La lunga crisi economica. E gli enti locali non sanno che fare

Va dato merito alla CGIL del Distretto di Vignola (ed al suo coordinatore Giorgio Benincasa) di aver richiamato l’attenzione sulle difficoltà dell’economia nel territorio distrettuale. Gli enti locali (comune di Vignola incluso) evitano di parlare di crisi economica. E soprattutto di interrogarsi sul “che fare?”. Non fanno analisi, non raccolgono dati. Sanno poco. E per evitare di scoprire l’impoverimento economico del territorio che amministrano non si interrogano. Stupefacente vedere i consigli comunali, anno dopo anno, approvare i bilanci comunali senza un minimo di indagine conoscitiva su ciò che succede “là fuori” (vedi), nel tessuto produttivo del territorio, nei bilanci di larga parte delle famiglie, tra i più esposti alla crisi, i giovani (vedi). Eppure il paese è in evidente difficoltà: secondo l’ultima analisi di Prometeia “nel 2023 il reddito procapite degli italiani non avrà ancora recuperato i livelli del 2007, prima della crisi finanziaria globale” (Il Sole 24 Ore, 23 marzo 2013: pdf). Piccoli segnali di miglioramento nel mercato del lavoro (ma sempre reversibili), ma produttività che non aumenta. La Regione si posiziona sopra la media nazionale (e ci mancherebbe!), ma perde terreno rispetto alle regioni europee economicamente più forti. A livello nazionale vige il “marketing della speranza” del presidente del consiglio (idem a livello regionale). A livello locale le amministrazioni pensano che sia meglio non affrontare il tema. Troppo impegnativo.

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Gazzetta di Modena, 25 marzo 2016, pag. 9.

[1] “Le cause delle difficoltà del manifatturiero sono in buona sostanza le stesse che si registrano a livello nazionale. Senz’altro la crisi ormai strutturale, ma anche i deficit sistemici dell’industria italiana: posizionamento per buona parte in settori maturi a bassa intensità tecnologica, l’obsolescenza tecnologica, la poca propensione agli investimenti in ricerca e sviluppo. Tutto ciò sospinge l’intero sistema economico verso un declino della produttività rispetto ai competitor che compromette sempre più le prospettive di ripresa e crescita” – così il comunicato CGIL emesso il 23 marzo 2016 (vedi). 7.940 le imprese oggi nel distretto (erano 8.150 nel 2012). Dunque un calo di 210 imprese in tre anni. “La flessione ha riguardato maggiormente le imprese artigiane e comunque le aziende sotto i 20 dipendenti orientate al mercato interno.” Ma anche le più grandi imprese manifatturiere sono in difficoltà: nel settore metalmeccanico, ad esempio, vale per CMS (Marano), Sitma Machinery (Spilamberto) e altre. Tiene il settore ceramico (concentrato soprattutto a Castelvetro) ed il comparto della lavorazione carni (scosso dalle tensioni – finalmente – del sistema degli appalti di manodopera), ancora grave la crisi dell’edilizia. La difficoltà dell’economia si traduce nella “stagnazione demografica” (vedi).

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Prima Pagina, 24 marzo 2016.

[2] “Lo sviluppo delle imprese e di conseguenza il lavoro rappresentano uno degli obiettivi e delle priorità di questa amministrazione” – così si legge nel Documento Unico di Programmazione (DUP) approvato dal consiglio comunale il 29 febbraio scorso (è a pag.48). E’ sul “come” che però si evince una certa fragilità. Le ricette sono quelle di sempre, imbastite anche dalle precedenti amministrazioni. Su “turismo” e “sviluppo economico e competitività” non si percepiscono innovazioni significative. Aleggia come sempre lo “studio di fattibilità del progetto di marketing territoriale di area vasta” (con una pletora di siti web annessi, ma mai uno è stato fatto come si deve!), ma è una “minestra” che viene mescolata e riscaldata oramai da dieci anni e sembra di essere ancora all’anno zero (difficile aspettarsi “intuizioni” in grado di far compiere al territorio un balzo evolutivo). D’altro canto non crescono le risorse del bilancio comunale di Vignola per questi capitoli, dunque difficile che possano essere imbastite nuove traiettorie di sviluppo:

  • +9.000 euro di spesa corrente per il turismo (2015: 110.357 euro; 2016: 119.320 euro);
  • -97.000 euro sullo sviluppo economico (2015: 347.302 euro; 2016: 249.998 euro);
  • -20.000 euro per reti e altri servizi di pubblica utilità (2015: 174.810 euro; 2016: 154.662 euro);
  • sostanzialmente stabile la spesa corrente per l’agricoltura (112-109mila euro).

Insomma, -110mila euro per lo “sviluppo economico” nelle sue diverse declinazioni tra 2015 e 2016. Un po’ poco per essere credibili circa un “cambio di passo”. E dove ci sono un po’ di risorse – non nel bilancio comunale, ma in quello della Fondazione di Vignola (che ha attivato un nuovo ambito d’intervento prioritario, quello dello sviluppo economico, con 150.000 euro ogni anno) – mancano le idee ed i progetti (vedi).

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La nuova sede di Knowbel, a Spilamberto in via Confine (foto del 12 dicembre 2015).

[3] Ma non è rassicurante neppure la mancanza di un adeguato sistema di rendicontazione circa la performance dell’amministrazione comunale, circa l’efficacia dei suoi interventi di sostegno o promozione dell’economia. “Lo sviluppo delle imprese e di conseguenza il lavoro rappresentano uno degli obiettivi e delle priorità di questa amministrazione” potrà essere scritto su tutti i documenti di programmazione anno dopo anno fino alla fine della legislatura. E probabilmente così sarà. Ma manca una rendicontazione analitica che con dati ed indicatori consenta davvero di comprendere se ed in quale misura l’obiettivo è stato raggiunto. L’impressione, in verità, è che questo territorio di periferia stia perdendo posizioni nel ranking generale e soprattutto verso i comuni capoluogo di provincia ed i centri più importanti. Anche del nostro pezzettino di “tecnopolo” – il famoso Knowbel – non esiste un adeguato documento di rendicontazione pubblico (ovvero verificabile) (vedi). E sembra anzi che sia fuori dall’orbita di attenzione dell’amministrazione comunale, visto che nel DUP (vedi pag.49) vi sono solo impegni generici al “sostegno” (sic) “al progetto Democenter Sipe e all’ incubatore d’impresa Knowbel”, come se non si sapesse bene come metterlo al servizio non solo delle start-up (per attività di incubazione), ma di quella parte di imprese locali che potrebbe beneficiare di servizi per l’innovazione ed il trasferimento tecnologico. Ad oggi si percepisce la fragilità della politica locale (vale per l’amministrazione vignolese, come per le altre amministrazioni del territorio): poche risorse, pochi progetti, poche idee, incapacità di “fare sistema”. Insomma, anche il “lavoro” per la fuoriuscita dalla crisi corre il rischio di ridursi ad un esercizio retorico. Dobbiamo prepararci all’effetto “rana bollita” (vedi)?

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4 Responses to La lunga crisi economica. E gli enti locali non sanno che fare

  1. Rosanna Sirotti ha detto:

     cREDO CHE L’AMMINISTRAZIONE DI VIGNOLA SI SIA TROVATA CON TANTI PROBLEMI DA RISOLVERE, INCANCRENITI DA 60 ANNI DI AMMINISTRAZIONE  ”  DICIAMO DIVERSA ” CHE MI SENTO DI NON INFIERIRE PER QUALCHE RITARDO SU UN ARGOMENTO TANTO SENTITO COME LA CRISI SUL TERRITORIO, MA CREDO CHE SU QUESTO ARGOMENTA DEBBA ESSERE INIZIATA AL IPIù PRESTO UNA PROFONDA DISCUSSIONE PARTENDO DA DATI CERTI.

  2. Andrea Paltrinieri ha detto:

    Il tema della crisi economica non è certamente un tema facile da trattare sulla scala degli enti locali. Molte leve sono collocate altrove: su scala UE (che però finora ha evitato di manovrare, se non per l’offerta di moneta da parte della BCE) o su scala nazionale (e il governo sta provando a fare qualcosa, con esiti contraddittori). Però anche a livello locale il tema va preso sul serio. Innanzitutto cercando di capire cosa succede sul territorio (dell’irrilevanza dei consigli comunali ho già detto: approvano il bilancio senza sapere nulla sulla crisi e come colpisce …). In ogni caso tra le cose accadute in questi anni (anche con la nuova amministrazione civica) ce ne sono alcune tutt’altro che entusiasmanti, segno del fatto che occorre un po’ più di “visione” sul che fare. Cito le prime due che mi vengono in mente.

    1) la Fondazione di Vignola ha attivato una nuova linea di erogazione: 150mila euro all’anno per lo “sviluppo locale”. Somma contenuta, certo, ma viste le ristrettezze dei comuni varrebbe la pena preoccuparsene. Ma la Fondazione non sa bene come impiegarli. Ed infatti nella prima annualità non sono riusciti ad impiegarli tutti. Ma soprattutto li ha messi (in larga parte) in cose strampalate o che avrebbe finanziato comunque.
    E’ cosa che ho commentato da tempo:
    https://amarevignola.wordpress.com/2015/12/13/la-fondazione-di-vignola-per-lo-sviluppo-locale-grandi-speranze-o-grandi-illusioni/

    Mi sembra decisamente anomalo che la Fondazione si impegni in un programma del genere (emettendo un bando per l’erogazione di contributi) senza avere al suo fianco l’amministrazione comunale (o, meglio, l’Unione Terre di Castelli). Senza avere stipulato un “patto” con gli enti locali di riferimento per l’impiego di quelle risorse in un quadro integrato. Eppure gli enti locali non c’erano. Il comune di Vignola: non pervenuto. Occasione mancata.

    2) Accesso al credito, crescita dimensionale (reti d’imprese), internazionalizzazione, ricerca & sviluppo e trasferimento tecnologico. Sono i punti deboli delle imprese italiane, emiliane, modenesi, vignolesi. Manodopera di qualità probabilmente c’é, ma non trova sbocchi occupazionali da noi (ne trova sempre meno) e dunque lascia il territorio (una “fuga dei cervelli” interna). Abbiamo però il nostro francobollo di tecnopolo (Knowbel). Qualcuno sa esattamente cosa ha prodotto in questi anni? Che fine hanno fatto le imprese “incubate”? Occorre stressare Democenter-Sipe per una rendicontazione come si deve, ma fino ad ora nessuno se n’é occupato. Non sarebbe il caso di avere un progetto di Unione su questo? Knowbel funge solo da incubatore di startup o può svolgere una qualche funzione propulsiva per l’economia del territorio? Intanto però è al lavoro da qualche anno, non si sa in base a quali indirizzi (evitando, come sempre, trasparenza e “pubblicità”).

    Tutte cose già dette da tempo:
    https://amarevignola.wordpress.com/2015/09/16/tecnopolo-dellunione-terre-di-castelli-cosa-succede/

    Sono le prime due cose che mi vengono in mente. Ma nel ruolo di assessore certamente molte altre se ne potrebbero vedere.

  3. Yakko977 ha detto:

    riposto (ed integro) qui quanto già scritto via mail.

    1) l’erogazione di 150k €, se finisse ad una sola azienda, è equivalente all’erogazione del bando regionale per lo sviluppo ICT per le aziende, grosso modo. nel 2015 e 2016 ho firmato progetti di finanziamento al bando e in tre casi su quattro l’azienda ha ottenuto il finanziamento (che va a risarcire parte delle spese documentate). Esistono anche finanziamenti europei diretti, in alcuni casi, ma spesso le associazioni di categorie non sanno indirizzare/aiutare correttamente alla compilazione dei progetti per i bandi (esempio ne fu un mio cliente che non prese il finanziamento, lo scorso anno, apparentemente a causa di una presentazione poco concreta da parte di CNA).
    Cosa potrebbe fare, in questo senso, l’amministrazione comunale? per esempio, affiancare le associazioni di categoria per creare maggiore conoscenza dei bandi regionali ed europei, preparare corsi di progettazione regionale ed europea (ne ho seguito uno a Parma, questo febbraio, per i bandi Erasmus+). magari sono cose che già si fanno e delle quali non sono a conoscenza.

    2) non sono in grado di dire cosa fa il tecnopolo. di sicuro, la mia azienda ha acquisito una startup nell’area, e a tutt’oggi so che fatturano consulenze e servizi, ma non prodotti. di per sè, non è un limite. lo diventa se il “prodotto” venduto non è di qualità. ma questo non è un problema dell’amministrazione. Certo, per evitare che sia autoreferenziale occorrerebbe disponibilità a “uscire dalla scatola”. esempio: far incontrare costruttori di stabili, amministratori di condomini e aziende di conoscenza ICT per sviluppare progetti di domotica avanzata. Il comune potrebbe diventare promotore esso stesso di strumenti all’avanguardia (avevo proposto tempo addietro all’assessore competente un incontro con me e un mio collega per un progetto di irrigazione smart dei giardini basata su arduino, senza fortuna)
    cosa sappiamo di arduino? di internet of things? dei progetti di maker? di industria 4.0?

    3) presso una altra azienda che seguo a vignola, assistetti qualche tempo fa ad una scena abbastanza penosa tra la titolare ed un apprendista saldatore maliano. il momento in cui la titolare ha fatto presente all’apprendista che non l’avrebbe tenuto perché inadatto si è svolta praticamente a gesti: la titolare non parla inglese (o non ha ritenuto di usarlo), l’apprendista maliano (da 9 anni in italia, ho scoperto) rispondeva a colpi di please, please.
    Ho parlato successivamente con il responsabile dei saldatori (algerino) che mi ha confermato come l’italiano l’abbia appreso, realmente, solo con la pratica del lavoro e della vita quotidiana, e con un breve corso della Lapam. Gli ho chiesto se ritenesse sufficiente per esprimersi quello che sa e se ha mai desiderato approfondire la lingua, e mi ha risposto che sì, per parlare a scuola con gli insegnanti dei figli andava bene, ma se sei curioso e hai un po’ di cultura questi approfondimenti te li cerchi da solo.
    Allo stesso modo, ho chiesto alla titolare se le associazioni di categoria organizza ancora corsi di lingua (sia italiano, sia inglese) e mi ha risposto che ne fanno molte meno (in realtà mi ha detto no, ma diciamo che tendo a non prendere per buona la risposta tranchant) perché gli insegnanti costano troppo alla Lapam.
    dunque: l’aneddoto può sembrare inutile, ma a tutti gli effetti abbiamo una quantità probabilmente molto nutrita di persone che hanno bisogno di migliorare la comunicazione. e questo, sul posto di lavoro, è fondamentale quanto un patentino da saldatore. i corsi di lingua per stranieri ci sono: facciamo quelli di lingua per italiani? (sia di italiano – sì, ce nè bisogno – , sia di inglese, sia di arabo, sia di cinese….)
    e soprattutto: facciamoli MISTI, che il miglior modo per comunicare è essere costretti a farlo 🙂

    aggiungo che esistono esempi virtuosi di consorzi che si creano (VMECH, che unisce 5 aziende tra vignola, savignano e marano) e di grandi aziende consolidate che faticano a stare nel loro tempo (CMS, Sitma). insomma: prima ancora che fare, occorre guardare con crescente curiosità le economie che cambiano.

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