1799. Ugo Foscolo dalla battaglia di Cento alla prigione in Vignola

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Il 27 aprile 1799 a Cassano d’Adda gli Austro-Russi, comandati dal maresciallo russo Suvorov, battono l’esercito francese ed il 28 aprile entrano a Milano determinando la caduta della Repubblica Cisalpina (per le vicende militari del periodo: vedi). Qualche giorno prima la notizia della discesa dell’esercito austriaco verso il Po aveva acceso la miccia ad una serie di insurrezioni in provincia di Ferrara, prima, e poi nel mantovano, nella bassa modenese, in Romagna (qui importanti episodi di “insorgenza” – moti di protesta alla dominazione francese ed alle idee repubblicane ed anticattoliche – si erano verificati sin dal 1796: vedi). Tra queste si colloca anche l’episodio di Cento (in provincia di Ferrara). Il 17 aprile 1799 “insorgenti” anti-francesi si impadroniscono di Cento (FE) e Pieve di Cento (BO). Il comandante generale della Guardia Nazionale bolognese, Sebastiano Tattini, organizza subito un battaglione (“700 guardie e 500 soldati di linea fra cui cisalpini, francesi e piemontesi”) per riconquistare Cento. E’ in quei giorni – esattamente il 2 Fiorile dell’anno VIII (21 aprile 1799) – che Foscolo lascia il suo ufficio presso il Dipartimento del Reno a Bologna per rientrare volontario nei ranghi dell’esercito come luogotenente della Guardia Nazionale di Bologna e partecipare alla riconquista di Cento.

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Francois-Xavier Fabre, Ritratto di Ugo Foscolo, 1813

[1] Le vicende che ci interessano hanno luogo tra il 21 aprile 1799, quando Foscolo riprende il servizio nella Guardia Nazionale e lascia Bologna per partecipare alla riconquista di Cento, ed il 12 giugno 1799, quando viene liberato a Modena (vedi). In mezzo stanno le vicende che lo portano ad essere arrestato a Monteveglio, portato in prigione nella Rocca di Bazzano (30 maggio 1799) e dopo poche ore in prigione nella Rocca di Vignola dove è trattenuto fino al 31 maggio, quando viene portato in prigione a Modena. Questo in sintesi lo svolgimento dei fatti che portano Ugo Foscolo in prigione (all’incirca per un giorno ed una notte) nella Rocca di Vignola:

  • il 21 aprile 1799 Ugo Foscolo (allora a Bologna come Segretario della Commissione Criminale del Reno) riprende servizio nella Guardia Nazionale e lascia Bologna per partecipare alla riconquista di Cento, caduta sotto le mani degli insorti filo-austriaci;
  • il 23 o 24 aprile 1799, a Cento, viene ferito da un colpo di baionetta alla coscia, (“ferito leggermente”, come scrive lui stesso in una lettera del 17 settembre 1800 – Epistolario, I, lettera n.54, pag.86);
  • si rifugia prima a Calcara (nella villa dell’amico Lucio Turrini), quindi in due stanze presso il soppresso monastero di Monteveglio (dove rimase dal 7 al 30 maggio 1799, mantenendosi in corrispondenza con il Turrini sotto lo pseudonimo di Lorenzo Alighieri);
  • il 30 maggio 1799 viene arrestato da componenti della Guardia Nazionale di Bazzano e condotto prigioniero a Bazzano (dove “ebbe compagni in carcere il Segretario Lanzerini e alcuni altri patrioti”), per poi essere trasferito il giorno stesso a Vignola “e di là a Modena, dove l’arrivo del generale francese Macdonald gli restituì il 12 giugno la libertà” (così il resoconto di Antonio Cappelli del 1867: vedi).

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[2] E’ Foscolo stesso che in una denuncia (conservata all’Archivio di Stato di Bologna e riportato in Epistolario, I, pp.419-420), presentata dopo essere rientrato a Bologna (esattamente il 1° Messidoro anno VII, ovvero il 19 giugno 1799), fornisce informazioni su quanto occorsogli presso la municipalità di Bazzano:

Io Niccolò Ugo Foscolo nativo Veneto e Cittadino Cisalpino per legge del Corpo Legislativo, domiciliato in Bologna (…) accuso inoltre di insorgenza gli abitanti del distretto di Bazzano:
Luigi Rocchi – oste della Traversa,
N.N. Minelli – Capo-battaglione della Guardia Nazionale di quel distretto,
Remiglio Arcangeli aiutante maggiore di essa Guardia.

Un certo Ceccone oste di Bazzano; e questi è il più fiero e deciso: da questi e pochi altri sono stato arrestato nel mio ritiro di Monte Veglio posto in quel distretto, in nome della Municipalità, ma poi condotto fra l’armi a Bazzano, dove ho trovata deposta la Municipalità, e il suo secretario in prigione, dal quale si può ricavare ampie notizie.
Costoro avevano atterrato l’albero [della libertà], e posto nel cappello l’Aquila e la Madonna; da costoro fui consegnato a un Pichetto Tedesco unitamente alle mie carte, e tradotto nelle prigioni di Modena. Testimoni l’arciprete di Monte Veglio; un certo Luigi Tinti di Monte Veglio pure sospetto; un certo Biancani di Bazzano sospettosissimo egli pure, e molti altri di quel distretto ch’io non conosco; ma che vi potranno essere nominati dal segretario di quella Municipalità.

In nota (p.420) Plinio Carli, curatore dell’Epistolario, I, riporta informazioni desunte dalla ricostruzione degli eventi fatta da Tommaso Casini, Bazzano in Repubblica, Zanichelli, Bologna, 1901 ed in altre note del Casini: “Il Foscolo, che era fuggito da Bologna per sottrarsi a persecuzioni politiche, aveva trovato rifugio a Calcara nella tenuta del suo amico conte Lucio Turrini (o Turini): da questo era stato poi raccomandato a don Giuseppe Guiducci, prete liberale, che gli aveva dato alloggio in due stanze del soppresso monastero di Monteveglio. Quivi rimase dal 7 al 30 maggio, e strinse amicizia col giacobino Decio Sapori di Bazzano, al quale consegnò una cassa di libri, che ritirò poi, dopo Marengo. Da Monteveglio il Foscolo corrispondeva, a quanto pare, col Turini servendosi del nome fittizio che aveva assunto in quel suo rifugio, Lorenzo Alighieri, prima forma del Lorenzo Alderani dell’Ortis: le ricerche da noi fatte di tale corrispondenza non hanno dato alcun frutto. Le accuse formulate dal Poeta in questa denunzia sono ritenute in gran parte fantastiche; né trova molto credito ormai la tradizione di una infelice passione amorosa per la bellissima Teresa Minelli, sorella del capo-battaglione nominato nel documento.

NPG D22572; Ugo Foscolo by Mary Dawson Turner (nÈe Palgrave), after  Henri Jean-Baptiste Victoire Fradelle
[3] La partecipazione alla “battaglia di Cento” dell’aprile 1799 ed il suo ferimento sono quindi ricordate in altre lettere dello stesso Foscolo. Riportiamole qui integralmente:

Lettera n.54 (Epistolario, I, pp.85-86)

All’Amministrazione del Dipartimento del Reno – Bologna
(letta nella seduta del 19 settembre 1800 – la lettera, priva di data, è da datarsi al 17 settembre o subito prima)

Cittadini – Prima dell’invasione austriaca io era Segretario della Commissione Criminale del Reno.
Unitomi alla Guardia Nazionale feci la spedizione di Cento. Ferito leggermente, mi ritirai in campagna dove fui preso dagli Insorgenti di Bazzano e condotto nelle prigioni di Modena.
L’entrata di Magdonald [il generale francese E.A.MacDonald] mi liberò.
In tutto questo tempo non ho ricevuto alcuna indennizzazione che mi si dovea per i due mesi di Fiorile e Pratile A. 8 [due mesi corrispondenti all’incirca al periodo 20 aprile-18 giugno 1799]. L’ho dimandata alla Amministrazione di quel tempo, mi fu accordata, promessa, ma non attesa, a cagione di preteso vuoto di cassa.
L’invasione era imminente, ed ho seguito l’Armata senza la domandata indennizzazione.
Ricorro adunque a Voi per poterla ottenere. In breve devo partire per la mia Divisione. Le mie circostanze sono infelici come quelli di tutti i soldati non pagati. La mia domanda è giusta, la somma tenue e appena ascendente a duecento lire. Vi prego di una sollecita deliberazione.
Salute e Rispetto.
Foscolo

Lettera n.72 (Epistolario, I, pp.109-110)

Al Ministro della Guerra – Milano
Milano 5 Termidoro, anno IX [24 luglio 1801]

Cittadino Ministro – Ho militato non per ambizione né per interesse, ma per la salute della Repubblica. Ho combattuto a Cento, a forte Urbano [Castelfranco Emilia], alla Trebbia, a Novi, a Genova e in Toscana, riportando prigionia, attestati e ferite. Nondimeno militando ho sempre creduto di salire, non di scendere. Ora, capitano aggiunto, mi veggo capitano di terza classe, senza foraggi e con meschino stipendio: né so il perché, poiché le ragioni che varrebbero forse contro di me non valsero contro Gasparinetti, Ceroni, Lonati, Demeester ed altri forse, i quali meritatamente furono confermati, ma né da più che erano di me, né più di me d’impiego, io ho consumata la mia gioventù negli studi per non essere assomigliato a’ copisti; se sotto titolo di soccorso, io non voglio mai pietà, ma giustizia. Domando quindi la mia dimissione. Mi mancherà il pane forse, non mai l’onore: ed io reputo venerabile e magnifica la povertà di colui che non ha mai prostituito il suo ingegno al potere, né la sua anima alle sventure.
Salute e rispetto.

[la lettera non venne spedita e Foscolo, diversamente da quanto in essa annunciato, non lasciò il servizio]

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[4] Un’ultima considerazione merita di essere fatta sulla “insorgenza” di Cento – per contrastare la quale anche Foscolo rientra nella milizia. Appartiene infatti ad una diffusa (ma non molto conosciuta) fenomenologia di protesta e ribellione contro la dominazione francese, contro idee e prassi “secolarista” e contro le idee repubblicane diffusesi in Italia con l’arrivo degli eserciti francesi (anche per via dei nuovi oneri imposti alla popolazione: vedi). Movimento “SantaFede” o Sanfedista, “Viva Maria” o “insorgenza” – sono espressioni che identificano tali rivolte in cui si mescolano motivi di difesa della tradizionale religione cattolica con l’opposizione agli obblighi imposti dalla dominazione francese (reclutamento forzato e requisizione di bestiame, generi alimentari, attrezzi e beni per le necessità dell’esercito). Non è un caso che Foscolo stesso, nel documento del 19 giugno 1799 accusi proprio di “insorgenza” i cittadini bazzanesi che l’avevano arrestato (ricordando altresì i simboli antifrancesi “posti nel cappello”: l’aquila austriaca e la Madonna “clericale”, oltre all’abbattimento dell’albero della libertà: vedi). E’ durante tutto il triennio giacobino (1796-1799) che, specie nelle campagne e nei borghi rurali, spesso attivati dalla nobiltà e dal clero locali, artigiani e contadini insorgono (vedi). Le nuove idee si scontrarono infatti con una forte resistenza che in diverse occasioni divenne esplicita e si trasformò in moto di protesta, poi accelerato e diffuso dalla notizia dell’imminente arrivo dell’esercito austriaco nell’aprile 1799. Praticamente ovunque in Italia si manifestò questa reazione. “Sanfedisti e vivamaria sommersero campagne e città quando crollarono le amministrazioni che i francesi avevano instaurate e appoggiate.” (così Franco Venturi nella Storia d’Italia, vol.6, Einaudi, Torino, 1973, p.1164). Dopo la primavera del 1799 risultò chiaro agli osservatori che “In tre mesi era stato distrutto il lavoro di tre anni.Insomma, già allora risultò chiaro che “non si esporta la democrazia” (sic), per stare ad un’espressione di attualità.Quando nel marzo del 1799 le truppe austrorusse della seconda coalizione iniziarono l’offensiva sul fronte italiano contro i francesi, la maggior parte dei soldati di stanza a Ferrara lasciò la città che rimase pertanto presidiata da circa 700 uomini. Il rapido rivolgimento della situazione a vantaggio degli austriaci e le defezioni dei funzionari pubblici dai loro posti, favorì l’insorgenza delle popolazioni delle località transpadane (Fiesso, Trecenta, Ficarolo, Melara, Bergantino e Massa Superiore), guidate dagli stessi austriaci, dai parroci e dai possidenti locali. Con il passaggio delle truppe austriache nella riva meridionale del Po, nei pressi di Ro Ferrarese dove stabilirono il loro quartier generale, la reazione antifrancese si estese anche in territorio ferrarese. Il 9 aprile, gli insorgenti si impossessarono dapprima di Francolino, dove un piccolo contingente francese posto a presidio fu sconfitto, subito dopo di Copparo dove la rivolta, durante la quale fu abbattuto l’albero della libertà e bruciate le carte pubbliche, fu organizzata e condotta da Valeriano Chiarati di Cologna, di professione mugnaio. Questi raggiunse il campo austriaco da dove organizzò una squadra che di concerto con altri insorgenti delle zone vicine portò alle sollevazioni di Villanova di Denore, Sabbioncello, Migliarino, Ostellato e Portomaggiore. Lo stesso Chiarati si recò poi ad Argenta dove il 14 aprile impose ai membri della Municipalità cisalpina il pagamento di un contributo di guerra e procedette alla nomina di quattro rappresentanti del governo amministrativo provvisorio. Con l’aiuto di 600 insorgenti, l’esercito imperiale espugnò Pontelagoscuro da cui preparò l’accerchiamento e il blocco di Ferrara, il 19 aprile seguente” (vedi). In quei giorni gli “insorgenti” presero anche Cento, provocando la reazione della Guardia Nazionale (la milizia volontaria) e dell’esercito francese di stanza a Bologna. Ugo Foscolo si unì a loro il 21 aprile 1799. E da lì parte la vicenda che poi il 30 maggio 1799 lo porta a Vignola.

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PS Le lettere di Ugo Foscolo sono tratte da: Edizione Nazionale delle Opere di Ugo Foscolo. Volume XIV. Epistolario. Volume primo (ottobre 1794-giugno 1804), a cura di Plinio Carli, Le Monnier, Firenze, 1949. L’immagine in testa al post è del monumento ad Ugo Foscolo presso l’omonimo liceo di Pavia.

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