Marano capitale del luppolo? Boh

La vicenda di “Marano capitale del luppolo” è esemplificativa di un modo di fare politica dove la retorica prevale sulla realtà. E’ la politica ridotta a narrazione. Il fenomeno è interessante. Non solo perché mette in scena un modo di fare politica sempre più diffuso. Ma anche perché evidenzia una radicata disponibilità dei cittadini ad acconsentire a queste “narrazioni” che evidentemente contengono i giusti ingredienti: un po’ di storia locale, la promozione di un’identità di paese artificialmente costruita sul passato (qualcosa che ha a che fare con l’“invenzione della tradizione” di cui parla E.J.Hobsbawm: vedi), un illusorio messaggio di speranza nel futuro (in sintesi: sarà il luppolo a “salvare” questo paese, comunque già pomposamente definito “la porta del Cimone”). Va dunque dato atto a due consiglieri di opposizione, Gianni Manzini e Virginio Leonelli, di essere stati i primi a dire a voce alta, pubblicamente, che “il re è nudo”. Il luppoleto di Marano – campo di sperimentazione gestito dall’Università di Parma – è davvero poca cosa. Per questo propongono, non senza un certo gusto per la provocazione, di trasformarlo in orti per anziani. E della capitale del luppolo, che ne facciamo?

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Prima Pagina, 16 luglio 2016, pag. 19.

[1] Vorrei essere chiaro. Non ho assolutamente nulla con il progetto di sperimentare (nuovamente) la coltivazione del luppolo, importante ingrediente per la produzione della birra, nel territorio di Marano, riprendendo una coltivazione introdotta nei possedimenti dei Marchesi Montecuccoli nella seconda metà del XIX secolo. Anzi, mi sembra una bella iniziativa (e che peraltro si sviluppa anche altrove: vedi). Ma quello che mi ha colpito sin dall’inizio, dal 2012 quando il progetto venne presentato per la prima volta, è stato l’immediato ricorso a figure iperboliche. Bastava la firma della convenzione con l’Università di Parma (vedi), durata 5 anni, costo 15.000 euro, per una sperimentazione di varietà colturali su una superficie di poco più di un ettaro (11.270 mq), e Marano era già la … “capitale del luppolo”! Così come Savignano si proclama “città dell’archeologia” (vedi), Vignola qualche anno prima si proclamava “Città della Musica” (un titolo oggi avocato a sé da Zocca – basterà essere il paese di Vasco?), e così via. Come se la politica locale oggi non fosse in grado di fare altro che proiettare giochi di luci o di ombre sullo schermo del futuro. Anche interessanti, ma pur sempre giochi. Sì, funziona come per le ombre cinesi: basta muovere con abilità le dita delle mani e vediamo un drago, un cavallo, un elefante. Ma sono proiezioni, non fenomeni reali! A questo sembra ridursi la politica locale. Per rendersene conto basta percorrere la SP4 (la “fondovalle”) e, passato il paese, andando verso l’Appennino, constatare che cos’è oggi il “luppoleto” (lo si vede sulla sinistra, passato il parco fluviale). Poca cosa. D’altro canto è un campo sperimentale (serve a fare analisi sulle diverse varietà), non un impianto di produzione.

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Nuova urbanizzazione a Marano negli ultimi anni. Tira molto più del luppolo! (foto del 3 luglio 2013)

[2] Certo, tra qualche decina d’anni Marano sul Panaro potrebbe essere un “distretto” agro-alimentare del luppolo, con coltivazioni di luppolo su vaste aree del proprio territorio agricolo. E magari anche con affermate imprese artigianali di produzione di birra. Ma che probabilità ci sono che questo succeda? Ovviamente se succedesse ne sarei solo felice. Ma bisogna rendersi conto che è come affidare lo “sviluppo locale” ad una start up (e le statistiche dicono che la maggior parte non sopravvive). Basta dunque sapere che una “impresa” su cento avrà successo, un progetto di “nuova agricoltura” su cento avrà successo per bypassare tutto il tortuoso percorso dello “sviluppo locale” e presentarsi sin da subito come “capitale del luppolo”? E’ questo il fenomeno che merita attenzione (per chi è interessato al funzionamento della politica locale). Intanto i consiglieri di opposizione così descrivono lo stato del progetto: “fino ad oggi l’area occupata dal luppoleto non supera i 300 metri e non ha prodotto nessun risultato concreto” (così su Prima Pagina, 16 luglio 2016, pag.19: pdf). E sono trascorsi quattro anni dall’avvio del progetto. Certo, la “capitale del luppolo” festeggia ogni anno questa importante realtà (sic) con una festa della birra artigianale (Marano Wild Hop Fest: vedi) – anche questa una bella iniziativa. Ma l’una e l’altra e l’altro ancora, il luppoleto, la festa della birra, il convegno sul luppolo sono – almeno ad oggi – solo il “segnaposto” di politiche di sviluppo locale. Bisogna proprio dire che c’è un problema di “scala” e di “risorse”. Quanto sono in grado di fare gli enti locali per lo “sviluppo locale” sembra essere decisamente fuori squadra. Ma se a muoversi è solo un comune di circa 5.000 abitanti allora la sproporzione tra i fini (anche condivisibili) ed i mezzi (che non ci sono) risulta del tutto evidente. D’altro canto né Marano, né l’Unione Terre di Castelli (anche se Emilia Muratori, sindaca di Marano, ne è vicepresidente) oggi sembrano prendere sul serio la questione dello “sviluppo locale” (vedi). E la “capitale del luppolo”? Sino ad ora abbiamo assistito, in questo distretto, a tanti progetti annunciati come “rivoluzionari” che però si sono sgonfiati da soli nel giro di pochi anni. Avremo dunque la possibilità di riparlarne. Sarebbe anche il caso di ragionare davvero su come sviluppare politiche intercomunali o di Unione sui temi importanti per il futuro dell’economia locale. Altrimenti rimangono solo le “ombre cinesi”.

Nel video di E’tv-Antenna 1 del settembre 2012: Marano capitale del luppolo grazie alla convenzione tra il Comune e l’Università di Parma.

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5 risposte a Marano capitale del luppolo? Boh

  1. Emilia Muratori ha detto:

    Ciao Andrea,
    per quanto riguarda la sostanza del progetto peccato tu non abbia mai partecipato ai quattro convegni che negli ultimi quattro anni si sono tenuti a Marano, aperti a cittadinanza, agricoltori, birrai, ecc. (Manzini lo ha fatto per la prima volta quest’anno, ma dopo aver diffuso il comunicato stampa che ha dato origine all’articolo a cui tu fai riferimento). Sabato scorso c’erano più di duecento persone al centro culturale, da tutta Italia e dall’Europa. Ci sono comunque gli Atti e da sempre la disponibilità dei ricercatori dell’Università di Parma a parlarne con chi fosse interessato . Tra l’altro la ricerca sul campo sperimentale di Marano ha fornito le basi per alcune tesi di laurea e di dottorato presso l’Università di Parma, Scienze degli alimenti (se questi ti sembrano scarsi “scarsi risultati”… allora devo capire di cosa stiamo parlando).
    L’interesse per un luppolo che abbia caratteristiche tali da definirsi “italiano” è tanto. Sicuramente per chi produce birra e che ora compra all’estero il luppolo, ma anche da parte del Ministero delle Politiche agricole e forestali. Lo ha confermato un funzionario del Ministero che era presente sabato al Convegno.

    In merito alle dichiarazioni di Leonelli e Manzini:
    a) come tu stesso osservi, il campo è sperimentale (come peraltro indica il cartello che è posto all’ingresso), non di produzione, quindi non interessa la quantità di luppolo prodotta, ma le “prove di laboratorio” che si possono effettuare. E’ senz’altro di piccole dimensioni,anche se in tre anni da quattro filari siamo passati ad otto. Tuttavia la dimensione di un campo sperimentale non mi sembra elemento determinante per una valutazione dei risultati.
    b) Con il nuovo accordo il Comune di Marano ha assegnato all’Università il comodato gratuito di un ettaro di terreno ( sui tre e mezzo disponibili) per dieci anni nel corso dei quali si potranno anche ampliare le sperimentazioni, magari in collaborazione con gli Istituti agrari presenti nella nostra Provincia…Oppure, come sta succedendo ora, la parte non coltivata dall’Università potrà essere utilizzata dalle Associazioni di volontariato di Marano (es. Gruppo trattori). Invece i finanziamenti per la ricerca saranno reperiti in autonomia dall’ Università stessa.
    c) Sul PSC l’area in questione di tre ettari e mezzo, di cui uno concesso all’Università, è denominata “Parco della Biodiversità”. Abbiamo anche sviluppato un progetto su come dovrà essere . si tratta di un progetto elaborato dall’ufficio tecnico comunale. Ci serviva per partecipare ad un bando regionale. Abbiamo previsto gli spazi per gli orti. Ebbene sì, fino a lì ci sono arrivata anch’io!(forse perché me ne sono occupata anche all’Unione?).
    Attualmente l’area, luppolo escluso evidentemente, è stata assegnata tramite bando e convenzione a due associazioni di volontariato legate al recupero delle tradizioni agricole che la coltivano egregiamente e che può tornare nella disponibilità dell’Amministrazione qualora ve ne sia la necessità.
    I sigg. Manzini e Leonelli sono Consiglieri comunali. Convenzioni e accordi passano dal Consiglio comunale. In qualità di Consiglieri hanno accesso agli Atti, possono presentare interrogazioni ecc. ecc. Non possono dire di non essere informati e quindi mi stupisce che non siano al corrente di queste cose, tutte dette e stradette anche a loro.

    Sul tema “paese del luppolo”. Indubbiamente qualche titolo di giornali e tv ha enfatizzato. Ci sorprendiamo?
    E’ però vero che nell’accordo appena siglato con l’Università il Comune di Marano si riserva l’esclusiva del marchio “Luppolo di Marano sul Panaro” per la birra prodotta con la/le varietà di luppolo che usciranno dal campo sperimentale. E’ però vero che a Cognento di Modena un’azienda agricola sta già coltivando luppolo, per ora “straniero” , ed è una start up nell’ambito del progetto, pronta a coltivare anche il luppolo di Marano. E’ però vero che l’Università di Parma è stata riconosciuta dall’Unione europea come Ente certificatore della qualità del luppolo e la provincia di Modena, in virtù del progetto maranese e del conseguente impianto di Cognento, è stata indicata dalla UE come l’unica area di produzione del luppolo in Italia.
    Ma se anche questo non bastasse, Marano potrebbe essere riconosciuto come “paese del luppolo” per il solo fatto che esiste una pubblicazione (A. Magiera , 1876) in cui viene descritta minuziosamente la coltivazione di luppolo del Montecuccoli, che tu citi. E ancora c’è a Marano una casa di campagna che si chiama “Luppolo”..e i toponimi hanno sempre un senso e meritano quanto meno di essere spiegati.

    Certo, non so cosa potrà svilupparsi in futuro, se, cosa più importante di tutte, la coltivazione del luppolo sarà riconosciuta dagli agricoltori, soprattutto giovani, come una opportunità. Ma perché lasciare perdere? Per il comodato gratuito di un ettaro di terreno lungo il fiume….?

  2. Tommaso Ganino ha detto:

    Buongiorno, con molto rammarico leggo un blog in cui viene fatta solamente pura polemica; viene fatto riferimento ad un articolo dove è chiara l’ignoranza sull’argomento: Non ci sono risultati? Qualcuno ha mai letto i risultati scientifici? Non credo! Qualcuno conosce la biologia del luppolo? Nell’articolo viene scritto “il luppolo piantato non ha mai superato l’anno di vita”, chi scrive sa che il luppolo ha una stagione vegetativa annuale? Colui che scrive sa che ad ottobre viene tagliato e poi rivegeta a marzo? Questa è l’Italia!!! Per poter distruggere le attività altrui ci si improvvisa ignoranti oppure si sfruttano capacità naturali e proprie! Siamo sempre disponibili a fare formazione soprattutto a chi si improvvisa tuttologo.

  3. Andrea Paltrinieri ha detto:

    Ciao Emilia, il progetto che state portando avanti a Marano – la sperimentazione di nuove varietà di Luppolo che possano essere definite italiane – ha tutta la mia simpatia. E come ho scritto spero che abbia successo, ovvero che possa davvero consentire di aggiungere un pezzo ad un’economia locale in sofferenza. La polemica che faccio – possiamo tranquillamente chiamarla così (rispondo in tal modo anche a Tommaso) – è sulla sproporzione tra mezzi e fini, ovvero sulla mancanza di “mezzi” significativi da mettere in campo con l’intento di promuovere questo (interessante) pezzo aggiuntivo dello “sviluppo locale”. Sempre ammesso che sia questo il vostro obiettivo. Perché se vi accontentate di riempire una sala (200 persone) una volta all’anno per un convegno, dare l’opportunità di fare qualche tesi di laurea e di dottorato, offrire all’Università di Parma un campo (che sia uno o tre ettari, non ha molta importanza) per sperimentare varietà di luppolo … tutte cose interessanti, ma che hanno poco a che fare con lo “sviluppo locale”. O meglio, non è affatto detto che lo producano. Proprio oggi su “Affari & Finanza” di Repubblica c’è una pagina intera dedicata al promettente settore delle birre artigianali (750 birrifici artigianali sarebbero presenti in Italia, concentrati soprattutto nel nord e centro Italia), con un paio di “studi di caso” interessanti (la Baladin di Piozzo, in provincia di Cuneo; la Petrognola della Garfagnana, provincia di Lucca). A testimonianza che il settore ha una sua vivacità ed è economicamente promettente (per quanto destinato a rimanere di nicchia). Bene. Però viene da chiedersi: qual è l’obiettivo perseguito dall’amministrazione comunale di Marano? Quello di avere intestato una delle possibili varietà di luppolo italiano? Quello di promuovere la coltivazione del luppolo sul proprio territorio comunale, offrendo una possibilità di occupazione “qualificata” in agricoltura e/o nella trasformazione alimentare? Con quanti ettari di superficie coltivata? Con quanti addetti occupati? Insomma, avrete immaginato uno scenario a 5 o 10 anni! Isomma – ritorno qui – qual é l’obiettivo? Ha a che fare con lo “sviluppo locale” o con l’attività convegnistica o con feste e folklore locale? E come pensate di promuovere queste nuove coltivazioni? Con quali risorse? Ecco, è sullo sfondo di questi interrogativi che l’espressione “Marano capitale del luppolo” mi sembra un tantinello fuori misura. Può essere che l’attività che state svolgendo (siete comunque già al quinto anno) possa portare in un futuro non troppo lontando ad un nuovo “distretto” agroalimentare – o cose simili. Ma non è affatto automatico. Anzi, rimane in ogni caso improbabile – per quello che è dato vedere. Tutto qua. Non vorrei che anni di sperimentazioni si traducessero in un esercizio solo narrativo (o poco più). Se invece avete un “progetto strategico” (e siete in grado di mobilitare risorse al suo servizio – cosa nient’affatto scontata) allora la cosa diventa interessante. Sino ad ora però è lecito dubitare delle ricadute di queste iniziative sul territorio. Di amministrazioni che si auto-proclamano “capitale” di qualchecosa o “città” della tal cosa, senza poi essere in grado di produrre alcunché di significativo, è (purtroppo) piena l’Italia. La polemica è esclusivamente verso questa “figura” della politica contemporanea.

  4. Andrea Paltrinieri ha detto:

    La notizia ha “bucato” il sistema dei media. Sta per arrivare il luppolo italiano. Ed è proprio quello prodotto a Marano (al momento, ricordiamolo, si tratta solo di un campo sperimentale; non ancora per finalità di “produzione”). Ne ha parlato la Repubblica – Bologna il 22 luglio. Qui l’articolo completo. A mio modo di vedere non cambiano le cose scritte nel post. Prima di avere (a Marano o altrove) la “capitale” del luppolo ce ne sono ancora parecchie di cose da “macinare”. La vicenda merita in ogni caso di essere seguita con attenzione.
    http://bologna.repubblica.it/cronaca/2016/07/22/news/luppolo_italiano-144626302/

  5. Andrea Paltrinieri ha detto:

    “Maestri del luppolo – Piccoli grandi birrai” è un evento fieristico dedicato alla produzione artigianale di birra. Si terrà l’1, 2 e 3 ottobre a Longarone Fiere, Longarone (BL):
    http://www.longaronefiere.it/calendario-fiere/view/18/maestri-del-luppolo-piccoli-grandi-birrai
    Qui un po’ di informazioni:
    https://www.facebook.com/events/1231850320159033/?active_tab=posts

    Nel frattempo, in occasione dei 900 anni del comune di Bologna, è stata lanciata un’apposita birra: la nuova bionda di Birra Cerqua, il brew-pub artigianale di via Broccaindosso (a Bologna) che ha deciso di celebrare la ricorrenza con l’ultima creazione del suo laboratorio. Si chiama “Novecento”, appunto, è ovviamente tutta made in Bo, grazie anche ai luppoli coltivati in proprio nei terreni di Birra Cerqua a Dozza, e verrà presentata al pubblico giovedì, in un aperitivo-evento a partire dalle ore 19 che coinciderà con la prima spillatura. Dunque vi sono già campi di luppolo a produzione in Italia, anzi, non troppo distante da Marano: a Dozza (BO).
    Qui la news completa (da la Repubblica – Bologna del 29 agosto 2016):
    http://bologna.repubblica.it/cronaca/2016/08/29/news/una_nuova_birra_per_brindare_ai_900_anni_del_comune_di_bologna-146818835/

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