Trump e i suoi trumpini vignolesi, di Stefano Corazza

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Biasimo e discredito dell’opinione pubblica mondiale e dei politici europei e italiani hanno accolto l’annuncio del presidente degli Stati Uniti di denunciare l’accordo sul cambiamento climatico già firmato dal suo Paese a Parigi solo l’anno passato (vedi). Giusto! Mentre si annuncia, percepibile anche in questa nostra caldissima e secca primavera, un ennesimo anno record dell’innalzamento della temperatura media globale, il negazionismo Trumpiano, confortato anche dal capo di quella che fu ai suoi inizi un modello esemplare di struttura per lo studio e il controllo ambientale l’EPA (Agenzia per la Protezione Ambientale), sembra una rivolta bigotta e ignorante contro la scienza, una rivolta che solletica solo interessi arretrati e non può che condurre a catastrofi locali e globali. Ciò che mi conforta un poco in questa situazione certamente negativa è il vedere che negli stessi Stati Uniti interi stati come la California e grandi città come San Francisco e New York (vedi) hanno prontamente reagito confermando che non abbandoneranno e anzi approfondiranno le loro politiche verso le energie rinnovabili (la California ha il parco auto più elettrico del mondo) o verso la tutela delle risorse naturali (l’accurata pianificazione e gestione dell’intero bacino idrico da cui dipende la città fanno di New York la più grande città del mondo in cui l’acqua corrente sgorga dai rubinetti senza bisogno di alcun trattamento) capaci di opporsi al cambiamento climatico. Sono solo due esempi tra i tanti esistenti di cosa sia possibile fare localmente per affrontare grandi sfide globali. Certo nel nostro Paese i politici locali appaiono piuttosto, nei fatti al di là degli annunci, tanti piccoli emuli di Trump molto più che dei mini Jerry Brown (Governatore della California) o dei piccoli Bill De Blasio (Sindaco di New York). Vignola, non molto diversamente che altre città italiane, presenta casi esemplari. L’ultimo in ordine di tempo – si parla di piccole cose – è lo stato in cui sono stati ridotti i tigli di Via Libertà con l’ultimo intervento effettuato fra febbraio e marzo. Quasi a cavallo della crisi politica della città (vedi).

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Via Libertà come si presenta oggi. Senza le chiome dei tigli “amputate” da un intervento di potatura fatto senza criterio (foto del 3 giugno 2017)

Dunque sia o non sia responsabilità dell’ultimo assessore all’ambiente o ai lavori pubblici, oggi, con le alte temperature di questi giorni, è chiaramente percepibile il danno provocato dalle mutilazioni, più che potature, inflitte agli alberi, presenti su quella strada da almeno trenta anni e che mai avevano subito simili tagli. Le poche foglie che escono dai tronchi ridotti a candelabri non sono più in grado di fornire la copertura ombrosa alla strada, specie nelle ore centrali del giorno. E la temperatura che prima era inferiore di quella al contorno di almeno 6-7 gradi ora è pochissimo attenuata per i numerosi pedoni e ciclisti che percorrono la via.

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Tigli ridotti come pali in via Libertà (foto del 3 giugno 2017)

Chissà quanto vale per i cittadini questa minore qualità del muoversi su Via Libertà? E quanto costerà in più di elettricità raffrescare le case e i negozi che vi si affacciano? E sarà ancora piacevole fermarsi a un tavolino di un bar a bere una bibita senza l’ombra dei tigli? Senza contare che anche sotto l’aspetto estetico la strada è peggiorata. Non solo per gli occhi che sotto le chiome verdi riposanti inviavano sensazioni di protezione, ma anche per il naso blandito dal dolce profumo dei fiori che vi stagnava a lungo, riposante. No, anche se ora le auto vanno in un solo senso, quelle qualità non sono state sostituite da selve di cartelli stradali, discutibili pavimentazioni [per un’analisi dell’ultimo intervento su via Libertà si rimanda a questo post: vedi]. Senza contare che la manutenzione dei polloni e delle aiuole alla base degli alberi continua a non esistere.

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In attesa che si intervenga per l’eliminazione dei polloni … (foto del 3 giugno 2017)

Saranno pure bubbole, per qualcuno, ma dei numerosi candidati alle prossime elezioni amministrative non mi pare che ci sia, neppure nelle intenzioni dichiarate, chi si è dato pena di non sembrare un trumpino.

Stefano Corazza

 

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2 Responses to Trump e i suoi trumpini vignolesi, di Stefano Corazza

  1. loredana baruffi ha detto:

    Ma insomma un popolo di partigiani come il nostro, mi viene da dire
    che sia colpa nostra, se i da noi nominati, fanno ciò che gli pare…
    Alternativa cercasi.

  2. Andrea Paltrinieri ha detto:

    Sul The New York Times del 5 giugno Paul Krugman, economista di fama internazionale e premio Nobel per l’economia, ha scritto un interessante commento alla ritrattazione di Donald Trump degli accordi di Parigi sul clima. “Making Ignorance Great Again” è il titolo di questo stimolante articolo (fa il verso allo slogan della campagna delle presidenziali di Trump “Make America Great Again”), visto che mette in luce la tendenza (negli USA soprattutto da parte dei politici del Partito Repubblicano) a bypassare ogni serio approccio argomentativo alle decisioni impegnative come appunto quella sulle politiche ambientali o quella di revisione della riforma sanitaria di Obama (Obamacare). Nessuna seria (e dunque credibile) giustificazione è offerta in merito a tali decisioni. Nessuna seria analisi dell’impatto, delle conseguenze, delle implicazioni. Eppure sempre più spesso la politica funziona così (non si farebbe fatica a trovare esempi equivalenti su scala locale, ad esempio il “negazionismo” dell’ex-sindaco Mauro Smeraldi sull’impatto negativo della nuova Coop sulla città). E’ il degrado della politica sospinto soprattutto da demagoghi e populisti (puri demagoghi, preciserebbe Max Weber) che un po’ ovunque sorgono per cavalcare (e promuovere) le ondate di sfiducia e di ostilità di parte crescente dei cittadini. I quali scoprono però solo anni dopo di essere stati ingannati (ma sarebbe più corretto dire: di essersi prestati all’inganno) – ricordiamo il “nuovo miracolo economico italiano” propagandato da Silvio Berlusconi più di un decennio fa. Dunque Loredana hai indubbiamente ragione: terminata la campagna elettorale il sistema politico-amministrativo tende a rinchiudersi su se stesso e diventa, per così dire, incapace di dotarsi di “dispositivi” di analisi ed elaborazione a supporto dei processi decisionali, così come di procedure di comunicazione e confronto con i cittadini (che non siano meri momenti manipolativi a cui abbiamo variamente assistito sia sotto l’amministrazione Denti, sia sotto l’amministrazione Smeraldi). Bisognerà provare a prendere contromisure per costringere politici ed amministratori a non rifuggire le loro responsabilità (che non sono solo quelle di prendere decisioni, ma di prenderle all’interno di un gioco argomentativo improntato a trasparenza e partecipazione).

    Comunque, qui il bell’articolo di Krugman:

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