Fusione dei comuni: incontro con l’assessore regionale Emma Petitti. Che ha deluso

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La parte più interessante della serata “Fusione dei comuni? I diritti ed i poteri dei cittadini” è stata quella del dibattito, ovvero degli interventi dei consiglieri e del pubblico presente (circa 50 i partecipanti, in aggiunta ai componenti della commissione – la serata, in effetti, consisteva in una seduta “aperta” della commissione consultiva sulla fusione dei comuni dell’Unione Terre di Castelli: vedi). La parte più deludente, invece, l’intervento dell’assessore regionale (PD) Emma Petitti, che ha dimostrato di non essere in grado di prendere sul serio i nodi critici emersi in questi primi anni di esperienze “fusioniste” ed anche di essere priva di una forte visione strategica sul perché delle fusioni. Peccato. Peccato perché una Regione priva di una forte visione strategica (e di una forte visione “normativa”) non aiuta granché quegli enti locali che si interrogano sul proprio futuro anche cercando di immaginare un diverso assetto istituzionale.

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Al centro del tavolo il presidente dell’Unione Mauro Smeraldi, tra l’assessore regionale Emma Petitti ed il presidente della commissione Marco Ranuzzini (foto del 16 marzo 2016)

[1] Il sottotitolo dell’iniziativa – I diritti ed i poteri dei cittadini – introduce quello che da tempo è uno dei nodi caldi dell’iter per la fusione di più comuni. Si tratta della questione “chi decide?”, ovvero del potere riconosciuto alla volontà popolare (che si esprime tramite un referendum). In Emilia-Romagna le fusioni di comuni sono regolate dalla Legge Regionale n.24/1996 (vedi). Semplificando, l’iter usuale prevede che i consigli comunali dei comuni interessati avanzino richiesta alla Regione per l’istituzione del nuovo comune tramite aggregazione di due o più comuni esistenti. Per procedere occorre che l’Assemblea Legislativa approvi una specifica legge regionale, cosa che deve essere preceduta da un referendum consultivo (dunque non vincolante) delle popolazioni interessate (artt. 11 e 12: vedi). Quanto conta, dunque, la volontà popolare? Quanto si prende sul serio – la questione può essere espressa in questi termini – il principio di sovranità popolare? E’ in effetti singolare che il referendum sia solo “consultivo” e non, invece, “confermativo”. Il tema è esploso sin dalla prima grande fusione, quella relativa ai 5 comuni che hanno dato vita al comune di Valsamoggia (vedi). Fusione controversa perché in 2 dei 5 comuni i cittadini si sono espressi in maggioranza contro la fusione. Fatto che però non ha impedito all’Assemblea Legislativa di procedere comunque con l’approvazione del progetto di legge di istituzione del nuovo comune. Quell’esperienza (traumatica) ha però aperto una “riflessione” in Regione, innanzitutto in Assemblea Legislativa (vedi). Riflessione che però non ha portato ancora ad assumere una posizione chiara – ovviamente per quei casi in cui i cittadini dei diversi comuni interessati si esprimessero in modo difforme circa il progetto di fusione.

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La sala con il pubblico (foto del 16 marzo 2016)

[2] E’ così che commentando l’esito del recente referendum tenuto in due comuni del piacentino avviati verso la fusione l’assessore regionale Petitti ha dichiarato: “A decidere sono sempre i cittadini. Quindi non è possibile una fusione tra due Comuni dove in uno di essi prevalga nettamente il no” (vedi). Però poi nell’incontro vignolese del 16 marzo l’assessore Petitti ha ribadito che si tratta di una “decisione politica” – insomma nessuna “cessione” (sic) di sovranità ai cittadini. L’ultima parola spetterebbe comunque alla Regione. Questa non volontà di fare chiarezza, di rispondere in modo chiaro alla domanda “chi decide?” costituisce una posizione miope e priva di coraggio. Ed in quanto tale non aiuta, ma anzi è di ostacolo ai progetti di fusione. E’ vero che la posizione espressa dall’assessore regionale (e ribadita dall’Assemblea Legislativa) non afferma che conta comunque il risultato complessivo del voto referendario (basterebbe dunque che il progetto di fusione venisse approvato dalla maggioranza complessiva dei votanti, non dalla maggioranza dei votanti di ogni singolo comune coinvolto). Insomma, la vicenda di Borgonovo Val Tidone e Ziano Piacentino è in evidente “contraddizione” rispetto alla vicenda di Valsamoggia. Ma se questo da un lato testimonia un mutamento di posizione della Regione, dall’altro non chiarisce preliminarmente in base a quali criteri la Regione decide di procedere allorquando il progetto di fusione ottiene “valutazioni” diverse dai cittadini dei comuni coinvolti. Nell’incontro di mercoledì 16 una richiesta di chiarezza sul punto non è venuta solo da consiglieri di opposizione e cittadini (anche simpatetici verso l’ipotesi di fusione – questo è stato uno dei temi toccato dal mio intervento), ma anche dal sindaco di Castelnuovo Carlo Bruzzi che ha appunto chiesto alla Regione di esplicitare (anticipatamente) i criteri di decisione allorquando il progetto di fusione ottiene valutazioni referendarie difformi nei diversi comuni. Purtroppo l’assessore Petitti ha dimostrato di non essere in grado di dare altra risposta che, appunto, una non risposta. Insomma, si rimane (ad oggi) nell’indeterminatezza. Nella non chiarezza. Nel limbo tra la recente mancata fusione piacentina (vedi) e la forzata fusione della Valsamoggia (vedi).

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L’intervento del sindaco di Castelnuovo Carlo Bruzzi (foto del 16 marzo 2016)

[3] Deludente è stata però anche la debole capacità di visione strategica dispiegata dall’assessore regionale Emma Petitti. Perché la Regione sta promuovendo le fusioni di comuni? Questo è il tema. Quale disegno strategico vi sta dietro? Quello di “rafforzare” i comuni nel nuovo assetto istituzionale che vede la “scomparsa” delle Province? Quello di avvicinare ai cittadini le funzioni di governo oggi allocate su livelli superiori, dunque più distanti? O più semplicemente – più banalmente – quello di far “scomparire” un po’ di comuni di piccole dimensioni? Sembra in effetti che nell’orizzonte delle politiche regionali vi sia solamente questo minimale e decisamente banale obiettivo. E nulla di più, in verità, è emerso dalle parole dell’assessore regionale. Che, con ogni probabilità, non fa che riflettere la mancanza di obiettivi ambiziosi delle politiche regionali di riordino istituzionale. Certo, se obiettivo della Giunta Regionale è semplicemente quello di “portare a 300 il numero dei Comuni, diminuendone quindi il numero attuale” (334) – e non si capisce perché 300 e non 280 o 320 (insomma, 300 perché è un bel numero tondo!) – significa che del tema del “riordino istituzionale” si coglie solo la dimensione più banale, ovvero il superamento dei piccoli comuni. Tralasciando invece la parte più ambiziosa, ovvero una diversa allocazione delle funzioni di governo tra i diversi livelli istituzionali. E’ un tema al centro dell’intervento fatto mercoledì sera da Roberto Adani, ex-sindaco di Vignola – intervento che riprende considerazioni già svolte in passato su questo blog (vedi). Insomma, il disegno strategico non può essere solo quello di istituzioni più efficienti (dove l’efficienza è perseguita tramite l’aumento di scala, ovvero aggregando più comuni) o di minori costi della politica. Deve invece essere quello di istituzioni più efficaci, ovvero in grado di governare meglio – anche in conseguenza di un trasferimento di funzioni ora allocate sui livelli sovrastanti (Province o Regione). Perché dunque non incentivare le fusioni di comuni definendo che per tutti i comuni con almeno 30 o 50mila abitanti (a titolo d’esempio) la Regione trasferirà ad essi le competenze amministrative in tema di agricoltura, ambiente, ecc.? Riappropriarsi delle leve del comando su pezzi importanti delle politiche di settore potrebbe essere un incentivo ancora più forte rispetto alle attuali incentivazioni economiche. Eppure anche su questo aspetto dall’assessore regionale è arrivata una non-risposta.

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Il pubblico in sala (foto del 16 marzo 2016)

[4] Altro tema di rilievo emerso nell’incontro del 16 marzo è la condizione di difficoltà economica dei comuni – piccoli o grandi che siano. Ha richiamato l’attenzione su questo il capogruppo consiliare PD di Spilamberto Niccolò Morselli. Ma soprattutto il sindaco di Marano Emilia Muratori. Questi ed altri interventi hanno anche consentito di rispondere alla domanda fatta dal consigliere M5S di Spilamberto Fiorella Anderlini su quale legittimità può avere uno studio sulla fusione dei comuni fatto senza il mandato dei cittadini (il riferimento è all’assenza del tema nel programma elettorale di diverse forze politiche che ora amministrano). Ovviamente c’è qualcuno che dice (è stato ribadito anche mercoledì sera) che fare uno studio significa automaticamente voler fare la fusione. Ma non è così – è emerso chiaramente proprio dalle parole dei sindaci (Mauro Smeraldi, Carlo Bruzzi, Emilia Muratori). Fare uno studio significa invece analizzare più prospettive (non a caso lo studio di fattibilità mette a confronto l’ipotesi “fusione dei comuni” con l’ipotesi “manutenzione straordinaria dell’Unione”: vedi), valutare i pro ed i contro di ciascuna di esse, metterle a confronto. Adesso siamo in questa fase ed è bene provare a realizzarlo al meglio lo studio di fattibilità! Ma non c’è dubbio che l’urgenza di esplorare anche lo scenario “fusione dei comuni” nasce dalle difficoltà che, a causa della crisi economica che da anni colpisce il paese, i comuni incontrano sempre di più a mantenere il livello dei servizi (figuriamoci ad offrirne di nuovi – di cui pure ci sarebbe bisogno: vedi). E’ però importante che questa difficoltà venga fatta emergere nella comunicazione all’opinione pubblica locale, superando il “pudore” che molti amministratori comprensibilmente hanno nel dire “non ce la facciamo più”. Mercoledì sera è stato un primo passo.

PS Per chi voglia ripercorrere gli interventi della serata e relativo dibattito c’é il video opportunamente realizzato dal consigliere M5S di Castelvetro Filippo Gianaroli (vedi).

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