Disuguaglianza senza confini. Un testo di Ulrich Beck

Disuguaglianza senza confini è il titolo di un libricino, pubblicato da Laterza nel 2011 (vedi), del sociologo tedesco Ulrich Beck, scomparso l’1 gennaio 2015 (vedi). Nato nel 1944, Beck divenne famoso nel 1986 con la pubblicazione del libro Risikogesellschaft, ovvero La società del rischio (Carocci, Roma, 2013: vedi). Era l’anno di Chernobyl e la particolare congiuntura richiamò l’attenzione su questo libro che interpretava la società moderna a partire dalla categoria di rischio (banalizzando: la consapevolezza che ciò che facciamo potrebbe produrre danni per qualcuno). Dunque non più società industriale o società capitalistica, ma società del rischio. Ambientale, economico, alimentare, medico, ecc. Una prosa fluida, accattivante, provocatoria aiutò la diffusione del libro che divenne un vero e proprio bestseller (in Germania e nel mondo anglosassone), dando popolarità all’autore. Disuguaglianza senza confini (57 pagine) riproduce la relazione introduttiva di Beck al congresso di sociologia su “Tempi incerti” nel 2008 a Jena. Anche se il testo non è recentissimo coglie con precisione alcuni processi in atto con cui dovremo confrontarci a lungo: il maggior dinamismo economico di paesi non occidentali e la perdita di posizioni della nostra economia, la disuguaglianza delle condizioni di vita su scala globale e gli effetti in termini di migrazioni; l’effetto del mutamento climatico in termini di rimescolamento tra disuguaglianza sociale e disuguaglianza naturale. Discorsi astratti, si potrebbe pensare. Invece interessano – dovrebbero interessare – anche le realtà locali. Anche gli amministratori comunali vignolesi (o chi si candida ad esserlo) dovrebbero cercare di aggiornare le  politiche ed i programmi di intervento all’interno di una siffatta cornice.

[1] Storicamente la disuguaglianza sociale è stata analizzata a livello di stato nazionale. Solo di recente è stata invece focalizzata l’attenzione sulla disuguaglianza transnazionale o anche globale. Sappiamo che al quinto più ricco della popolazione mondiale tocca quasi il 90% dei consumi mondiali, mentre al quinto più povero tocca l’1,3%. E noi siamo tra quelle “persone privilegiate dalla grazia di essere nate in Occidente”. L’essere nati qui non è merito nostro. Ma è anche vero che la situazione cambia, anzi sta cambiando. Economie emergenti (in Asia o Sud America) sottraggono produzioni al vecchio Occidente – la ricchezza da noi cresce meno rapidamente o non cresce affatto. Insomma, “la disuguaglianza sociale è soggetta al cambiamento e i privilegiati di oggi possono essere gli emarginati di domani” (p.4). Ovvero, gli emarginati di domani potremmo essere noi (i nostri nipoti o pronipoti). O comunque potrebbero essere tra noi in misura maggiore.


[2] La dimensione comunicativa della globalizzazione significa anche che nei paesi poveri aumenta la quantità di persone che sanno che vi sono paesi in cui si può stare meglio. Con maggiori chances di vita. La crescita del benessere diventa un’aspettativa su scala mondiale. L’uguaglianza sociale diventa un’aspettativa su scala mondiale. Eppure dal nostro punto di vista eurocentrico vi sono resistenze a questa percezione. Diverse sono le ragioni, ma il risultato è questo: “Le disuguaglianze all’interno delle società nazionali vengono enormemente ingrandite nella percezione; allo stesso tempo, le disuguaglianze tra le società nazionali vengono offuscate” (p.12). Il tema della disuguaglianza sociale a livello globale ce lo rammentano gli “extracomunitari” che incontriamo in piazza (un fatto che, già solo questo, disturba qualcuno). Il fatto è che “molti immigrati prendono sul serio, come un diritto umano alla mobilità, la proclamata uguaglianza e si imbatto in paesi e in Stati che (…) intendono far cessare la validità della norma dell’uguaglianza sulla soglia delle loro frontiere armate.” (p.14)

[3] In realtà abbiamo bisogno di mettere meglio a fuoco i diversi tipi di popolazioni toccati dalla globalizzazione. I “migranti” sono di diverso genere, anche se l’espressione richiama alla mente le persone a basso reddito che provengono dai paesi del “terzo mondo”. Questo è il gruppo più evidente, ma non l’unico. A valicare le frontiere sono invece anche i “transnazionalizzatori attivi”, ovvero gli “arrampicatori” della globalizzazione. Le élites mobili, non radicate in uno specifico territorio, ma mobili su scala globale in base alle opportunità che si dischiudono. Non solo manager, ma anche scienziati, artisti, ecc. Anche la cosiddetta “fuga dei cervelli” appartiene a questa fenomenologia. In mezzo il “ceto medio” di chi “teme la retrocessione e subisce passivamente la transnazionalizzazione: la maggioranza estremamente eterogenea di coloro che definiscono la loro esistenza materiale in termini territoriali e, di fronte a tutto ciò che minaccia il loro tenore di vita, puntano sul rafforzamento delle frontiere territoriali e sull’accentuazione dell’identità nazionale, rivendicando la difesa dello Stato.” (p.22) Quando Beck pronunciava queste parole (2008) non si poteva ancora neppure lontanamente immaginare che questa sindrome avrebbe colpito anche il paese economicamente più importante a livello mondiale – questo testimonia l’elezione di un Donald Trump a presidente degli USA. Si afferma, proprio in questi ultimi anni (e come reazione ad un insieme dato da ‘crisi economica’, ma anche ‘globalizzazione ordinaria’) un atteggiamento di difesa dei confini: neo-protezionismo in merito alle produzioni, xenofobia e sentimenti anti-immigrati in merito alle persone. Smentita risulta proprio la prospettiva tracciata da Beck (che pure va annoverato tra i critici della globalizzazione liberista) “la globalizzazione è il nostro destino, il protezionismo è controproducente – non consola e non salva nessuno” (p.23). E non consola il rilevare empiricamente che “le persone con esperienze e possibilità d’azione che travalicano le frontiere sviluppano più probabilmente disposizioni cosmopolitiche nei confronti degli stranieri” (pp.23-24), visto che queste sono comunque minoranze abbastanza ristrette (il benemerito programma Erasmus per gli studenti universitari dell’Unione Europea è purtroppo affare di pochi – servono proposte più radicali: non a caso Ulrich Beck aveva proposto un servizio civile europeo generalizzato! vedi).

[4] Il quadro è però ulteriormente complicato da un ulteriore fattore: il mutamento climatico – Beck ne analizza le interdipendenze con il fenomeno delle disuguaglianze sociali. A tal fine propone il concetto di vulnerabilità sociale, ovvero “i mezzi e le possibilità di cui gli individui, le comunità o intere popolazioni dispongono per far fronte – o meno – tanto ai pericoli ambientali quanto alle crisi finanziarie” (p.27). Bisogna dunque porsi la domanda: che cosa produce la vulnerabilità in un determinato contesto? Ovvero quali risorse societarie possono essere mobilitate per contrastarla? Ma bisogna anche essere consapevoli che “il mutamento climatico può acuire drammaticamente – o ridurre – la vulnerabilità regionale” (p.28). Il riscaldamento globale potrebbe beneficiare Canada e Siberia, rendendole più ospitali e favorendone una riconversione agricola (sul tema si veda L.C.Smith, 2050. Il futuro del nuovo Nord, Einaudi, Torino, 2011: vedi), mentre penalizzerà l’area sub-Sahariana e tropicale.

[5] Si apre un’ambivalente tendenza che socializza la natura e naturalizza il sociale (le disuguaglianze). La mancanza della pioggia in quelle aree del pianeta dove invece era presente in passato viene percepita come una “catastrofe naturale”, mentre in realtà è l’effetto naturale di un modo sociale di vita. Con il mutamento climatico si ha una spinta ad “una ritrasformazione della disuguaglianza sociale – che necessita di legittimazione [proprio in quanto sociale] – in una disuguaglianza naturale” (p.34) che si sottrae alle richieste di legittimazione. Succede quindi che “coloro che sono colpiti nel modo più duro si vedono lasciati a se stessi dalla «naturalità» della loro condizione catastrofica, [e] finiscono per accettarla” (p.36).


[6] Questa dialettica tra naturalità ed artificialità (socialità) si trova anche nella percezione dei fenomeni. La percezione delle condizioni meteorologiche (anche straordinarie: tempeste, inondazioni, siccità, anomali fenomeni nevosi) appartiene alla quotidianità dell’esperienza. E’ dunque alla portata di tutti. Così non è, invece, per il cambiamento climatico: “la consapevolezza del mutamento climatico è l’esatto contrario di un’esperienza «naturale»; essa comporta una visione della realtà altamente scientificizzata, nella quale, ad esempio, i modelli astratti degli studiosi del clima determinano l’agire quotidiano” (pp.35-36). E infatti larga parte della popolazione continua a comportarsi come se il cambiamento climatico non fosse realtà. Purtroppo così è non solo per le persone, ma anche per le istituzioni (anche l’ultima amministrazione vignolese, l’amministrazione Smeraldi, ha ignorato il problema: nessuna iniziativa).
[7] Beck invita a mettere a fuoco alcuni elementi di scenario. Il futuro presenta minacce, magari remote, che è però meglio provare ad identificare. Il “realismo cosmopolitico include senz’altro la possibilità che i governi degli Stati nazionali, a causa della perdita di autonomia che vengono a sperimentare, esibiscano la forza militare o addirittura perdano la testa” (p.41). Ma si intravvedono anche opportunità (senza con ciò ritenerle probabili), ad esempio nei termini di una “spinta cosmopolitica”: la pressione a vedere che serve un di più di coordinamento a livello globale. Ovvero che non basta la reazione difensiva. Insomma, “il mutamento climatico non è affatto una via diretta e inevitabile per l’apocalisse – esso dischiude anche l’opportunità di superare le ottusità nazional-statali della politica e di sviluppare un realismo cosmopolitico nell’interesse nazionale. Il mutamento climatico è entrambe le cose. E’ ambivalenza allo stato puro.” (pp.43-44)

[8] Disuguaglianze globali, riposizionamento delle economie nazionali, migrazioni, cambiamento climatico. Entro questa costellazione di punti di riferimento dovrebbero inquadrarsi anche le politiche locali. Tanto per fare capire che la riflessione di Beck non è un esercizio accademico che non ha nulla da dire agli amministratori locali (sempre ammesso che questi abbiano capacità di intercettare questi “nuovi” temi) introduciamo i titoli di programmi di lavoro. (1) Politiche di adattamento al cambiamento climatico e di costruzione di una “città resiliente” (vedi). (2) Sostegno alla formazione di una cultura cosmopolita – riconoscimento delle interdipendenze globali – promozione di soggiorni formativi all’estero. La rete delle città gemellate non potrebbe essere utilizzata per promuovere, anticipando quanto dovrebbe affermarsi su scala europea, qualcosa di analogo al “servizio civile europeo” proposto da Beck e Cohn-Bendit (vedi)? (3) Processi migratori sono inevitabili, dunque occorre mettere a punto una “cassetta degli attrezzi” per il loro governo a livello locale, consapevoli che esistono limiti (certo non determinabili meccanicisticamente) circa la capacità di integrazione sociale dei nuovi arrivati stranieri da parte di qualsiasi comunità (per una rassegna di temi e problemi: vedi). (4) Istituzioni della partecipazione ai processi decisionali collettivi sono necessarie in quanto offrono una chance per un più ampio coinvolgimento dei cittadini ed una maggiore consapevolezza circa il tradursi localmente dei fenomeni globali, si tratti della “disuguaglianza senza confini” o del mutamento climatico. E altro. Bisogna però dire che le arene politiche in cui sviluppare queste sensibilità e mettere a punto tali progetti sono oggi assai fragili, forse anche rinsecchite. Né le forze politiche, né le liste civiche (ipotizzo con l’unica eccezione della parte minoritaria, estromessa da Vignola Cambia) sembrano in grado di mettere a punto questa visione e di provare a tradurla in progetti locali.

PS Le immagini a corredo di questo post si riferiscono alla città di New Orleans nei giorni successivi al passaggio dell’uragano Katrina avvenuto il 29 agosto 2005 (vedi). Articoli di Ulrich Beck sono stati pubblicati con una certa regolarità su la Repubblica. Qui un articolo relativo al disastro ambientale della piattaforma BP Deepwater Horizon (vedi) del 20 aprile 2010: “E’ il momento di assaltare la Bastiglia del petrolio”, la Repubblica, 3 luglio 2010 (pdf).

Advertisements

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: