Una riflessione a partire dai fatti di Nizza, di Simone Pelloni

È sempre difficile, e imbarazzante, rivolgere messaggi ufficiali di fronte a fatti come quelli di Nizza, che forse richiederebbero, più delle parole, un silenzio partecipato, seguito da riflessioni non destinate a esaurirsi nel breve periodo. Il rischio di scadere nella retorica, nelle frasi di circostanza abusate, è sempre in agguato. Dire che i fatti di Nizza mi hanno provocato un dolore umano immenso è scontato. Come è scontato che, per quel poco che conta, mi sento profondamente vicino alle vittime.
È però anche vero che eventi così luttuosi impongono a tutti coloro che, ad ogni livello, hanno un ruolo nella gestione della società, delle riflessioni, quantomeno nel tentativo di evitare che si ripetano. Per procedere su questa strada doverosa, la prima cosa da fare è abbandonare la cultura dello slogan, che nulla produce e che anzi può risultare un’ulteriore offesa a chi ha sofferto gravi perdite. E questo, affinché sia ben chiaro, lo dico a tutta la politica, compresa la mia parte.
Per puro caso ieri (giovedì) abbiamo avuto a Vignola due importanti ospiti che hanno dibattuto proprio del rapporto tra Europa e Islam (vedi): mi riferisco al professor Franco Cardini e a mons. Giuseppe Verucchi, arcivescovo emerito di Ravenna. È stato un momento di riflessione alta, che ora mi fornisce spunti per questo breve messaggio.
Il primo dato che è emerso è la complessità del fenomeno Islam, tanto che non si potrebbe e dovrebbe parlare di Islam al singolare. L’Islam non conosce una chiesa, una gerarchia in grado di imporre un’unica dottrina: è un sistema magmatico, fatto di gruppi e comunità che da sempre generano divisioni e conflittualità al suo interno. Diventa pertanto difficile elaborare una strategia unica per gestire le relazioni con un mondo che non ha leaders riconosciuti.
L’altro dato importante è la pericolosità delle espressioni islamiche di matrice occidentale, vale a dire quelle posizioni radicali di cui spesso sono portatori giovani nati e cresciuti nei paesi europei.
Tutto ciò conduce a trarre semplici conclusioni.
I governi europei devono finalmente decidersi a governare con intelligenza, sensibilità e polso fermo il fenomeno migratorio. Nella grande massa di immigrati non ci sono solo persone in fuga da guerra, miseria e stenti. Come emerso dal dibattito di ieri, ci sono anche individui mossi da un’idea di Islam ridotta a ideologia e che si propongono come avanguardie per una vera e propria conquista del nostro continente. Queste persone vanno individuate e messe nella condizione di non nuocere.
Questo tuttavia non basta. Occorre in parallelo interrogarsi sulla nostra cosiddetta civiltà occidentale e su quali siano i suoi limiti, le sue mancanze e le sue storture. Come è possibile che giovani che hanno frequentato le nostre scuole, che sono venuti a contatto col nostro stile di vita – e volutamente non uso il termine “valori” – si rendano protagonisti di attacchi violenti alla nostra società? Bisogna chiedersi con onestà e razionalità se veramente il nostro mondo è così perfetto. O se piuttosto non sia ormai privo di quei valori fondanti, soprattutto di natura spirituale, senza i quali l’individuo si sente perso, infelice, e nei casi peggiori indotto a cercare soluzioni alternative, col rischio di cadere tra le grinfie di cattivi maestri (che esistono in ogni tempo e in ogni ambiente).
E qui arriviamo all’ultimo dei problemi. Quello che deve essere assolutamente risolto se si vuole trovare una soluzione a una situazione che rischia di diventare incontrollabile: dare un contenuto al termine integrazione. La parola integrazione è lo slogan, per tornare a quanto dicevo all’inizio, più diffuso e utilizzato in questi tempi difficili. Ma, riprendendo la domanda posta ieri da mons. Verucchi, che cos’è l’integrazione? Fino ad ora non ho incontrato nessuno che mi abbia saputo rispondere. Integrazione significa che qualcuno deve perdere la propria cultura per accettare quella di un altro? Se sì, chi la deve perdere? L’immigrato che viene ospitato o noi che ospitiamo? In ogni caso sarebbe un processo violento e irrispettoso, destinato inevitabilmente a suscitare una reazione altrettanto violenta. Oppure integrazione significa educare al riconoscimento dell’altro e al rispetto profondo della cultura di chi ospita da parte di chi viene ospitato? Forse il buon senso opterebbe per questa seconda ipotesi. Ma ciò vorrebbe dire che il buon senso non è molto di casa in Europa, perché non mi sembra che le politiche dei vari governi siano indirizzate in questo senso.
Io penso che i morti di Nizza, così come quelli di Dacca, di Parigi e di ogni altro luogo dove si sono verificati fatti di sangue, chiedano, anzi pretendano una risposta chiara ai problemi che ci sono posti. Solo in questo modo avremo la speranza che questi morti siano gli ultimi. L’alternativa è abituarci a piangere.

Simone Pelloni, vicesindaco di Vignola

PS Il testo è stato predisposto per un intervento di commemorazione delle vittime dell’attentato di Nizza del 14 luglio tenutosi venerdì 15 luglio a Vignola.

14 luglio_Islam

Annunci

4 Responses to Una riflessione a partire dai fatti di Nizza, di Simone Pelloni

  1. Andrea Paltrinieri ha detto:

    Simone Pelloni, vicesindaco “civico” di Vignola (nonostante sia iscritto alla Lega Nord) invita ad “abbandonare la cultura dello slogan” di fronte a fatti atroci come quelli del “terrorismo islamico”. E’ un invito da prendere sul serio ed è anche il motivo per cui mi fa piacere ospitare questo suo testo su AmareVignola. Solo in tal modo si dischiude la possibilità di un dibattito serio, di un confronto vero – che contiene in sé sempre una chance di apprendimento dalla controparte. E di questo dibattito “serio” le nostre società occidentali – sotto attacco da parte di una piccola minoranza di terroristi che si rifanno al fondamentalismo islamico – hanno terribilmente bisogno. Anche Vignola ne ha un gran bisogno, peraltro essendo stata segnata da un inquietante episodio all’inizio di quest’anno:
    https://amarevignola.wordpress.com/2016/01/09/episodio-grave-a-vignola-ma-la-politica-locale-ha-unidea-del-che-fare/

    Dunque provo a commentare ed in parte a replicare su due punti in cui, principalmente, ho convinzioni diverse. In primo luogo c’è l’interrogativo circa il “nostro mondo” … “privo di quei valori fondanti, soprattutto di natura spirituale, senza i quali l’individuo si sente perso, infelice, e nei casi peggiori indotto a cercare soluzioni alternative, col rischio di cadere tra le grinfie di cattivi maestri (che esistono in ogni tempo e in ogni ambiente)”. Una posizione, quella della “mancanza dei valori” che ha una sua plausibilità – anche se riflette probabilmente aspettative irrealistiche (in ogni società qualcuno si lamenta della “mancanza dei valori” – probabilmente anche a ragione, senza però che ci sia una ricetta per “risolvere il problema”). Una posizione, inoltre, che si sovrappone a quella della “perdita dei valori” – tema su cui, per così dire, c’è una lunga tradizione (già nella Grecia antica ci si lamentava di questo). E’ chiaro che qui si fa riferimento a valori “religiosi” e questo, però, introduce un elemento di problematicità. Oggi come in passato innumerevoli sono i crimini compiuti in nome di valori religiosi. E così siamo da capo: occorre discriminare tra i valori. Da questo punto di vista il lungo e tribolato (e non ancora concluso) processo di confronto tra religione cristiana e modernità culturale evidenzia che anche la religione deve evolvere ovvero “apprendere” (non può essere letto in questi termini il processo di secolarizzazione che ha investito la religione cristiana dal medioevo ad oggi? E non è questo tipo di evoluzione che auspichiamo – e per cui dobbiamo “lavorare” – nell’Islam? Pur sapendo che vi sono peculiarità che non rendono automatico un analogo processo). Insomma essa è sia propellente (non esclusivo) della modernizzazione sia “organismo” che evolve sotto la spinta della modernizzazione (diritti dell’individuo, uguaglianza, libertà). Se non mettiamo a fuoco questi aspetti allora risultano incomprensibili gli inviti al dialogo interreligioso (o tra religiosi ed atei), nonché le “sperimentazioni” locali – vogliamo citare la “preghiera di pace” alla fine del Ramadan che don Paolo Giordani ha tenuto con la locale comunità islamica a Castelfranco Emilia? Tutte cose che andrebbero incoraggiate. Su questo dovremmo essere TUTTI d’accordo.
    http://gazzettadimodena.gelocal.it/modena/cronaca/2016/07/08/news/ramadan-incontro-multiculturale-con-il-sindaco-1.13789394

    In secondo luogo Pelloni richiede un chiarimento ed una “risoluzione” alla questione dell’integrazione. “Che cos’è l’integrazione? Fino ad ora non ho incontrato nessuno che mi abbia saputo rispondere. Integrazione significa che qualcuno deve perdere la propria cultura per accettare quella di un altro? Se sì, chi la deve perdere? L’immigrato che viene ospitato o noi che ospitiamo? In ogni caso sarebbe un processo violento e irrispettoso, destinato inevitabilmente a suscitare una reazione altrettanto violenta. Oppure integrazione significa educare al riconoscimento dell’altro e al rispetto profondo della cultura di chi ospita da parte di chi viene ospitato? Forse il buon senso opterebbe per questa seconda ipotesi.” La questione posta in questi termini va messa in discussione – per diverse ragioni. Primo perché offre l’idea di un’omogeneità culturale che non esiste da tempo e che forse non è mai esistita (il noi presupposto in quella affermazione è in realtà un noi differenziato che include la persona religiosa e l’ateo, e così via). Secondo perché non riconosce che tutte le culture evolvono (fatto da cui consegue che anche tutte le religioni evolvono) – cosa che costituisce un “rischio” (perdita di valori?), ma anche un’opportunità (processi di apprendimento: no alla violenza; rispetto per la vita). Terzo perché, per essere più precisi, occorre spostare su un diverso piano il tema dell’integrazione – quello dell’accettazione (come dato di fatto e/o come convinzione) delle regole dello stato democratico di diritto. Ovvero non dobbiamo richiedere l’adesione ad UNA cultura (che non esiste come entità omogenea), ma lo sviluppo di una cultura “compatibile” con il sistema dei diritti (o, detta diversamente, l’abbandono di quei tratti culturali incompatibili con il sistema dei diritti). Questa posizione ha peraltro il vantaggio di consentire di leggere la nostra “evoluzione” culturale (certamente imperfetta) e dunque di pensare in termini simili anche l’evoluzione culturale degli altri (oggi gli immigrati di fede islamica, ma potenzialmente ogni portatore di una cultura diversa).

    Per una più ampia argomentazione sul tema dell’integrazione:
    https://amarevignola.wordpress.com/2016/01/17/integrazione-degli-stranieri-cosa-significa/

  2. Ivo ha detto:

    Abbandonare la cultura dello slogan si diceva..e del resto cosa dovremmo aspettarci da un amministratore civico? Ovvero da un personaggio pubblico che ha conquistato voti e fiducia sostenendo che a livello locale contano più le persone e le idee che non l’appartenenza politica..
    Partiamo da alcune considerazioni di Pelloni: il fenomeno Islam é complesso e difficilmente in quel mondo si possono riconoscere leadership evidenti. Da questa osservazione, peraltro valida anche per il mondo cristiano e persino per quello cattolico pur se in modo diverso, Pelloni conclude che dovremmo prestare attenzione al radicalismo islamico interno cioè quello praticato da giovani nati e cresciuti qui per poi concludere che bisogna saper governare “con polso” (?) il fenomeno immigrazione. É persino banale riconoscere l’aspetto ideologico di questo argomento che é anche logicamente sbagliato. Come ormai sappiamo da tempo il pericolo terrorismo nasce in minima parte dal fenomeno immigrazione e molti attentatori suicidi erano francesi, americani, inglesi, ovvero cittadini nati e cresciuti nelle nostre città. Legare ideologicamente il fenomeno immigrazione al fenomeno terrorismo é oltre che politicamente sbagliato anche storicamente falso. É propaganda buona a chi deve cercare un nemico cui addossare il proprio fallimento politico. La Lega nord su questo argomento, abbandonate le pur minimamente serie ipotesi di federalismo e riforma istituzionale, campa da anni.
    Sulle avanguardie alla conquista del continente direi si possa persino soprassedere per non perdere tempo.
    Passiamo oltre e scopriamo che Pelloni si interroga sulla civiltà chiedendosi se non vi sia un problema spirituale nella nostra, in effetti, perfettibile società. La conclusione, anche qui con salti logici multipli, starebbe nel capire cosa significa integrazione.
    La conclusione é naturalmente, fatte salve le cortesie del contesto, quanto di più leghista e ideologico vi sia, si tratta semplicemente di educare e insegnare a chi arriva in questo paese la nostra cultura. Stop. Semplice vero? Integrare significa:loro rispettano noi. Questo lo comanda il buon senso, sostiene il vicesindaco di vignola.
    A questo tipo di proposta politica io credo bisognerebbe far reagire non qualche ipotetico buon senso né, credo, le solite filippiche sul dialogo inter religioso che alla fine ci portano al più astratto dei dibattiti e nemmeno porsi il problema di quale delle culture in gioco dovrebbe essere insegnata, ma piuttosto concentrarci sull’idea e sulla pratica di cittadinanza. La mia banale proposta é: cittadino è colui che rispetta e promuove, anche criticamente, le regole del luogo e della comunità in cui vive. Non importa se nato in Marocco, Senegal o a Tavernelle. Integrare non significa assorbire, ma condividere prima di tutto regole di civiltà. Un esempio per capirci: se un uomo picchia e minaccia la moglie io desidero che sia allontanato da questo luogo prima che una donna sia violentata o uccisa. Se quest’uomo é vignolese o turco, uguale.
    Il dibattito sulla cittadinanza é fatto di civiltà e non di ipotetiche culture che si scontrano. Io e Pelloni, ad esempio, non condividiamo una cultura,di questo ne sono sicuro, a meno di non confondere i tortellini e il dialetto con la cultura nel suo insieme.
    Francamente ciò di cui mi sento di dover piangere, per ora, é la miseria con cui guardiamo alla bellezza e complessità di questo mondo.

  3. Enrico ha detto:

    Ho assistito alla conferenza di Cardini e Verucchi, è stato un evento culturale davvero interessante e di altissimo livello, una grande occasione di riflessione sull’attualità con relatori di grande spessore. Auspico che il comune di Vignola in futuro promuova altre iniziative culturali come questa!

  4. Samantha ha detto:

    Complimenti all’associazione “Vignola e Identità” per tutto ciò che sta facendo!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: