Cosa impedisce il superamento del canile tradizionale?, di Roberto Monfredini

Per meglio comprendere la situazione attuale in merito all’affido o all’adozione dei cani abbandonati recuperati nei territori della nostra provincia occorre interrogarsi se l’affidamento della gestione di un canile (e servizi annessi) ad un’impresa, anche in forma cooperativa, possa essere una soluzione vincente. Innanzitutto occorre stabilire dei criteri orientativi in materia, o obiettivi del progetto. Senza questi obiettivi (o se non si è d’accordo su ciò) tutto il discorso seguente non ha nessuna validità.

Immagini di repertorio (ma un canile collocato sul fondo di una cava non avrebbe prodotto risultati molto dissimili!)

Immagini di repertorio (ma un canile collocato sul fondo di una cava, come progettato in origine a Spilamberto, non avrebbe prodotto risultati dissimili!)

Eccoli, dunque:

  1. Il canile è un luogo di sofferenza che può esistere solo in soluzione temporanea al fine di accasare gli animali in una casa con proprietari che possono dare amore e cure di cui ogni cane ha necessità.
  2. Ogni progetto in materia ,con notevoli cifre che sono spese dalle Amministrazioni, deve essere volto alla riduzione o azzeramento del numero dei cani presenti, rendere quindi il sistema delle uscite superiore a quello delle entrate.
  3. In una società evoluta il canile non deve esistere, e quindi l’obiettivo è trovare tutte le strade possibili nelle maglie legislative per azzerarlo.
  4. Il benessere animale non passa dal canile, ma nel canile il cane vive un dramma psico –fisico notevole che può ripercuotersi per tutta la vita nel comportamento dello stesso.
  5. Ogni amministrazione deve programmare l’adozione di un progetto volto alla chiusura di tutti i canili esistenti, riducendo le spese e migliorando il benessere animale.
  6. Possono essere presenti solo strutture per la detenzione temporanea. Questa diventa permanente in quei casi estremi di aggressività nei confronti dell’uomo e solo in quei casi la detenzione può prolungarsi fino a fine vita.
  7. L’applicazione diffusa del microchip, la sterilizzazione di tutte le femmine, le agevolazioni economiche, sono gli strumenti che la normativa si pone al fine di non avere la presenza di canili.

La sostituzione dell’associazionismo volontario, quale soggetto gestore di tali servizi, con forme di impresa cooperativa, anche se sociale, apre degli scenari nuovi nel settore del mondo animale da affezione. Il principale problema è certamente quello dell’emersione e consolidamento di un atteggiamento di delega da parte delle istituzioni pubbliche. La gestione di tali servizi richiede – è vero – persone competenti in materia, ma dovrebbe trattarsi di servizi in divenire, nel senso che devono sfociare in altri progetti, applicando spesso una normativa, la L.R. n.27 del 7 aprile 2000 “Nuove norme per la tutela ed il controllo della popolazione canina e felina” (pdf), che afferma chiaramente che al fine di evitare il sovraffollamento occorre agire con leve in materia di affido/adozione, che sono elencate brevemente nella stessa, ma che possono essere estese, con una precisa volontà degli amministratori locali. Il confronto fra associazionismo e imprenditoria (anche coop sociale) in questo settore, mette in luce obiettivi completamente opposti, che andrò a cercare di elencare semplicemente.
La storia modenese dell’associazionismo ha visto in 40 anni brutte pagine con le varie storie delle eredità miliardarie (in lire), dei ricorsi al TAR, delle querele, delle cause, delle separazioni, del frazionamento in varie “sottospecie” … insomma una pagina legata al benessere animale che spesso ha lasciato gli animali in condizioni pessime (vedi il vecchio canile di Savignano, quello di San Cataldo o di Colombaro), con molti volontari a lavorare in condizioni disagiate ed i Comuni spendere cifre enormi per risultati scadenti, ma soprattutto non tutelando il benessere animale (non mi riferisco certamente ai selvatici recuperati di cui invece abbiamo un ottimo esempio).

Gazzetta di Modena, 11 novembre 2015

Gazzetta di Modena, 11 novembre 2015

L’associazionismo ha come unico obiettivo la cura, il ricovero e il benessere dell’animale, senza nessun fine di lucro e si inserisce gratuitamente nella filiera di questo settore lasciando al gestore (il Comune o un insieme di comuni) i costi relativi alla struttura, alle utenze ed a tutto ciò che comporta la gestione economica delle spese vive, in tal modo caricando i cittadini di un costo (solitamente meno di 1 euro/cittadino/anno – alcune provincie viaggiano con 0,40 euro/cittadino/anno) che al confronto con le imprese cooperative appare estremamente vantaggioso. Quindi l’associazione pare essere l’ideale strumento da adottare in un settore come questo nel quale il progetto che l’Amministrazione deve intraprendere, è mirato alla transitorietà della struttura canile. L’associazione in linea con i principi sopraelencati è semplicemente il braccio di una concezione moderna in divenire , volta al superamento del canile, per attuare una politica di rispetto e benessere dell’animale, quindi un sistema flessibile.
L’affidamento della gestione ad imprese, per converso, per sua stessa natura, non è lo strumento maggiormente efficace, in quanto non può vedere nella transitorietà del canile un obiettivo che sia in linea con le normative Italiane o con progetti volti alla eliminazione del canile, in quanto dovrebbe eliminare se stessa. Si trova quindi in palese conflitto di interessi, cosa che genera un sistema rigido. La stessa delega ad un imprenditore, da parte dei Comuni o Unione degli stessi, svincolandosi completamente dalle responsabilità, crea di fatto una delega totale all’imprenditore. Ovvero deresponsabilizza gli stessi comuni, non essendo più il comune perno della politica in materia. Ne consegue così una sorta di “fossilizzazione” del concetto di canile, rendendolo di fatto eterno e rinunciando ad intervenire in prima persona nel rapporto tra cittadini e animali. Venendo quindi meno a quegli obblighi comunicativi che sono il basamento dell’idea che il legiferatore con la L.R. n.27/2000 ha cercato di indicare, creando di fatto un irrigidimento irreversibile della struttura.

Gazzetta di Modena, 27 dicembre 2013

Gazzetta di Modena, 27 dicembre 2013

Il massimo della deresponsabilizzazione avviene ad esempio nell’Unione Terre di Castelli quando si afferma di aver firmato un contratto da 260.000 euro per 15 mesi con una cooperativa, senza citare (volutamente) il numero cani ospitati (per una ricostruzione della vicenda del fallito progetto di canile intercomunale: vedi). Un contratto che tiene conto del servizio fornito, al pari di un fornitore della luce o del gas o dei rifiuti da smaltire. In questo caso si ammette in primis l’incapacità di gestire il volontariato nel settore. Si ammette che non si è riusciti a limitare, nonostante le cifre rilevanti impegnate, l’interesse da parte del gestore associativo a detenere animali, con applicazioni arbitrarie delle L.R. n.27/2000 – il tutto al fine di percepire maggiori compensi derivanti dal numero di animali presenti. Il risultato è un contratto che, volendo fare un paragone, potrebbe essere quello per il ritiro dei rifiuti senza interessarsi di quanti rifiuti vengono ritirati, quante ton/anno, quanti transiti/settimana ecc. Un contratto cioè decisamente “lacunoso” . Ma il danno maggiore che questa politica comporta è proprio quello della “stabilizzazione” della concezione uomo/cane, relegando la figura del comune a ruolo di semplice comparsa che ha il solo scopo di elargire il compenso pattuito. Diventando esso stesso non il cardine del progetto adozione, benessere, tutela, affido, ma un raccoglitore di fondi stabiliti (in forma semplice o associata) dalla fiscalità. Il fatto che l’imprenditoria cooperativa si sia impadronita in pochi anni, nella nostra provincia, della quasi totalità del settore randagismo (insieme, in realtà, ad altri settori come la gestione dei servizi per l’immigrazione, il recupero dalla tossicodipendenza o dalla prostituzione) ha certamente risolto in parte le lotte intestine tra le varie associazioni del settore, ma ha creato un precedente anomalo. Ha cioè “industrializzato” il benessere animale. Ed è stata creata una struttura di interessi economici sulle adozioni, i ricoveri, ecc.
Gli esempi che si hanno in altre provincie del Nord Italia, con gestioni affidate ad associazioni di volontariato e con obiettivi volti all’affido rapidissimo, consistono dunque di strutture leggere con costi di 0,40 euro a cittadino per anno, con un numero di cani ricoverati in struttura permanente nella misura di 1 ogni 2.200 cittadini. Insomma una realtà nettamente differente, con la precisa volontà delle amministrazioni comunali, che spesso delegano ad un Assessore al Benessere Animale, di fungere da raccordo fra le varie associazioni, ASL, la Provincia, ecc.

Il Resto del Carlino - Modena, 23 marzo 2013.

Il Resto del Carlino – Modena, 23 marzo 2013.

In Emilia-Romagna, in sostanza, si sono rispettate a grandi linee le normative in materia, ma pagando un prezzo non trascurabile in termini di standardizzazione e rigidità. Rendendo ad esempio inutile quel Comitato delle istituzioni che la L.R. n.27/2000 ha voluto come perno della programmazione provinciale e non comunale o di Unione di Comuni, in quanto solo la visione provinciale, permette di avere la visuale della tipologia degli interventi, al fine anche di ridurre i costi e migliorare la programmazione per arrivare ad un livello di benessere animale elevato. Un comitato svuotato di poteri e che delega esso stesso alla imprenditoria cooperativa è in sintesi un organo di programmazione che non programma. Un completo fallimento della politica in materia.
Appare quindi – concludendo – il mondo associazionistico il vero strumento che si interfaccia con la volontà politica delle amministrazioni nel sistema del randagismo, in quanto non è fine a se stesso, ha capacità di adattamento, è coerente alle modifiche legislative in corso, non trae profitto dal settore e si esprime in quel volontariato che raccoglie la propria forza e si autoalimenta, anche emotivamente, proprio per l’assenza di strutture economiche istituzionali. Invece l’imprenditoria cooperativa, in un settore di questo tipo, fornisce certamente garanzie maggiori dal punto di vista dell’inquadramento normativo, rendendo però lo strumento fine a se stesso e quindi eterno. Fossilizzando un sistema e, di fatto, deresponsabilizzando i comuni che invece devono essere il perno della vitalità del settore, in continua evoluzione, in quanto i veri strumenti comunicativi con la popolazione al fine di creare la cultura del rispetto delle future generazioni, soprattutto nelle scuole e nelle famiglie.

Roberto Monfredini

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: