Riforma della Costituzione: buone ragioni per votare sì al referendum confermativo

Mercoledì 4 maggio il prof. Andrea Morrone, professore ordinario di diritto costituzionale di Unibo (vedi), è intervenuto ad un’iniziativa pubblica promossa dall’amministrazione civica di Vignola in merito alle modifiche dello Statuto comunale (con l’obiettivo di “dare più potere ai cittadini”) (vedi). Lo stesso giorno un suo articolo sul Corriere di Bologna prendeva posizione a favore della Riforma Costituzionale fortemente voluta dal presidente del consiglio Renzi (pdf). Un piccolo “paradosso” – un invito ad evitare troppo facili schematismi. La Riforma Costituzionale approvata dal Parlamento italiano ha alcuni punti poco convincenti, non c’è dubbio. Ma ne ha altri che invece lo sono (e che sono attesi da lungo tempo). Tuttavia la questione vera non è se essa sia perfetta. Ma, come osserva Morrone, se essa “sia utile al paese”. Ovvero se migliora l’assetto dello stato ed il funzionamento del circuito governo-parlamento. Ci sono buone ragioni per pensare che sia così.

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Corriere di Bologna, 4 maggio 2016, pag. 5.

[1] Nel dibattito sulla riforma costituzionale, già approvata in modo definitivo dal Parlamento (qui la presentazione nel sito web della Camera dei deputati: vedi) e che verrà sottoposta a referendum approvativo in autunno, si registrano posizioni differenziate. Toni particolarmente accesi emergono nel variegato fronte dei contrari. Qualcuno afferma che padre della riforma sarebbe addirittura Licio Gelli (vedi). Sciocchezze a cui non vale la pena dedicare tempo. Il dibattito sulla riforma soffre purtroppo di una marcata politicizzazione: la valutazione della riforma è troppo spesso ricondotta allo schematismo pro/contro il presidente del consiglio Matteo Renzi. E’ una caratteristica della presente legislatura, del modo in cui è nato il governo, della dissoluzione del precedente bipolarismo (dell’emergere del M5S come “terzo polo” e della fine dell’era berlusconiana), del conseguente acceso conflitto politico, nonché dello stile del presidente del consiglio. E’ importante però che questi elementi non interferiscano più del dovuto nella ricerca di un giudizio oggettivo sulla Riforma. Per questo l’invito è di approfondire il tema e di confrontare seriamente gli argomenti in campo.

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Mario Ceroli, L’attesa, 1981 (foto MAR-Ravenna, 7 maggio 2016)

[2] Alcune settimane fa 56 costituzionalisti, capeggiati da Valerio Onida (già presidente della Corte Costituzionale), hanno sottoscritto un documento in 7 punti di critica della Riforma (vedi). Esprimono preoccupazione che le modifiche alla Costituzione introducano una “potenziale fonte di nuove disfunzioni del sistema istituzionale”. I firmatari non si ritengono “fra coloro che indicano questa riforma come l’anticamera di uno stravolgimento totale dei principi della nostra Costituzione e di una sorta di nuovo autoritarismo” – è importante sottolinearlo – ma criticano alcune delle scelte compiute. Tra queste, in particolare, vi è la particolare modalità con cui la revisione costituzionale prospetta il “superamento del cosiddetto bicameralismo perfetto” (obiettivo peraltro anche da loro condiviso). La critica cioè si appunta sulla configurazione del “nuovo Senato”, in quanto “privo delle funzioni essenziali per realizzare un vero regionalismo cooperativo” e incapace di svolgere una effettiva rappresentanza degli enti territoriali. La critica coglie nel segno per quanto riguarda la composizione del Senato (100 senatori, in maggior parte consiglieri regionali, in minor parte sindaci, più 5 senatori di nomina presidenziale, a cui si aggiungono gli ex-presidenti della Repubblica), essendone risultato infine un mix un po’ pasticciato: incongruenti i 5 senatori prescelti per “meriti” e penalizzante il fatto che i restanti 95 sono selezionati tra coloro già eletti ad altra carica (consigliere regionale o sindaco). Essa va comunque rapportata all’importante obiettivo – centrato – del superamento del bicameralismo. Ed anche del superamento di quell’assetto pseudo-federalista introdotto con la sciagurata modifica del Titolo V della Costituzione del 2001 (frutto dello sbandamento del centrosinistra di allora, incapace di resistere al pressing “federalista” della Lega Nord) e che ha portato ad un assetto Stato-Regioni assolutamente insoddisfacente.

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Valerio Adami, Le tre grazie, sous le croissante de la Lune, s.d. (foto MAR-Ravenna, 7 maggio 2016)

[3] Insomma, nessuno sostiene che la Riforma uscita dal Parlamento (peraltro privo di una maggioranza elettorale) sia la migliore possibile. Diversi sono i punti che potevano essere meglio formulati. Ma il modo corretto di valutarla è chiedersi se essa sia migliorativa rispetto all’attuale assetto. Un assetto da molti valutato come insoddisfacente (e non c’è alcun dubbio che l’assetto fissato dalla Costituzione vigente sia insoddisfacente – mi riferisco alla parte sull’ordinamento della Repubblica – e ciò sia per le scelte “bloccanti” compiute dall’Assemblea Costituente, sia per le successive modifiche). Per questo trovo convincente l’affermazione del prof. Morrone: “c’è solo una domanda che un costituzionalista si deve porre: questa riforma è utile al Paese? Seppur con alcuni difetti per me lo è” (pdf). Una risposta punto per punto al documento dei 56 costituzionalisti è stata comunque fornita (con un testo di 7 pagine) da Roberto Bin, professore ordinario di diritto costituzionale all’Università di Ferrara (vedi). Vale la pena mettere a confronto il testo dei 56 costituzionalisti (vedi) con la replica del prof. Bin (pdf) – personalmente la trovo molto convincente. E’ per questo che ad oggi, nel mio personale bilancio, vedo più elementi a favore che elementi contro a questa Riforma costituzionale. E’ bene comunque che il dibattito continui. Ma che sia un dibattito sul merito.

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Salvador Dalì, Metamorphose topologique de la Vénus de Milo traversée par des Tiroirs, 1964 (foto MAR-Ravenna, 7 maggio 2016)

PS Segnalo il sito web del prof. Stefano Ceccanti, ordinario di diritto comparato a La Sapienza di Roma, già senatore PD (ma troppo poco bersaniano per essere rimesso in lista nel 2013), per la continua segnalazione di interventi nel dibattito sulla Riforma Costituzionale (vedi). L’esperienza tutt’altro che entusiasmante fatta nel recente passato con le riforme elettorali, caricate di aspettative irrealistiche – una sorta di potere taumaturgico per il sistema politico italiano (si veda Warner S., Gambetta D., La retorica della riforma. Fine del sistema proporzionale in Italia, Einaudi, Torino, 1994: vedi), dovrebbe d’altro canto spingere gli osservatori a valutare con cautela le prospettive della Riforma.

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