Lo strappo del velo (ancora su Blu e la street art), di Flavio Favelli

Quello che non convince di Blu, di molta Street Art -Bansky compreso- e di tutta l’Arte che vuole essere Pubblica è che cercano una relazione con quello che avviene oggi e con quello che vuole idealmente – e a parole- la società. La loro poetica cerca sempre un qualcosa di reale, di attuale. L’opera di Blu, proprio come la saga-battaglia finale all’XM24, è popolare e usa un linguaggio immediato ed efficace per portarci nel grande conflitto del Bene contro il Male, della Giustizia contro l’Iniquità che soprende il passante nell’anonima periferia spesso abbandonata. L’arte così si posa su un muro scrostato o su un edificio emarginato e dialoga con la gente (anche se ci ha messo un po’ a capirla, come dice il presidente del quartiere Navile) che vede meglio attraverso le grandi pennellate della Street. Blu è popolare perché la sua arte è popolare, perché è nella strada, fuori dai palazzi e musei, e il suo significato, per sommi capi, è condiviso.

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Una delle opere di Blu a Bologna ora cancellate (foto del 31 luglio 2009)

Blu non è l’artista snob, concettuale e complicato, ma un Robin Hood anonimo che dà voce a chi non ce l’ha. Senza firma e senza autore, la pittura diventa di tutti in un luogo che prima era di nessuno. Opera data che si fonde nella città attraverso l’intonaco marcio. Il gesto di Blu -e del suo popolo- più di cancellare è un resettare e appare subito molto interessante. In un mondo dell’arte dove l’interesse è perennemente vago e disattento, scandito solo da preview e vernissage, il gesto estremo diventa insopportabile ai più che non contemplano nessuno strappo. Tranne quello che porta i murales al museo. Ma questa revoca-azzeramento non è altro che lo strappo del velo del tempio, che impedisce di vedere la condizione e la contraddizione dell’artista lacerato.
L’arte è per natura esclusiva ed elitaria e chi la vuole popolare e accessibile sbattte contro un muro più grande di lui, che stavolta non può dipingere.
In una Repubblica fondata sul lavoro, chi annulla e annienta non ha scampo, nemmeno se è un gesto d’arte, nemmeno se è disperato, nemmeno se il gesto è rivolto alla sua stessa opera. Con una pletora di pareri chirurgici si è discusso di legalità, di diritti, di possesso e di proprietà di queste opere. Sull’eredità pare ci siano ancora dei dubbi.
Blu è un martire che non fa vittime, accusato da una comunità distratta e conformista, preoccupata solo della perdita di quello che non sarebbe mai stata capace nemmeno di immaginare, ma che pretende di possedere. Blu è un cristo senza croce, chiamato in causa da un’istituzione che con tutti i nobili propositi possibili non fa altro che trasformare i suoi slanci spontanei, impegnati e destinati ad un composto e consapevole oblio, in quadri con le attaccaglie e con i contratti di assicurazione. E’ di un designer, Enzo Mari, una definizione che da tempo rimugino quando sono davanti a un muro: “la creazione è un atto di guerra, non un armistizio con la realtà“.

Flavio Favelli

PS Questo testo è stato pubblicato su la Repubblica – Bologna del 17 marzo 2016 nell’ambito della vasta discussione sulla cancellazione dei propri “murales” da parte di Blu in reazione alla mostra “Banksy & Co. L’arte allo stato urbano” (vedi).

Flavio Favelli vive e lavora a Savigno (Bologna). Dopo la Laurea in Storia Orientale all’Università di Bologna, prende parte al Link Project (1995-2001). Ha esposto con progetti personali al MAXXI di Roma, al Centro per l’Arte Pecci di Prato, alla Fondazione Sandretto di Torino, alla Maison Rouge di Parigi e al 176 Projectspace di Londra. Partecipa alla mostra “Italics” a Palazzo Grassi nel 2008 e a due Biennali di Venezia: la 50.ma (“Clandestini”, a cura di F. Bonami) e la 55.ma (Padiglione Italia a cura di B. Pietromarchi). Nel 2015 l’opera Gli Angeli degli Eroi viene scelta dal Quirinale per commemorare i militari caduti nella ricorrenza del 4 Novembre.

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2 Responses to Lo strappo del velo (ancora su Blu e la street art), di Flavio Favelli

  1. itappens ha detto:

    La “popolarità” propria della street art che viene giustamente evidenziata nella prima parte dell’articolo è a mio avviso contraddetta dal gesto di cancellare l’opera perché non venga fruita fuori dal suo contesto. La mia considerazione è l’esatto opposto, ovvero che siamo di fronte ad un approccio snobistico, reazionario, di un artista che pensa di essere superiore alla sua stessa opera e pertanto la distrugge. Dichiarandone la proprietà privata.

    • flaviofavelli ha detto:

      Buongiorno, certo la contraddizione fa parte dell’arte. Non sono un critico, nè un giornalista, ma un artista e scrivo nello stesso modo con cui opero in arte. Come dice Mario Perniola l’arte contemporanea sta nel “vaso di Pandora”, luogo di “perverisoni” e “psicopatologie”.
      L’arte contemporanea è allo stesso tempo arte, anti arte e meta arte, se si traduce in una questione bene-male, giusto-corretto è meglio lasciare perdere….John Baldessari bruciò tutti i suoi quadri dipinti dal 1953 al 1966… . E’ tutto contraddittorio perchè lo stesso Blu non sa se essere artista o no -la Street Art non si colloca in linea di continuità con l’arte, anzi… non è chiaro se il suo dipinto sia un’opera, e poi, la questione della proprietà privata non era certo una preoccupazione della Street Art, anzi…è stata la Fondazione bolognese che con avvocati al seguito ha messo in scacco la questione e, piaccia o no, si può rispondere ad uno scacco anche alzando il tavolo con tutti i suoi birilli o forse la citazione di Enzo Mari è troppo complessa.

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