Studio di fattibilità sulla fusione dei comuni/1. Analisi socio-economica

Anche chi come me non nutre alcuna diffidenza o contrarietà preliminare all’ipotesi di una “fusione dei comuni” dell’Unione Terre di Castelli deve riconoscere che lo studio di fattibilità realizzato da Nomisma & soci è fatto male e non offre alcuna solida base per un ragionamento sul che fare. Se le cose sono andate così non è colpa dei “comitati per il no” (ultimo nato quello di Vignola: vedi), ma piuttosto degli amministratori locali (e, per essere precisi, dei sindaci – con in testa il presidente dell’Unione Mauro Smeraldi). Incapaci di commissionare e poi pretendere uno studio di qualità. Peccato. Un’occasione mancata – di questo si tratta. Di fusione o meno si tornerà (forse) a parlare tra qualche anno (il mio pronostico: non prima della prossima legislatura), perlomeno se questo “studio” condotto davvero male non avrà affossato definitivamente il tema. Per spiegare a cittadini perplessi (per usare un eufemismo) che il tema va preso sul serio, specie dopo dieci anni di crisi economica (di cui non si vede la fine), servirà l’intelligenza politica sino a qui mancata. Comunque, lo studio di fattibilità è costituito da 9 documenti. Iniziamo in questo post un’analisi critica puntuale (per ora limitata ad uno dei 9). Uno dei documenti più corposi (secondo solo alle “conclusioni”, 51 pagine) è quello sull’analisi del contesto socio-economico (qui il testo: pdf). Non è certo quello più rilevante (o strategico), anzi è il più banale (eppure anche questo fatto male). Cosa ci dice? E soprattutto è utile per maturare un orientamento decisionale sul che fare?

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Rocca di Vignola (foto del 31 marzo 2013)

[1] 48 pagine di testo, ma in realtà si tratta di un assemblaggio di due blocchi. Le prime 34 pagine sono quelle che ci interessano davvero (le pp.35-48 sono un’aggiunta di analisi relativa al comune di Castel d’Aiano, nel bolognese, richiesta dal comune di Montese con cui confina e con cui ha affinità socio-economiche). Questi i temi trattati:

  • Evoluzione demografica 2002-2015 (pp.2-5);
  • popolazione straniera (pp.6-8);
  • popolazione anziana, ovvero over-75 (pp.9-10);
  • mobilità della popolazione per ragioni di lavoro o di studio (pp.11-16);
  • reddito medio per comune – anno d’imposta 2012 (p.17);
  • condizione occupazionale della popolazione, disoccupazione, tasso d’attività (pp.18-22);
  • variazione delle imprese attive per settore nel periodo 2009-2013 (pp.23-32);
  • fatturato delle principali aziende nel 2015 e variazione 2011-2015 (pp.33-34).
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Baracche lungo il “Percorso Natura” ai piedi della Rocca di Vignola (foto del 13 aprile 2013)

[2] Non ci sono informazioni particolarmente significative tra quelle affastellate da Nomisma & C. Nulla che non si sappia già. La crescita demografica sostenuta nei primi dieci anni di questo secolo (qui la situazione vignolese: vedi), ma poi sostanzialmente arrestatasi in questi ultimi anni di persistenza della crisi economica. Crescita demografica in ogni caso prodotta dall’immigrazione (il saldo natura è irrilevante, quando non negativo): il buon andamento dell’economia (e del mercato del lavoro) attirava qui da noi cittadini di giovane età dal sud Italia (Campania, Puglia, Sicilia) e stranieri. A questo “rispondeva” il ciclo espansivo dell’edilizia: consumo di territorio per urbanizzare ulteriormente il territorio. In alcuni comuni il “modello” ha “funzionato” meglio (Castelnuovo, Castelvetro, Vignola). In altri si è imposto tardivamente (Marano). In altri non si è imposto affatto, appartenendo all’area di montagna (Montese e Zocca) sempre caratterizzata da tendenze all’abbandono. Ma per tutti (unica eccezione Marano che, causa i prezzi più bassi della casa, funge da attrattore di chi cerca di insediarsi sul territorio) il ciclo espansivo è terminato – come testimoniano i numerosi cartelli “affittasi” e “vendesi”. Da questa situazione non se ne uscirà a breve (per questo sono ancora meno comprensibili, dal punto di vista dell’amministrazione pubblica, progetti come quello vignolese Coop: vedi). Il comune (Savignano) meglio servito (due fermate) da sistemi di mobilità pubblici a basso impatto (ferrovia) è anche quello che vede crescere meno urbanizzazione ed insediamento (“solo” +10,7% nel periodo 2002-2015; fanno peggio solo Guiglia, Zocca e Montese) – a testimonianza della mancanza di una visione d’insieme nella pianificazione del territorio.

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Santa Maria Rotonda (in Tortiliano) sulle colline di Vignola (foto del 31 maggio 2010)

[3] I dati sulla mobilità della popolazione residente (per ragioni di studio o lavoro) sarebbero i più interessanti, ma non sono adeguatamente valorizzati. Non solo non è indicato l’anno a cui essi si riferiscono (sciatteria). Ma soprattutto sarebbe stato interessante – cosa non fatta – mettere in relazione valori assoluti (consistenza dei flussi) con propensione agli spostamenti interni/esterni (percentuali, ovvero consistenza dei “gruppi” con diversi comportamenti di mobilità). Comunque, come sappiamo da tempo una parte consistente della popolazione residente si reca fuori distretto per ragioni di studio o lavoro. Ciò accade in misura maggiore per il distretto di Vignola che per altri distretti della provincia di Modena (questo ce lo dicono altri studi, non questo studio di fattibilità). La destinazione è soprattutto la restante parte della provincia di Modena, ma anche quella di Bologna ha una discreta capacità di attrazione, anche se soprattutto per i comuni della destra-Panaro (Montese 57%; Zocca 45%; Savignano 32%; Guiglia 13%; ad essi si aggiunge Vignola 16% – indubbiamente anche un effetto della ferrovia).

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La “fuga” fuori distretto per lavoro è forte soprattutto a Castelnuovo (82,7% di coloro che si spostano per lavoro vanno fuori dall’Unione Terre di Castelli – conta la vicinanza con Modena), Castelvetro (64,0%) e Spilamberto (54,2%). I comuni di montagna (Zocca e Montese) sono quelli più “autosufficienti”: meno mobilità verso l’esterno per lavoro; ma anche meno crescita demografica e maggiore anzianità della popolazione; insomma chi rimane lo fa perché ha un lavoro in loco, gli altri “emigrano”. Sarebbe interessante capire come questa differenziazione tra il territorio di residenza ed il territorio di lavoro influenza l’identità e l’appartenza – parola magica degli oppositori alla fusione. Identità più fluide, forse. Ovvero maggiore disponibilità a “superare” il comune originario verso un “supercomune” nato da fusione. Su questo punto, non irrilevante, lo studio di fattibilità non dice nulla, però – né in questa, né in altre sezioni.

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[4] Non adeguatamente indagata anche la parte sull’evoluzione dell’economia del territorio, ovvero come il sistema produttivo locale si sta trasformando a seguito di una perdurante crisi economica (di cui non si vede la fine). Intelligenza politica (ci fosse) avrebbe dovuto richiedere un rafforzamento proprio di questa parte dell’analisi, magari cercando sinergie con altri attori locali (anche la Fondazione di Vignola vive un periodo di disorientamento a seguito del mancato decollo del programma “sviluppo locale”: vedi; unire le forze per l’indagine, qualche seminario, una ricognizione analitica sarebbe stato utile). Invece gli unici dati riportati sono relativi alla variazione delle imprese attive nel periodo 2009-2013, comune per comune (più alcuni dati sull’andamento del fatturato per le aziende di maggiori dimensioni). In tutti i comuni si registra un andamento negativo, con l’unica eccezione di Marano (la crescita della popolazione, +32,9% nel periodo 2002-2015, ha trainato nuovi insediamenti commerciali): Savignano -8%; Zocca -6,7%; Montese -6%; Guiglia -6,0%; Castelvetro -1,7%; Castelnuovo -0,9%; Vignola -0,8%; Spilamberto -0,01%. Ma nulla viene detto sul calo del numero degli addetti, sull’aumento della disoccupazione, sui processi di de-qualificazione dell’occupazione locale. Insomma, nulla sulla “sofferenza” sociale patita dal territorio a causa della crisi economica, anche se sappiamo che questo (e soprattutto le politiche che potrebbe fare un comune di dimensioni maggiori chiamato a governare una porzione più ampia di territorio) è uno degli argomenti a cui la popolazione locale sarebbe più sensibile. Interessante la tabella sulle prime 30 aziende per fatturato (anno 2015): tutte concentrate tra Castelvetro, Castelnuovo, Spilamberto le prime 15 aziende (e solo 4 su 30 sono vignolesi).

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Le vecchie mura del borgo rinascimentale, crollate nella zona del ristorante Old River. Ad oltre 2 anni di distanza sono ancora così! (foto del 15 febbraio 2014)

[5] L’analisi del contesto socio-economico conferma quanto già sappiamo circa le linee di demarcazione del territorio. Quella più forte è tra fascia pedemontana e montagna (Guiglia e, soprattutto, Zocca e Montese). Più “chiuso” il sistema locale della montagna, ma anche meno dinamico. Più “aperto” quello della fascia pedemontana (più consistenti i flussi migratori in entrata; maggiore la fuoriuscita per ragioni di lavoro e studio; maggiore reddito e ricchezza). Ma ciò non significa che il territorio della fascia pedemontana sia pienamente omogeneo dal punto di vista economico e sociale. Emerge in modo abbastanza significativo la differenziazione dei sistemi economici locali (più industria a Castelnuovo, Castelvetro e Spilamberto; più commercio e servizi a Vignola). Ma non paiono differenze significative dal punto di vista del governo del territorio e dell’amministrazione locale. Detto altrimenti: non sembra che emergano difficoltà insormontabili per un governo unitario del territorio e dei sistemi socio-economici locali (per quanto differenziati in modo non trascurabile). Fatta salva la distinzione pedemontana/montagna. Insomma, anche un ipotetico (ribadisco: ipotetico) comune unico nato dalla fusione tra i 6 comuni non di montagna (Castelnuovo, Castelvetro, Marano, Savignano, Spilamberto, Vignola) sarebbe chiamato a governare sistemi socio-economici non dissimili da quelli oggi di pertinenza dei comuni separatamente intesi. Ma ovviamente queste sono conclusioni mie. Lo studio di fattibilità non dice nulla in proposito, non prende esplicitamente posizione. Oltre ad essere scialbo dal punto di vista del contenuto, è anche privo di prese di posizione “coraggiose” (mi riferisco ancora alla dimensione tecnica – nessuno chiede a Nomisma & C. di invadere il campo della politica). Queste prime 48 pagine sono dunque assai poco utili (perché ripetitive di conoscenze già acquisite).

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Via Soli in centro storico a Vignola: di fatto un parcheggio per auto (foto del 18 maggio 2013)

[6] Ma forse è opportuno porre anche una domanda più radicale: l’analisi socio-economica può darci indicazioni sul dimensionamento di un ipotetico futuro comune unico (nato dall’aggregazione di qualcuno degli attuali comuni)? La mappa dei problemi desumibile dall’analisi enfatizza sostanzialmente pochi aspetti: demografia, mobilità, economia. Sono aspetti che non evidenziano situazioni che possano contrastare l’ipotesi di un comune unico, ovvero unificato. Ma questo ovviamente non è sufficiente per dare indicazioni “in positivo”. Posto che non sembrano rilevarsi “problematiche” demografiche, di mobilità, economiche che contrastino l’eventuale fusione dei 6 comuni non di montagna, sappiamo che questo non è sufficiente per dire che una tale fusione (a 6) è auspicabile. Non è tanto il volume complessivo della popolazione che così si raggiungerebbe (oltre 78mila abitanti), ma semmai le dimensioni del territorio da amministrare. Un tale comune, infatti, avrebbe un territorio di 195,1 Kmq. Il comune di Modena ha un territorio di 182,74 Kmq; quello di Carpi di 131,56 Kmq; quello di Valsamoggia (BO), nato dalla fusione di 5 comuni, di 178,05 Kmq. Rendere plausibile un progetto di fusione di comuni di questo tipo (6 comuni, così da ottenere un territorio di 195 Kmq) significa interrogarsi innanzitutto sull’architettura istituzionale di un sistema politico-amministrativo in grado di governare un siffatto territorio (e con centri urbani “diffusi”) e sulle “tecnologie” che possono essere impiegate a tal fine. Ma le risposte a queste domande (cruciali) non le trovate nello studio di fattibilità. Lo vedremo in una delle prossime puntate.

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Pieve di Vignola (foto del 9 febbraio 2013)

PS Qui il primo documento (Analisi socio-economica: pdf) tra quelli che compongono lo “studio di fattibilità” sulla fusione di comuni (o “riorganizzazione istituzionale”) dell’Unione Terre di Castelli realizzato da Nomisma e Consorzio MIPA. Lo studio, non ancora nella versione definitiva, è al momento all’attenzione dei consigli comunali per la raccolta di ulteriori informazioni. Difficile comunque pensare che possa essere significativamente migliorato. Aggiungo solo che, peraltro come già segnalato, alcuni dati sono davvero “vecchi”: tasso di attività, tasso di occupazione, tasso di disoccupazione (pp.19-22) sono aggiornati al 2011 (dati del Censimento generale della popolazione). Impensabile.

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2 risposte a Studio di fattibilità sulla fusione dei comuni/1. Analisi socio-economica

  1. Yakko977 ha detto:

    rimane una domanda fondamentale: cui prodest? al di là della bontà o meno dello studio, continuo a chiedermi (senza una risposta) qual è lo scopo di tendere ad una fusione. non mi sembra sia una esigenza (primaria) dei cittadini, non mi sembra che sia una solida risposta alla necessità di avvicinare i rappresentati ai rappresentati, non mi sembra che solo la dimensione aumenti la rappresentatività e la capacità di generare economia (o di intercettare fondi). quale dovrebbe essere, secondo il tuo punto di vista, il motivo per cui una giunta (più giunte…) dovrebbe impegnarsi a fondo in questo?

    • Andrea Paltrinieri ha detto:

      Caro Yakko, gli effetti della crisi economica si sentono sui bilanci pubblici e sui bilanci familiari. E secondo me questa situazione di morte lenta per asfissia (uso parole di Michele Salvati) dovrebbero spingere ogni amministratore pubblico ad interrogarsi seriamente su cosa è possibile fare a livello locale, senza attese messianiche su ciò che potrà fare (dovrebbe fare) l’Unione Europea e su ciò che potrà fare (dovrebbe fare) il governo (Renzi o altri). Premetto che gli incentivi alle fusioni sono pensati soprattutto ai piccoli e piccolissimi comuni (in Italia circa il 70% di questi ha meno di 5.000 abitanti: troppo piccoli per dare servizi di qualità in una situazione di contrazione dei bilanci degli enti locali e di aumento dei bisogni della popolazione). Ma nulla vieta anche ai comuni più grandi di interrogarsi se questa non sia una chance anche per loro. E’ quanto stanno facendo i comuni dell’Unione Terre di Castelli, tra cui anche Vignola che con i suoi 25.000 abitanti non è certo un comune di piccole dimensioni. Detto questo provo a rispondere, elencando le potenzialità: (1) la crescita dimensionale potrebbe liberare risorse (stessi servizi, ma con minore spesa, per via dell’aumento di efficienza) da impiegare in politiche che oggi assolutamente non si è in grado di fare: quelle per lo “sviluppo locale”, così da provare (provare) a contrastare il declino economico; (2) risorse aggiuntive ai comuni “fusi” arrivano dallo stato (il comune di Valsamoggia ha avuto 2 milioni di euro nel 2016) e dalla Regione, per un decennio o poco più. Non è un argomento decisivo, ma neppure trascurabile; (3) la crescita dimensionale consente una migliore specializzazione e di avere dirigenti più competenti (quelli migliori cercano di migrare verso i comuni di maggiori dimensioni per ragioni di carriera e retribuzione), ovvero di governare meglio certi fenomeni che è difficile costringere su scala comunale (dalla pianificazione territoriale alla promozione turistica, ecc.); (4) un comune di maggiori dimensioni ha maggiore peso “politico” sui tavoli provinciali e regionali, quindi più influenza (a parità di altri fattori). Questi fattori dovrebbero spingere un amministratore pubblico consapevole delle difficoltà di oggi (e del fatto che non svaniranno da sole in breve tempo) ad interrogarsi seriamente sulla fusione: può essere una chance? Gli effetti negativi della crescita dimensionale (ci sono anche questi) possono essere compensati parzialmente o totalmente con operazioni di ingegneria istituzionale (così da non perdere il contatto con i cittadini)? A questo serve lo studio di fattibilità. Certo se uno è già convinto (in base a quali ragioni, argomenti, dati?) che la fusione sarà la “salvezza” (oppure che sarà una nuova “dannazione”) allora la qualità dello studio di fattibilità non è rilevante. Per me non è così. Io mi aspetto (mi aspettavo) una capacità di analisi dei pro e dei contro di qualità decisamente superiore. Questo studio, invece, è davvero deludente (eufemismo).

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