La Fondazione di Vignola ha un nuovo statuto che in diversi punti non convince

Senza dare troppo nell’occhio è stato modificato lo statuto della Fondazione di Vignola. La nuova versione è in vigore dal 7 giugno scorso (vedi), ma il lavoro di revisione era iniziato a metà 2015 per adempiere a quanto previsto da un apposito protocollo tra il Ministero dell’Economia e l’ACRI (Protocollo di intesa tra il Ministero dell’Economia e delle Finanze e l’Associazione di Fondazioni e di Casse di Risparmio Spa del 22 aprile 2015: vedi). Gli organi della Fondazione hanno colto l’occasione per un’azione di restyling più estesa di quanto richiesto. Ne è risultato uno statuto modificato in punti decisivi, purtroppo sotto gli occhi distratti degli enti locali interessati (quelli con potere di nomina: Vignola, Spilamberto, Savignano e Marano). Non sempre le innovazioni introdotte risultano convincenti. Ecco qualche considerazione.

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“Tracce di luce” – ricostruzione degli affreschi esterni della Rocca di Vignola nel ‘400 (foto del 5 settembre 2015)

[1] Restyling è in realtà un eufemismo. Praticamente tutti gli articoli dello statuto (prima 27, ora 28) sono stati modificati, alcuni pesantemente. Solo 6 articoli su 27 sono rimasti invariati (artt. 1, 2, 15, 16, 24 e 25). In alcuni casi il cambio di numerazione dei commi ha portato a refusi (nell’art.16 si continua a parlare di una “precedente lettera c)” che non c’è più; analogamente avviene nell’art.17). I riferimenti alle tecnologie per la comunicazione sono ancora quelli del secolo scorso (si cita il telegrafo ed il telefax, per il resto si rimanda agli strumenti “telematici”). Il segretario non fa più parte degli organi della Fondazione. Il comitato di gestione è ora composto da 3 membri (prima da 3 a 5) più presidente e vicepresidente. Il “consiglio” è ora denominato “consiglio di indirizzo” (per rimarcare più nettamente la distinzione tra funzioni di indirizzo e funzioni di esecuzione/gestione). Ma al di là di questi ed altri aspetti minori vi sono alcune cose sostanziali che sono state modificate, così come vi sono temi non affrontati e che invece stavano bene affrontati – un’occasione persa. Mi limito agli aspetti che mi paiono più importanti: nomina del consiglio di indirizzo; funzionamento del consiglio di indirizzo (e più in generale governance interna); trasparenza (e rendicontazione).

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La biblioteca Auris, proprietà della Fondazione di Vignola (foto del )

[2] La prima innovazione significativa riguarda lo sfasamento tra il mandato di presidente (e vicepresidente) e quello del consiglio. Con il precedente statuto c’era piena sovrapposizione: i quattro anni dei primi erano esattamente i quattro del secondo. Ora invece si prospetta uno sfasamento di due anni tra il mandato del presidente (e vicepresidente) e quello del consiglio. Per realizzare ciò il prossimo presidente (e vicepresidente) avrà un mandato dimezzato, solo 2 anni (ovvero 2017-2019), mentre il prossimo consiglio avrà un mandato pieno (2017-2021) (si veda l’art.28 Norme transitorie e finali). Una tale soluzione è stata pensata per “assicurare la stabilità e la continuità dell’azione della Fondazione” (art.18) – che evidentemente sin qui non c’è stata. Comunque, può essere che in tal modo migliori la funzionalità. Vedremo.

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Particolare degli affreschi (1425 circa) nella Cappella dei Contrari nella Rocca di Vignola (foto del 30 luglio 2016)

[3] Si riduce il numero dei componenti del consiglio (ora consiglio d’indirizzo) da 15 a 13 (incluso presidente e vicepresidente). Scelta discrezionale e non obbligatoria (se intendo correttamente) di cui non è dato sapere il motivo. Ugualmente discrezionale è la nuova composizione (art. 9). I nominati dagli enti locali sono ridotti da 6 a 4 (la riduzione avviene tramite contrazione del numero dei nominati dal comune di Vignola – passano da 3 a 2 – e dal comune di Spilamberto – passano da 2 a 1; invariata la situazione di Marano e Savignano che assieme nominano 1 componente). Rimane invariato il numero dei nominati dall’Università di Modena e Reggio Emilia (chissà perché). Si riduce il numero indicati dalle associazioni di categoria (da 2 a 1). Si aggiunge un componente “designato dai presidi degli Istituti di Istruzione Superiore del distretto di Vignola” (non è chiaro perché proprio loro e non, invece, altri mondi di riferimento ugualmente importanti). Si aggiungono 2 componenti designati dalla comunità di riferimento (i cittadini dei 4 comuni) secondo modalità precisate nel Regolamento Nomine, art.6 (vedi). Si riducono da 4 a 2 i componenti cooptati dal consiglio (questa sì che è una prescrizione del protocollo ACRI-Ministero; i cooptati non possono superare il 15% del consiglio, in precedenza – 4 su 15 – erano il 26,7%), mentre la cooptazione viene finalizzata al riequilibrio di “genere” e delle “diverse competenze e sensibilità che si vogliono presenti in Consiglio di indirizzo”. In sostanza gli enti locali perdono potere di nomina e dunque di indirizzo e dunque di influenza sull’elezione del presidente (che, vista la maggiore frammentazione, potrà essere più incerta). D’altro canto, come ha dichiarato alla stampa il vicepresidente Giuseppe Pesci: “avevamo un solo scopo: renderci più autonomi dalla politica” – affermazione fatta (Il Resto del Carlino, 24 dicembre 2015, pag.29: pdf) da chi è stato scelto, assieme all’attuale presidente, dalla politica (vedi). Ed in effetti con l’ultima nomina la “politica” non deve aver fatto un gran servizio a questa comunità (un bilancio della presidenza Manfredi andrà fatto al più presto, prima che a qualcuno venga la tentazione di ricandidarlo). Comunque, vorrei osservare che forse non è questo il punto decisivo. Il punto decisivo è portare la Fondazione di Vignola ad adottare un più alto livello di trasparenza e di rendicontazione così da indurre una pressione al miglioramento della performance; dare a tutti gli enti con potere di nomina la possibilità di assumersi chiaramente, sulla base di dati il più possibile oggettivi, la responsabilità della nomina; dare anche alle comunità di riferimento gli strumenti per controllare e valutarne l’operato. Altrimenti le comunità di riferimento non potranno fare altro che “bere” quanto viene comunicato dai vertici della Fondazione visto il gap conoscitivo in campo (ne è un esempio il cambiamento di valutazioni, al cambiare del consiglio, sul medesimo progetto, quello per Villa Trenti: prima sede dell’archivio storico – vedi – ora spazio culturale, ancorché solo vagamente determinato). Insomma, l’organizzazione della nomina del Consiglio di indirizzo è importante (al proposito si registra una maggiore indeterminatezza dell’esito), ma potrebbe essere più importante perfezionare gli strumenti di monitoraggio interno ed esterno della performance dell’ente.

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Il Resto del Carlino – Modena, 24 dicembre 2015, pag. 29.

[4] Il protocollo ACRI-Ministero contiene uno specifico articolo (art. 11) relativo alla trasparenza, articolo che è stato sostanzialmente riportato nel nuovo statuto (si tratta dell’art. 26). Gli estensori dello statuto avrebbero potuto fare uno sforzo di creatività, precisando ulteriormente le modalità di implementazione del “principio trasparenza”. Così non è stato. Ed è stata un’occasione persa, visto che una riflessione su governance, rendicontazione, trasparenza (ed anche “coinvolgimento” o “partecipazione” delle comunità di riferimento) avrebbe aiutato a fare un salto di qualità. Richiamo l’attenzione su un punto importante, soprattutto se la Fondazione, come auspicabile, vorrà davvero provare ad innovare: “Sono inoltre pubblicati sul sito internet i risultati della valutazione effettuata dalla Fondazioni ex post in merito all’esito delle varie iniziative finanziate, ai relativi costi e agli obiettivi sociali raggiunti ove misurabili, tenuto anche conto per quanto possibile degli eventuali indicatori di efficacia preventivamente determinati sulla base di una attenta valutazione del rapporto costi/risultati.” Ad oggi un tale livello di “pubblicità” non è garantito. Eppure è da un uso intelligente della “trasparenza” che possiamo aspettarci una pressione sull’intero sistema (ovvero in primis i vari soggetti che richiedono finanziamenti per attività di interesse collettivo) per migliorare l’efficacia delle iniziative (oggi nient’affatto rendicontate).

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Palazzo Barozzi, ora in gestione alla Fondazione di Vignola (foto del 6 ottobre 2012)

[5] Un ultima considerazione deve essere fatta sul ruolo e funzionamento del consiglio di indirizzo – un tema purtroppo non affrontato. Mentre si modifica composizione e nomina del Consiglio di indirizzo, non se ne modifica affatto il funzionamento. Poche sedute (tre all’anno) in cui l’asimmetria informativa (ma anche “quantitativa” – il numero dei componenti) tra Consiglio di indirizzo e Comitato di gestione rende il primo sostanzialmente dipendente dal secondo e comunque di solito incapace di esercitare effettivamente quella funzione di indirizzo che lo statuto gli assegna (si ripropone qui l’inversione di ruoli che caratterizza anche il rapporto tra consiglio comunale e giunta). Invece sarebbe importante investire davvero sul Consiglio di indirizzo affinché la Fondazione sia in grado di sviluppare un “pensiero strategico” sul territorio, i suoi bisogni, le modalità per affrontarli. Ma per fare questo bisogna chiedere al Consiglio di riunirsi più spesso (non meno), di essere dotato di più risorse proprie (con libertà di impiego appunto per la messa a punto di valutazioni “strategiche”), di adottare metodologie di lavoro diverse (la solita “riunione” è chiaramente improduttiva). Il fallimento del programma dello “sviluppo locale” (vedi) evidenzia in modo esplicito l’esigenza di organizzare una governance interna in grado di “stressare” meglio le proposte del Comitato di gestione per spingerlo a visioni più sofisticate, solide, condivise. Si assiste invece, proprio in conseguenza del rinsecchimento della funzione principale (funzione di indirizzo) ad una messa in campo di funzioni secondarie, con i singoli consiglieri che diventano gli organizzatori di specifiche attività (ricordate il ciclo su “La guerra. Le guerre”? – vedi). Mentre langue proprio quella che dovrebbe essere la funzione principale (messa a punto degli indirizzi “strategici” e dei relativi strumenti di monitoraggio del loro perseguimento). Purtroppo nel nuovo statuto non c’è nulla che testimoni di una riflessione in atto sul potenziamento del Consiglio di indirizzo con specifico riferimento alla sua funzione primaria (continuerà dunque, come prima, a non essere in grado di esercitarla).

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Il cantiere per la ristrutturazione di Villa Trenti, ex-sede della biblioteca comunale e proprietà della Fondazione di Vignola (foto del 21 maggio 2016)

[6] Altri aspetti meriterebbero un commento minimamente articolato. Viene delimitato con più precisione il territorio di riferimento (compare per la prima volta un riferimento al territorio dell’Unione Terre di Castelli, anche se non cambia la comunità territoriale di riferimento: Vignola, Spilamberto, Marano e Savignano). Ed è cosa positiva. Viene definito in modo netto (e questo avrebbe meritato una discussione collettiva che invece non c’è stata) lo “scopo primario” della Fondazione: “la promozione e la tutela del patrimonio culturale (…) della comunità di riferimento” (art.4). Viene impropriamente collocata nello statuto (art. 3) la scelta di non operare direttamente sul fronte delle erogazioni per la ricerca scientifica, ma piuttosto di farlo collaborando con altre fondazioni (scelta peraltro condivisibile, almeno in linea di principio). Ed altro ancora. Ma l’essenziale sta – a mio parere – nei punti precedenti. Non solo luci dunque, ma anche ombre (nel senso di scelte discutibili e di temi non trattati).

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