Risulta evidente la spaccatura del paese in due zone: centrodestra al Nord, M5S al Sud. Si restringe notevolmente l’area dominata dal centrosinistra (delle ex-regioni rosse resta una parte dell’Emilia e della Toscana; la colorazione in rosso dell’Alto Adige deriva in realtà dalla vittoria della SVP). Mappa tratta da la Repubblica, 6 marzo 2018.

[3] Cosa ci dicono questi risultati? Innanzitutto una conferma. Dal 1996 le forze che governano perdono le successive elezioni. Nessuna coalizione è riuscita a governare per più di una legislatura. Questo “effetto pendolo” ha governato le oscillazioni elettorali degli ultimi venti anni. E viene confermato anche stavolta. Certo, dal 2013 lo schema bipolare si è rotto a favore di uno schema tripolare (centrodestra, centrosinistra, M5S). Ma anche stavolta chi viene dall’esperienza di governo è stato punito dagli elettori (non interessa qui se a torto od a ragione). Questo va tenuto in considerazione – è una riflessione che indirizzo al PD – pensando al 2023. Certo, nel frattempo l’ulteriore mutamento del sistema elettorale (il cosiddetto “rosatellum”) ha complicato ulteriormente le cose rendendo ancora più difficile la formazione di maggioranze autonome e coese. Questo dischiude nuove chances alle opposizioni. Ma ci sono altri fattori da considerare, meno rassicuranti. Ci torneremo più avanti (vedi al punto [8]).

Sondaggio elettorale pubblicato dal Corriere della Sera del 27 gennaio 2018. Risulta sovrastimato il PD e Forza Italia, sottostimato M5S e Lega.

[4] Cosa ci dicono, quindi, questi risultati? Una prima cosa riguarda la sinistra. L’insoddisfacente risultato di LeU (lo dicono i promotori stessi della lista che era accreditata dai sondaggi di circa un 6%, ma che si ferma al 3,38%) ci dice che è problematico ritenere che l’elettorato avverta il bisogno di “più sinistra”. LeU peraltro ottiene risultati migliori nelle grandi città, mentre riduce di molto i voti nelle periferie e nelle aree di provincia (più disagiate). Insomma rappresenta una sinistra poco popolare. Ma probabilmente è anche penalizzata dalla ricerca di un “voto utile” (qualcuno avrà votato PD od i suoi alleati per cercare di arginare centrodestra e M5S) e soprattutto dalla mancanza di un leader vero (alla Tsipras o alla Corbyn – vogliamo mettere Grasso o Fassina, per non parlare di D’Alema?). Insomma, si è rivelata una strada senza uscita (e già le strade delle anime interne divergono sul nuovo governo: vedi). E più l’offerta si sposta a sinistra (Potere al Popolo, ecc.), più ottiene risultati minuscoli. Insomma a sinistra del PD si colloca il 5% circa dell’elettorato (poco più di 1,6 milioni di voti). Ma non è lì che si registra la maggiore capacità di attrazione (anche dopo 10 anni di crisi economica – ma che la crisi non produca automaticamente una “domanda di sinistra” è cosa nota: vedi). E comunque, se anche tutte queste forze si fossero alleate con il PD (ragionamento puramente matematico) il risultato complessivo non sarebbe cambiato, la coalizione centrata sul PD sarebbe ugualmente terza.

Uno dei tanti “sberleffi” diffusi via web e whatsapp (soprattutto contro Berlusconi e Renzi). Mancano stime dell’impatto sul voto di queste comunicazioni.

[5] Nel centrodestra la Lega sorpassa Forza Italia (rispettivamente al 17,37% e 14,01%). E’ la prima volta da quando esiste la coalizione costruita da Berlusconi. Nel 2006, 2008 e 2013, fatto 100 la somma dei voti ottenuti dai due partiti, Forza Italia (o PdL) ha sempre superato l’80% – insomma otteneva 4 voti per ogno voto della Lega (vedi). L’incapacità di assicurare una nuova leadership in Forza Italia e l’ennesima riproposizione di Berlusconi (all’età di 81 anni) ha reso meno credibile questa proposta. Ma soprattutto è stato Salvini a rendere assai più attraente l’offerta politica della Lega facendone un partito nazionale (impensabile per molti, eppure la Lega ha preso il 5-6% dei voti in molte aree del Sud Italia) con alcune semplici (o grossolane) parole chiave: basta stranieri (profughi o immigrati non fa differenza), più sicurezza ed anche un’attenzione alle condizioni materiali (abolizione della legge Fornero – se sia fattibile ed a quali condizioni qui non importa).

Marco Lodola, Mussolini (scultura luminosa), senza data (foto Artefiera 2013)

[6] Straordinario il successo del M5S (32,68% alla Camera; 32,22% al Senato) (qui l’analisi dell’Istituto Cattaneo: vedi). Scelta del candidato leader a ristrettissimo coinvolgimento (al di là dei proclami retorici la  capacità di mobilitazione del M5S è di 100 volte inferiore a quella del PD) – meno di 40mila partecipanti per la scelta di Di Maio leader (e con accomodanti competitor di terzo piano); parlamentarie opache e che scelgono gente sconosciuta come candidati da mettere in lista (e liste non meno “pasticciate” di quelle delle altre forze); un movimento controllato da una “centrale” privata (la Casaleggio e associati); violazione della Costituzione con vincolo di mandato per gli eletti (un aspetto ancora non adeguatamente enfatizzato: vedi); ecc. – tutto questo è irrilevante agli occhi degli elettori. Conta il brand e la “proposta” politica. In primo luogo la “rottamazione” del sistema politico esistente (ma anche opportunistici richiami alla legalità, alla difesa della Costituzione – tralasciando il no euro o l’apertura a Putin), ma anche una proposta di tutela di quel 20% circa di cittadini che, più al Sud che al Nord, soffrono gli effetti della crisi economica (reddito di cittadinanza). Il tutto in una cornice di opportunismo e di sfruttamento dell’insoddisfazione verso il (non solo di contrasto delle patologie del) nostro parlamentarismo. Un’offerta che produce adesioni differenziate sul territorio nazionale, al Nord e al Sud. Come chiarisce Rinaldo Vignati: “le dinamiche che coinvolgono il M5s appaiono diverse al Nord (compresa quella che tradizionalmente si chiamava “zona Rossa”) e al Sud. Al Nord conquista voti dal Pd e ne cede una parte alla Lega. Per questo lo definivamo “traghettatore”. Per il Sud invece l’etichetta che possiamo scegliere è quella di “pigliatutti”: nei collegi del Sud che abbiamo analizzato il M5s, che non deve fronteggiare la concorrenza della Lega (in questa parte d’Italia molto meno forte), riesce a conquistare voti a 360° gradi, prendendoli non solo al Pd ma anche ai partiti di centrodestra e anche dall’astensione, senza subire perdite significative” (vedi).

Comunicazione elettorale web “spontanea” pro M5S (e anti-PD).

[7] Questa divisione del lavoro tra il centrodestra trainato dalla Lega (con i temi sicurezza ed immigrazione) e M5S (con i temi “rottamazione” del sistema e reddito di cittadinanza), a diversa presa nelle diverse aree del paese, ha così costruito la “tempesta perfetta” che ha affondato il PD dopo 5 anni di governo, peraltro sostenuto da una coalizione innaturale, politicamente non omogenea (dopo la non-vittoria di bersaniana memoria del 2013). I cittadini hanno detto chiaramente (con il voto a Salvini) basta immigrati o profughi. Ed ugualmente chiaramente, con il voto a Di Maio, totale rinnovamento (se poi questa sia una prospettiva ragionevole è un’altra cosa). Con ogni probabilità sarebbe andata comunque in questo modo (sempre per l’effetto pendolo), ma il PD (ed il suo leader Matteo Renzi: vedi) ci ha messo del suo per perdere ancora più malamente. Qualsiasi leader con la propensione a fare il primo della classe (e trattare con sufficienza tutti coloro – pezzi di società, sindacati, altre forze politiche, ecc. – che si mettono di traverso rispetto al progetto di cambiare il paese) non deve commettere passi falsi e soprattutto non può permettersi il lusso dell’incoerenza (“se perdo il referendum costituzionale lascio la politica”, ecc. ecc.). E così Renzi è divenuto il catalizzatore di grande parte dell’ostilità e rancore diffuso nel paese. Le non poche politiche positive fatte dai governi PD (Letta, Renzi, Gentiloni) sono passate in secondo piano. Oltre a ciò la ripresa economica, pure in atto, non è affatto sufficiente per placare le ansie di parti consistenti della società (in molti si aspettano un futuro peggiore, non migliore), insomma difficile vendere ottimismo in questo mercato elettorale.

Fidia Falaschetti, Vota Pino Occhio, 2010 (foto Artefiera 2013)

[8] Ma non è finita qua. C’è un elemento nuovo che si è affermato in questi anni che può rendere particolarmente difficile per il PD sfruttare l’effetto pendolo ipotizzabile per il 2023 (sempre ammesso che non partecipi in alcun modo al futuro governo). Richiama l’attenzione su di esso Valeria Palumbo in un breve intervento sul sito web della rivista Il Mulino (vedi): “Di chi è la colpa? Chi è che crea gli stati d’animo nel Paese? Chi dà fuoco alle polveri e chi crea l’immaginario che poi alimenta i comportamenti individuali e politici? I giornali? Già la parola sembra antiquata.” In effetti solo il 44% degli italiani legge un quotidiano almeno una volta alla settimana (vedi). Più consistente, ma in calo, la quota degli spettatori TV. Il fenomeno degli ultimi anni è invece costituito dai social mediafacebook in primis. Il web 2.0, dove tutti siamo anche “produttori” di news e, soprattutto, diffusori. Ci sono caratteristiche del mezzo che lo rendono particolarmente funzionale alla circolazione di messaggi e allarmi populisti? Sembra di sì. E il business delle “fake news” o simili ha ragioni sia economiche che politiche (qui uno degli ultimi articoli di Jacopo Iacoboni sulla macchina comunicative del M5S: vedi). Insomma, c’è anche una macchina comunicativa “populista” che ben si accoppia con la propensione comunicativa di una popolazione culturalmente debole (ricordiamo che i cittadini italiani che leggono almeno 1 libro all’anno sono poco più del 40%). E come dimostra la news dell’assalto ai CAF del Sud per il reddito di cittadinanza promesso dal M5S (qui una disamina di questa news reale, ma gonfiatasi nel passaggio del sistema dei media: vedi) non è nella cultura politica del PD ricorrere a questi mezzi. Insomma, potrebbe essere che per sostituire un deludente governo populista gli elettori (nel 2023) vadano a premiare forze ancora più populiste – anche grazie all’effetto social. Meglio non confidare dunque sull’effetto pendolo (che pure ha operato sino a qui).

PS A scanso di equivoci il mio orientamento politico è indicato qui: vedi.

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2 Responses to La tempesta perfetta affonda il PD. Elezioni politiche 4 marzo 2018

  1. Roberto Adani ha detto:

    Come prima analisi, mi sembra più che buona, molto migliore di quelle che circolano in questi giorni.

  2. rosanna sirotti ha detto:

    nel tuo articolo compaiono considerazioni che condivido anche se è vero che i numeri si possono leggere con sfumature differenti ma in questo caso è tutto abbastanza chiaro.

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