Da Piacenza a Dresda. La Madonna Sistina di Raffaello

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Questi due angioletti dallo sguardo tra il pensoso e il distratto e con i capelli studiatamente scarmigliati sono da tempo diventati un’icona indipendente dal quadro a cui appartengono. Si trovano sulle copertine di quaderni, sulle cover di cellulari, in quadretti da salotto. Ma non è un fenomeno recente, un effetto della commercializzazione dell’arte o dell’estetizzazione della vita attribuibile al capitalismo. Risale almeno all’inizio del XIX secolo visto che nel quadro di Wilhelm Barth che riproduce il Boudoir della granduchessa Alexandra Fjodorowna nel palazzo Aničkov di San Pietroburgo (di poco successivo al 1823) compare una loro riproduzione – solo loro e non l’intero quadro – in bella mostra appesa alla parete, in posizione centrale (Alexandra Fjodorowna fu la moglie dello Zar Nicola I). Non tutti coloro che hanno familiarità con questa immagine che oggi vive di vita propria – una riproduzione è alla parete anche del bar del circolo ricreativo del Rizzoli, dove lavoro! – conoscono il quadro a cui i due angioletti appartengono. Si tratta della Madonna Sistina di Raffaello (1512-1513), un dipinto per la chiesa benedettina di San Sisto e Santa Barbara di Piacenza (dono di Papa Giulio II), ma a metà del XVIII secolo finita alla Gemäldegalerie di Dresda dove ne costituisce tuttora una delle principali attrazioni. Sono molte dunque le storie che si possono narrare a partire da quest’opera, già definita un capolavoro da Giorgio Vasari nel 1550.

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La Madonna Sistina di Raffaello presso la Gemäldegalerie Alte Meister di Dresda (foto del 12 novembre 2017)

[1] Una città tedesca in ascesa – questa era Dresda nella prima metà del XVIII secolo. Conseguenza del fatto che il principe elettore di Sassonia, Augusto I, venne eletto re di Polonia nel 1697, prendendo il nome di Augusto II il Forte (vedi). Al trono della confederazione Polacco-Lituana gli successe il figlio Augusto III (1733-1763). In quegli anni Dresda vide la realizzazione di alcuni maestosi edifici pubblici ed anche la trasformazione delle collezioni d’arte regie in moderni musei: la Gemäldegalerie (galleria di pittura) venne inaugurata nel 1746 nello Johanneum (la scuderia cinquecentesca già adibita a sala di rappresentanza). La gestione di tale galleria di pittura fu affidata a due ispettori, tra cui Pietro Maria Guarienti (1678-1753), padovano, entrato nell’organigramma di corte nel 1746. In quegli anni la galleria aveva l’obiettivo di incrementare il patrimonio di opere visto che il museo che si voleva costituire – uno dei più importanti del XVIII secolo per quanto riguarda la pittura – non doveva tanto esprimere il gusto individuale del sovrano, ma piuttosto tradurre visivamente un completo manuale artistico. Occorreva dunque integrare la collezione regia non nata in origine con questa finalità e per questo venne avviata una imponente campagna di acquisizioni, non solo di singole opere, ma anche di prestigiose collezioni. Le campagne di acquisto che nei primi decenni del secolo, sotto Augusto II, erano rivolte verso l’arte olandese e fiamminga, vennero gradualmente indirizzate verso sud, soprattutto sotto Augusto III, per colmare le lacune relative agli autori italiani. Tra le acquisizioni più imponenti risultano dunque anche 100 quadri della quadreria estense di Modena venduti nel 1745-46 da Francesco III (vedi) per rimpinguare le esauste casse del ducato (la famigerata “vendita di Dresda”: vedi).

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Francesco Del Cossa, Annunciazione, 1468-1469, Gemäldegalerie Alte Meister, Dresda (foto del 12 novembre 2017)

[2] Pietro Maria Guarienti iniziò dunque ad organizzare la ricerca e l’acquisto di quadri di pittori italiani per la Gemäldegalerie (aveva predisposto un elenco di 57 pittori), operando nell’Italia settentrionale ed in primo luogo a Bologna, dove era inserito nell’ambiente artistico locale grazie a sette anni di alunnato svolti presso il pittore bolognese Giuseppe Maria Crespi (1665-1746; vedi) e alla nomina, conseguita due decenni prima, a membro della Accademia Clementina, l’Accademia di Belle Arti di Bologna così chiamata in onore di Papa Clemente XI che ne aveva approvato lo statuto nel 1711 (vedi). Guarienti si appoggiò alle sue conoscenze nel mondo locale – tra questi il canonico Luigi Crespi che procurò a Dresda nel 1750 l’Annunciazione di Francesco Cossa (famosa per la lumaca in primo piano) e nel 1752 la Madonna della Rosa di Parmigianino. Guarienti non riuscì invece a far pervenire a Dresda la Santa Cecilia di Raffaello (anche per questo oggi la possiamo ammirare alla Pinacoteca Nazionale di Bologna) “bloccata nella chiesa lateranense di San Giovanni in Monte [a Bologna] dall’intervento dell’abate Ubaldo Tenizzi presso papa Benedetto XIV” (p.11). Per impedire la ripetuta spoliazione di opere d’arte dalle chiese nello Stato Pontificio il cardinal legato bolognese, Giorgio Doria, emise un bando, pubblicato l’8 febbraio 1749, che vietava la vendita e l’esportazione di “Quadri, Pitture, Disegni e Intagli di qualsivoglia genere (…) esposte al pubblico ornamento, e insegnamento”, ponendo come arbitro per eventuali deroghe proprio l’Accademia Clementina.

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Parmigianino, Madonna della rosa, 1529-1530, Gemäldegalerie Alte Meister, Dresda (foto del 12 novembre 2017)

[3] Giunto ormai al termine della vita – sarebbe morto a Dresda il 27 maggio 1753 – Pietro Maria Guarienti “segnalò alla corte di Dresda Carlo Cesare Giovannini come sostituto a se stesso per fornire una perizia su originalità, stato conservativo e disponibilità ai rischi di un viaggio, e predisporre l’imballaggio e l’accompagnamento nella nuova sede tedesca per l’ultimo e più fortunato acquisto della Galleria, la Madonna Sistina, conquistata ai benedettini di San Sisto di Piacenza il 20 marzo 1753 per venticinquemila ungari dopo quasi un anno di trattative condotte da Giovanni Battista Bianconi.” (p.25) Questi (1698-1781) era canonico della parrocchia di Santa Maria della Mascarella e direttore del museo dell’Università di Bologna. Il Bianconi stesso caldeggiò la scelta di Guarienti verso il Giovannini, che era suo parrocchiano e che conosceva da tempo – in una lettera parla del di lui padre come di colui che dirigeva il duca di Parma negli acquisti per la sua galleria d’arte. Per accompagnare la tela di Raffaello e per trascorrere quattro mesi a Dresda “Giovannini ricevette dalla corte sassone quattrocento ungari destinati, oltre alle spese di trasporto della pala, al rimborso del suo viaggio da Bologna a Piacenza, quindi da Piacenza a Dresda” (p.25). Nel frattempo per il mantenimento della sua famiglia riceveva complessivamente altri 88 scudi.

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Raffaello, Madonna Sistina, 1512-1513, Gemäldegalerie Alte Meister, Dresda (foto del 12 novembre 2017)

[4] Giovannini giunse a Piacenza il 30 novembre 1753 e subito si occupò di autenticare e di disinstallare la pala d’altare (presso la chiesa benedettina di San Sisto: vedi), anche se per iniziare il viaggio per Dresda avrebbe dovuto attendere la risoluzione di uno stallo burocratico legato al pagamento dei dazi doganali, cosa che avvenne solo a gennaio (e non senza intercessione della duchessa Luisa Elisabetta). Il 21 gennaio l’opera poté partire per Dresda lungo un tragitto che vedeva il passaggio a Cremona, Brescia, la val d’Adige, l’Austria, la Baviera e infine la Sassonia. I collegamenti con il socio d’affari nell’impresa Alessandro Branchetta (1697-1781), abate di Santa Maria di Mont’Armato a Bologna e che qualche anno prima era stato coinvolto in cause legali a causa della sparizione di alcuni libri dell’Istituto di Scienze, avvenivano tramite il corriere ordinario di Milano (per cui sappiamo che i collegamenti Bologna-Dresda impiegavano mediamente 9 giorni). Il 13 febbraio l’opera era ad Augusta. A fine febbraio era a Dresda (il 28 febbraio Giovannini scrive: “lode a Dio a Dresda con ottima salute”) e l’1 marzo 1754 la Madonna Sistina poteva essere presentata nella Residenzschloss.

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Correggio, Madonna di San Francesco, 1514-1515, Gemäldegalerie Alte Meister, Dresda (foto del 12 novembre 2017). E’ uno dei quadri provenienti dalla collezione estense venduti ad Augusto III nel 1745-1746 dal duca di Modena Francesco III.

[5] Ricevute le istruzioni alla porta della capitale, Giovannini fu ammesso nella Camera d’Udienza di fronte ad Augusto III che, stando ad un celebre aneddoto, “colmo d’entusiasmo, all’apertura della cassa avrebbe spostato il proprio trono per far ‘spazio al grande Raffaello’ nel luogo d’onore destinato a se stesso” (p.28). Introdotto al baciamano del re, Giovannini venne invitato dalla principessa consorte Maria Antonia di Baviera, moglie del primogenito di Augusto III, alle prove aperte di un’opera in musica in italiano (il Trionfo della Fedeltà) da lei composta ed interpretata nel ruolo protagonista. Il sovrano gli offrì anche una breve visita alla Gemäldegalerie dove il quadro di Raffaello divenne sin da subito “il pezzo di massimo richiamo nelle collezioni, superando in popolarità il dipinto di maggior levatura fino ad allora estratto da Bologna, la Madonna della Rosa [di Parmigianino]” (p.31). Tra le altre cose Giovannini, che oltre a pittore era restauratore, poté constatare lo sconcertante intervento dei restauratori su molti quadri (“Tutto fa pietà; e tutto si vol per prudenza e Carità Cristiana tacere” – così la minuta di una lettera di Giovannini a Giovanni Battista Bianconi, senza data).

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[6] Dopo l’incontro dell’1 marzo Giovannini non poté più avere alcun contatto con il sovrano, “essendo la tanto auspicata contrattazione diretta vietata dal cerimoniale di corte” (p.33). Si ritrovò abbastanza isolato dal contesto artistico locale che pure vedeva la presenza di numerosi italiani (non si registrano, ad esempio, contatti con Bernardo Bellotto detto il Canaletto, pittore veneziano allora attivo a Dresda e che di entrambe le città ci ha lasciato straordinarie vedute) ed abbandonò presto anche l’idea di entrare nel locale sistema del commercio d’arte per le resistenze incontrate da chi vi era già inserito. Continuò invece ancora il lavoro di ricerca di dipinti italiani per la Gemäldegalerie fino al 1756. Nella lettera al socio Branchetta dell’11 marzo 1754 scrive infatti di aver inteso il desiderio di un Domenichino e di un Barocci, “un bel Mantegna, un Pietro Perugino, un bellissimo Agostino Caracci, un bellissimo Lodovico [Carracci] (…) un bell’Innocenzo da Imola”.

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Bernardo Bellotto detto il Canaletto, Il vecchio mercato di Dresda visto da Schlossgasse, 1749-1751, Gemäldegalerie Alte Meister, Dresda (foto del 12 novembre 2017)

[7] La Madonna Sistina fu dipinta da Raffaello (1483-1520; vedi) nel 1512-1513, all’età dunque di non più di 30 anni, in un periodo che segna una significativa evoluzione dell’artista verso una capacità, allora ineguagliata, che lo impose come il pittore della grazia e della naturalezza (con il superamento definitivo dalla maniera un po’ rigida assimilata dal suo maestro, il Perugino), grazie allo studio delle opere di Leonardo, intrapreso nel periodo fiorentino (1504-1508). L’opera appartiene al periodo romano, quando Raffaello fu chiamato a Roma da papa Giulio II per affrescare le stanze vaticane. In alcune delle opere di questo periodo, tra cui appunto la Madonna Sistina (e con essa, in primo luogo, la Madonna della seggiola del 1514 ed il Ritratto di donna detta “La Velata” del 1516), Raffaello esprime una grazia che ancora oggi colpisce, fatta di grande qualità formale unita al “massimo di naturalezza e spontaneità delle attitudini, dei gesti, dei moti che allacciano nei dipinti una figura all’altra, in rapporto armonico con l’ambiente naturale” (Pierluigi De Vecchi). Questi dipinti, pertanto, hanno molto presto acquisito una popolarità che li ha resi delle vere e proprie icone. Non solo innumerevoli copie e stampe sono da essi derivati, ma sono anche stati trasformati in souvenir ed inseriti in beni di uso quotidiano di ogni genere. Da questo punto di vista, probabilmente, la Madonna Sistina è insuperata, per il rapporto percettivo ed emozionale che le figure instaurano con lo spettatore – in primo luogo la Madonna ed il bambino (entrambi che guardano spettatore che viene così incluso nella scena), ma poi anche per la naturalezza e pensosità dei due angioletti in primo piano, posti a commento visivo della scena principale.

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[8] I due angioletti da cui ha preso avvio questo post sono dunque un’icona nell’icona. Un’icona che si è autonomizzata dal quadro-icona a cui appartengono. E come succede in tali casi essa circola e vive autonomamente, senza che sia necessario avere consapevolezza dell’opera a cui i due angioletti appartengono (o del suo autore). All’inizio del XIX secolo, i fratelli Johannes e Franz Riepenhausen (vedi), studiarono presso l’Accademia di Kassel e poi di Dresda (1804-1807), ed in quest’ultima città poterono ammirare la Madonna Sistina ed i suoi due angioletti. Essi “furono tra i primi a sentirsi ispirati dall’umanità degli angeli, riproducendoli in carte d’auguri o di celebrazione per i giorni dei Santi.” Contribuirono dunque alla circolazione di questa icona, alimentando la Raffaello-mania nel mondo prussiano e russo. Non molto diversamente è avvenuto da noi, per cui oggi i due angioletti di Raffaello abbelliscono numerosi oggetti della vita quotidiana. Il tema sotteso è la capacità “comunicativa” dell’arte, ovvero di diventare popolare anche presso quegli strati sociali non colti, ma che entrano comunque in risonanza con atteggiamenti e sentimenti rappresentati, o semplicemente con una certa manifestazione del bello.

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[9] La vicenda della Madonna Sistina di Raffaello e del suo viaggio da Piacenza a Dresda, dove è tuttora conservata presso la Gemäldegalerie Alte Meister, dopo una parentesi di un decennio a Mosca (l’opera fu trafugata durante la seconda guerra mondiale e restituita a Dresda nel 1955, dopo un’unica esposizione pubblica al museo Pushkin), è una delle vicende più eclatanti della spogliazione e della vendita del “giacimento culturale” che la storia artistica del paese aveva costituito nell’arco di secoli. Sovrani (pensiamo appunto alla “vendita di Dresda” compiuta dal duca di Modena) e cittadini hanno praticato, in base alle rispettive “possibilità”, questa singolare modalità di valorizzazione (per fini privati) per lungo tempo. Come abbiamo visto per contrastare o impedire la spoliazione delle chiese e degli edifici pubblici o privati delle opere da “valorizzare” sul mercato del collezionismo d’arte già nel corso del XVIII secolo vennero adottati provvedimenti legislativi. Provvedimenti necessari, ma che debbono comunque essere accompagnati da un adeguato grado di consapevolezza, da parte dei cittadini, del valore (non solo economico) dell’arte di cui l’Italia è fornita in misura probabilmente senza eguali al mondo. La ricostruzione di questa vicenda vuole essere un piccolo contributo in tal senso.

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PS Questo post nasce a seguito di una visita alla Gemäldegalerie Alte Meister In occasione di un brevissimo soggiorno a Dresda, nel novembre 2017 (vedi). La ricostruzione della vicenda della Madonna Sistina è basata sui seguenti libri: Speranza F., Da Bologna a Dresda. Carlo Cesare Giovannini agente per la (1754-1756), Albatros, Roma, 1916; l’autore ha svolto un tirocinio presso la Gemäldegalerie Alte Meister di Dresda ed ha consultato materiali d’archivio sia a Dresda che presso la Biblioteca Comunale dell’Archiginnasio di Bologna. Bonazzoli F., Robecchi M., Io sono un mito. I capolavori dell’arte che sono diventati icone del nostro tempo, Electa, Milano, 2013 (la scheda sulla Madonna Sistina è alle pp.58-61). Raffaello. Grazia e bellezza, catalogo della mostra al Musée du Luxembourg di Parigi, 2001-2002, ed. Skira, Milano, 2001 (con saggi di Claudio Srinati, Pierluigi De Vecchi, Konrad Oberhuber, Daniel Arasse, Lorenza Mochi Onori).

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One Response to Da Piacenza a Dresda. La Madonna Sistina di Raffaello

  1. Andrea Paltrinieri ha detto:

    Solo dopo aver scritto questo post ho potuto leggere il libro di Eugenio Gazzola: La Madonna Sistina di Raffaello. Storia e destino di un quadro, Quodlibet edizioni, Macerata, 2013:
    https://www.quodlibet.it/libro/9788874625246
    “Questo libro è un percorso attraverso le innumerevoli storie che la Madonna Sistina, la maestosa opera creata da Raffaello tra il 1512 e il 1513 (esattamente cinque secoli fa) ha attraversato e ha ispirato. Una narrazione, articolata e avvincente, delle sue peregrinazioni: dal monastero benedettino di San Sisto a Piacenza, per il quale fu commissionata da papa Giulio II, alla collezione di opere d’arte di Augusto III di Sassonia a Dresda, fino all’approdo a Mosca – portata in trionfo dalla vittoriosa Armata Rossa –, dove fu idolatrata dai russi come raramente era capitato a una icona non ortodossa, e quindi il ritorno a Dresda, la sua «patria tedesca», al culmine di una nebulosa trattativa non priva di intrighi.”

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