Un convitato di pietra alle prossime elezioni comunali: l’Unione Terre di Castelli

I candidati alle imminenti elezioni comunali faranno il possibile per distogliere l’attenzione da un problema irrisolto: il funzionamento dell’Unione Terre di Castelli. Sarà molto grande la tentazione di dimenticare il fatto che più del 50% della spesa corrente del comune di Vignola, come per gli altri comuni, è in realtà un grande trasferimento di denaro all’Unione Terre di Castelli (vedi). Ovvero il fatto che, come sindaco di Vignola, avrà un diretto controllo solo su metà del bilancio (parte corrente). Ricordarlo, infatti, significa anche dover dire qualcosa su come si pensa di far funzionare l’Unione, a partire dalla giunta in cui andrà a sedersi il futuro sindaco. Fino al 2019 il presidente dell’Unione sarà il sindaco di Marano, Emilia Muratori – e questo, visto i recenti trascorsi, è una garanzia. Ma il sindaco del comune capo distretto dovrà comunque dire ai cittadini vignolesi come pensa di far funzionare un’Unione che nel volgere di dieci anni è passata “dalle stelle alle stalle”, ovvero da una realtà dinamica ad una stagnante (vedi). Mauro Smeraldi ha già dimostrato, essendo stato presidente dell’Unione fino a quando non ha testardamente guidato la sua maggioranza al collasso (con conseguente termine anticipato della legislatura: vedi), di non essere in grado di cavare un ragno dal buco (vedi). Simone Pelloni, candidato di un raggruppamento di centrodestra, dovrà dimostrare di avere una visione un po’ più sofisticata rispetto al diktat “o fate come vogliamo noi oppure usciamo”. E il fantomatico candidato del PD (prima o poi dovrà emergere un nome!) non potrà più accontentarsi – come fatto in questi anni – di dire “va tutto bene”. Perché così non è più da tempo. Da tempo l’Unione ha perso il dinamismo dei primi anni, quando macinava progetto su progetto, ed è diventata una palude immobile, in cui ogni progetto ambizioso è bloccato dalle tensioni interne, dagli egoismi di campanile o anche più semplicemente dal non percepire che l’Unione è più della somma delle sue parti. Insomma, chi si candida a sindaco di Vignola dovrà dire qualcosa su come pensa di ottenere l’auspicato “cambio di passo”.E_Foto 8mar2017 037
[1] La performance di Mauro Smeraldi a presidente dell’Unione è imbarazzante. Uno zero assoluto. Nulla di significativo da citare. Purtroppo la situazione dell’Unione, già stagnante nella passata legislatura (vedi), è ulteriormente degradata. Nuova organizzazione (e migliore servizio ai cittadini) della polizia municipale? Riorganizzazione del welfare locale (con al centro il balletto ASP sì, ASP no)? Marketing territoriale e promozione del turismo? Pianificazione dei luoghi della cultura e nuova organizzazione dei servizi culturali? (l’unica iniziativa, il Polo Archivistico, è stato elaborato e poi implementato dalla Fondazione di Vignola: vedi) Nuova governance per i servizi “esternalizzati” (vedi)? Nuovo “sviluppo locale” (vedi) nel cui ambito assegnare un ruolo al nostro pezzettino di tecnopolo, Knowbel? Unione “più vicina ai cittadini” ed in grado di caratterizzarsi per “più democrazia”, ovvero un più stretto rapporto con i consigli comunali? Nulla di tutto questo. Su nessuno di questi ambiti si registra alcun avanzamento sotto la presidenza Smeraldi. Neppure su quegli impegni di una “unione dalla parte dei cittadini” promosse proprio dalle liste civiche (sic!) e divenute – a riprova del fatto che quelle proposte incontravano un consenso più ampio – parte del nuovo statuto (vedi). Ad ulteriore riprova possiamo poi citare la maldestrissima non-gestione dello studio di fattibilità sulla fusione dei comuni (vedi). Qui l’ex-sindaco, dopo aver condotto la sua “invincibile armada” alla sconfitta (ovvero: uno “studio di fattibilità” davvero penoso: vedi), ha provato a cavarsela con una battuta: la micro-fusione Vignola-Marano (vedi). La montagna che partorisce il topolino. Se si focalizza l’attenzione su questi aspetti (e su altri di cui si trova traccia su questo blog: vedi) allora se ne deve convenire: uomo pubblico brillante, ma mediocre amministratore – ritorneremo presto su questa formula per argomentarla adeguatamente. Per il momento basti dire che è risultato assolutamente inadeguato a gestire l’eterogeneità politica che da tempo, per l’Unione, è un dato di fatto. Servirebbe un leader con una visione ed in grado di creare consenso rispetto ad obiettivi ampiamente condivisi (e ce ne sono), dunque autorevole. L’opposto di Smeraldi che invece è “divisivo” e inutilmente conflittuale.

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[2] Nella legislatura passata Simone Pelloni è stato il riferimento di un pezzo di maggioranza (la lista civica Vignola per tutti) in cui troppo spesso scattava un “riflesso condizionato”. Di fronte a qualche problema di decisione politico-amministrativa in sede di Unione scattava troppo presto e troppo facilmente l’orientamento all’uscita. Il caso più eclatante è stato quello della Polizia Municipale: di fronte alle difficoltà ad ottenere quanto (giustamente) richiesto dal comune di Vignola (una diversa organizzazione che garantisse più presidio del territorio e più contatto con i cittadini; un diverso comandante del corpo unico associato) l’opzione exit scattava troppo facilmente, come fosse davvero l’unica opzione possibile (vedi). Ma tra l’acquiescenza (o adattamento passivo) e l’uscita dall’Unione stanno le non striminzite praterie del politicamente possibile. Se il candidato sindaco Smeraldi dovrebbe ridimensionare il suo ego (mission impossible) per porsi invece alla guida (ed al servizio) di una squadra (l’Unione), il candidato sindaco Pelloni dovrebbe convincersi che l’Unione, pur con i suoi evidenti difetti, è un valore da difendere. Semmai da “riformare”, ma non certo da smantellare. Occorre cioè dimostrare di aver compreso che vi sono sentieri magari più lunghi del previsto, ma che se battuti con tenacia, passo dopo passo, portano alla meta. Insomma, guai a buttare il bambino con l’acqua sporca – per citare il noto proverbio. Chi per lungo tempo è stato all’opposizione deve recuperare in fretta un atteggiamento di governo e riconoscere con chiarezza che “smontare” (ovvero “smantellare”) è assai semplice (ma non semplicissimo, comunque). Costruire, ovvero “assemblare” (servizi e comuni) è assai più difficile. E prima di uscire occorre davvero aver fatto ogni sforzo per riformare ed aggiornare dall’interno – nell’ambito di un discorso di chiarezza e trasparenza. Occorre infatti non indulgere nelle “teorie del complotto” che troppo facilmente diventano il frame entro cui interpretare le mosse dell’interlocutore. Come ho avuto occasione di dire più volte all’allora maggioranza “civica”: non si trattava di complotto PD, ma semmai di “dilettanti allo sbaraglio”. Sull’uno e sull’altro fronte. Occorre dunque un impegno straordinario (ed intensivo) per recuperare un atteggiamento realistico, ma non disfattista, delle capacità della politica: più spesso di quanto si pensi è possibile ottenere il consenso anche in una situazione di eterogeneità politica (e territoriale) rispetto ad obiettivi condivisi da tutti (es. chi avrebbe interesse a mettersi di traverso rispetto ad un progetto avanzato di marketing territoriale? E così via). Ma tali obiettivi debbono essere definiti il più possibile in termini “misurabili” ed il loro raggiungimento o meno deve essere dichiarato nell’ambito di un routinario processo di rendicontazione pubblico.

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[3] Essendo una creatura delle amministrazioni PD (tutte e cinque le amministrazioni che le hanno dato vita, nel 2002, erano a guida PD: Castelnuovo, Castelvetro, Savignano, Spilamberto, Vignola) il PD ha sempre avuto un eccesso di pudore nel riconoscere oggettivamente i problemi via via accumulati dall’Unione Terre di Castelli. Ma in questo modo, rinunciando ad un discorso di verità, non ha fatto un buon servizio all’Unione. Né a questo territorio. E neppure a sé stesso. Sotto la regia di Francesco Lamandini, allora presidente dell’Unione (nonché sindaco di Spilamberto), il “festeggiamento” del decennale dell’Unione divenne un evento puramente celebrativo (vedi). Mancò completamente una realistica analisi dei problemi (oltre che dei successi) – unica base per una progressione, per un rilancio. Sotto la presidenza di Daria Denti il tema di una lettura critica dell’Unione non apparve mai all’orizzonte – proprio mentre l’Unione Terre di Castelli perdeva vistosamente capacità di fare in molti settori: politiche di integrazione per gli stranieri, politiche e servizi giovanili, politiche per la famiglia, servizi per l’infanzia (la ridotta capacità di spesa delle famiglie ha tolto utenti agli asili nido e nessuno si è sentito in dovere di sperimentare alcunché di nuovo), e così via. E proprio mentre esplodeva la litigiosità alimentata da una diversa visione della “missione” dell’Unione – come risultò evidente con le ultime modifiche allo statuto (vedi). Ad anni di stagnazione (ed inutile conflittualità) sono seguiti gli anni della presidenza Smeraldi: ancora anni di stagnazione (ed inutile conflittualità). Ma il candidato PD, se mai ce ne sarà uno minimamente credibile, dovrà dichiarare in quale modo pensa di contribuire al funzionamento di una Unione (il consiglio, ma soprattutto la giunta ed il rapporto giunta-consiglio) la cui cifra è divenuta l’eterogeneità politica e territoriale – e la perdita di un metodo di lavoro adeguato e dunque di fiducia nella capacità di agire come una squadra. Ovvero con capacità di visione e realizzazione “strategica”. Non potrà più bastare fare affidamento su una supposta omogeneità politica – svanita da tempo.

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[4] Come Ulisse che si fa legare all’albero maestro per resistere al canto delle sirene, così la giunta dell’Unione deve vincolarsi ad una maggiore condivisione delle responsabilità decisionali per poter avere più chances di affrontare progetti ambiziosi (di cui questo territorio ha terribilmente bisogno). Deve allargare il circuito, l’arena, su cui si formano gli orientamenti decisionali. Maggiore coinvolgimento del consiglio, ma anche della cosiddetta “società civile”. Serve un po’ di fantasia in termini di ingegneria istituzionale (vedi). Più trasparenza nei processi decisionali. Allargamento delle arene decisionali oltre la mera giunta (con il consiglio al traino). Una rendicontazione seria ed analitica come si deve. Opportuni momenti di confronto e dibattito nella “sfera pubblica” allargata (condotti con continuità). Non si tratta di idee semplicistiche, demagogiche, populistiche – come piacciono al candidato Smeraldi. E neppure di lavoro con l’accetta – come a volte è portato chi va al governo con un retaggio di mentalità da opposizione. Dunque sono cose altamente improbabili da conseguire (tra l’altro mancano esempi da seguire). Eppure chi vuole candidarsi a sindaco di Vignola non può eludere il tema. Sa bene, infatti (e questo semmai va ricordato ai cittadini), che ogni 100 euro da spendere ne gestisce direttamente, come sindaco, solo la metà. L’altra metà si spende invece sul tavolo dell’Unione. Oggi questo porta ad esiti non del tutto soddisfacenti. E domani?

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PS Le foto a corredo di questo post riproducono lavori di studenti dell’Accademia di Belle Arti di Venezia (foto scattate l’8 marzo 2017).

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