Il manichino della storia: flop colossale della mostra al Mata di Modena

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Sono stato uno dei 16.817 visitatori della mostra al MaTa (ex-Manifattura Tabacchi) di Modena, “Il manichino della storia. L’arte dopo le costruzioni della critica e della cultura”, curata da tal Richard Milazzo. Già il titolo è un capolavoro di marketing: invita a starne alla larga. Sono comunque un visitatore pentito – lo confesso. Perché la mostra era priva di qualsiasi sostanza culturale. Un semplice affastellamento di 90 opere (alcune anche pregevoli) senza un vero nesso tra di loro se non quello di essere arte contemporanea. Ma per l’assessore alla cultura (sic) di Modena – sembra si chiami Gianpietro Cavazza – trattasi comunque di un’operazione riuscita. Invece no. La mostra è stata un flop clamoroso, e non solo dal punto di vista economico. E’ anzi proprio sul piano culturale che si è rivelata del tutto inconsistente.

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Shirin Neshat, Birthmark, 1995 (foto del 13 dicembre 2015)

[1] 550 mila euro di “investimento” per la realizzazione della mostra. Più 50.000 euro per l’affitto (spesa annua) degli spazi. Inaugurata venerdì 18 settembre, nell’ambito del festivalfilosofia 2015, è terminata il 31 gennaio 2016. E’ stata visitata da 16.817 persone, oltre la metà a pagamento (9.812), mentre 7.635 hanno approfittato delle occasioni in cui l’ingresso era libero (oltre 6mila nei tre giorni del festivalfilosofia). Alle visite guidate hanno partecipato in 1.505. Gli studenti che hanno partecipato a visite guidate per le scuole e attività didattiche sono stati 381 (tutte le cifre nel comunicato stampa del Comune di Modena: vedi). Nei 136 giorni di apertura una media di 124 visitatori al giorno (885 a settimana). L’incasso totale – comprensivo di biglietti, visite guidate a pagamento su prenotazione, vendita cataloghi – è stato di 36.824 euro. Neppure sufficiente a coprire il cachet del curatore Richard Milazzo (48.538 euro). I “ricavi” sono pari al 6,7% della spesa. Dal punto di vista economico un flop clamoroso.

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Sandro Chia, Discussione su l’arte e la pittura, 2003 (foto del 13 dicembre 2015)

[2] “Accanto alle prime cifre del bilancio economico è importante sottolineare quanto la mostra al Mata abbia fatto parlare in Italia di Modena come luogo aperto alla cultura contemporanea” (vedi). E poi anche: “Modena è una delle poche città che investe nella cultura. Il Mata è nato per essere una casa per l’arte contemporanea, nuovi talenti e linguaggi multimediali. Il nostro obiettivo è coinvolgere e stimolare un pubblico trasversale e con il ‘Manichino’ lo abbiamo fatto. (…) i 550mila euro sono arrivati da più soggetti, dalla Regione (209mila euro, ndr), da Apt servizi (100mila euro) e da Confindustria (55mila euro), quindi mi sento di dire che sono stati soldi ben spesi” – così l’assessore alla cultura del comune di Modena, Gianpietro Cavazza, secondo quanto riportato da Il Resto del Carlino (vedi). Che poi aggiunge: “Infine Cavazza ha ricordato come l’apertura del Mata e la recensione della mostra è apparsa su 57 quotidiani, su otto settimanali e su 17 testate periodiche nazionali.

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Alcune opere della mostra “Il manichino della storia” (foto del 13 dicembre 2015)

Dunque il criterio di successo, per l’assessore, starebbe nel numero di recensioni o semplici news sulla stampa. Certo, questa è una delle poche cose “misurabili”. Ma se fosse un vero assessore alla “cultura” dovrebbe essere in grado di fare ragionamenti un po’ più sofisticati. Merita un encomio (sic) anche la dirigente del settore Cultura del comune di Modena, Giulia Severi, visto che afferma perentoria: “non ci sono stati sprechi” – quando l’intera mostra è stata uno “spreco” (priva com’era di una qualsivoglia riconoscibile sostanza culturale)! E comunque il fatto che l’enorme cifra spesa (in rapporto al “risultato”) sia arrivata “da più soggetti”, ovvero non sia stata posta a carico del solo bilancio comunale, non è affatto una giustificazione: quelle risorse potevano, dovevano essere impiegate per un vero progetto culturale.

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Opere di Anselm Kiefer e Shirin Neshat (foto del 13 dicembre 2015)

[3] Non è il caso, ovviamente, di fare paragoni con mostre caratterizzate da quadri-icona (vedi) o dalle mostre con tematiche più popolari (grandi successi hanno sempre in Italia quelle dedicate agli impressionisti, a Van Gogh o a Picasso – ovvero le star dell’arte). Certo la mostra sulla golden age olandese con il capolavoro di Jan Vermeer, a Bologna, ha avuto 342.626 visitatori in 106 giornate di esposizione (vedi) – e pure è stata economicamente in perdita. Poco meno di 80mila visitatori (in 6 mesi di apertura) per la mostra bolognese «Da Cimabue a Morandi. Felsina Pittrice» (vedi). Mostra pregevolissima. Non sono questi, però, i termini di paragone appropriati. Una mostra dedicata a Giacomo Balla (1871-1958), noto come pittore futurista, ma in realtà con opere di straordinario valore artistico sia prima che dopo quel periodo, ha fatto comunque poco meno di 20.000 visitatori in 88 giorni di apertura (12 settembre – 8 dicembre 2015) (vedi). Ed era collocata nella sperduta campagna parmense, a Mamiano di Traversetolo (dove ha sede la Fondazione Magnani Rocca), non nel cuore di una città da 180mila abitanti!

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Mata. L’ex-Manifattura Tabacchi trasformata (anche) in spazio per la cultura (foto del 13 dicembre 2015)

Se rapportata al flop modenese la mostra parmense è stata un vero successo, non solo in termini di apprezzamento del pubblico (ricordiamo comunque che 20.000 visitatori sono quelli di una settimana di Biennale d’Arte a Venezia o quelli di mostre “popolari” come appunto quella bolognese con la Ragazza con l’orecchino di perla: vedi). Ma soprattutto dal punto di vista della qualità dell’offerta. Qualità clamorosamente mancata invece nella proposta modenese sul “Manichino della storia”, rivelatasi un assemblaggio disorganico di opere d’arte contemporanea le più disparate senza un filo conduttore, senza alcuna ambizione “culturale”. Un tentativo malriuscito di realizzare una wunderkammer del contemporaneo ad uso dei provincialissimi modenesi (non molti per la verità) che hanno abboccato (io con loro). Può essere dunque che la mostra al Mata abbia consentito di sollevare un po’ di polvere sui mass media circa l’impegno “culturale” (sic) della città di Modena. Ma chiunque è andato a vedere ha capito immediatamente che quello che mancava era proprio un progetto “culturale”. D’altro canto è singolare il fatto che il progetto sia stato proposto all’amministrazione comunale (che non ha “potuto” dire di no) non dalle proprie istituzioni culturali, bensì dallo chef Massimo Bottura e dal gallerista Emilio Mazzoli. Mostra poi organizzata sotto l’ombrello della Galleria Civica, ma di fatto con curatela esternalizzata a Richard Milazzo. Insomma, si è fatto girare l’economia (di pochi). Per la cultura se ne riparlerà la prossima volta. E questa sarebbe un’amministrazione di sinistra?

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Prima Pagina, 9 agosto 2015, pag.8.

PS La visita alla mostra di Vittorio Sgarbi (il 21 ottobre 2015) è una vera chicca. Ma ancora di più lo è la prostrazione dell’assessore alla cultura (sic) modenese: “È il vicesindaco Gianpietro Cavazza, che ha aperto “il manichino” appositamente per il noto critico a rivelare i retroscena. «Sgarbi si è fermato davanti a ogni quadro a caccia di particolari, dopo essersi tolto qua e là gli occhiali. Ha guardato le opere con dolcezza al di là della sua consueta esuberanza, diciamo».” (qui il resoconto della Gazzetta di Modena del 23 ottobre 2015: pdf). Non viene voglia anche voi di candidare l’assessore al premio IgNobel (vedi)? Qui il comunicato stampa del comune in pdf.

PPS Andrea Galli, capogruppo di Forza Italia in consiglio comunale a Modena, ha presentato un ordine del giorno in cui svolge considerazioni critiche assai simili a quelle di questo post. Ne dà conto Prima Pagina del 7 febbraio 2016, pag. 10 (pdf). Concludendo con le richieste di dimissione dell’assessore Gianpietro Cavazza.

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Il Resto del Carlino – Modena, 11 febbraio 2016, p.8.

PPPS Sono arrivate, infine, anche le critiche dell’assessore regionale alla cultura Massimo Mezzetti. Le ha riportate la stampa (Il Resto del Carlino – Modena; Prima Pagina), oggi 11 febbraio 2016: “La mostra ‘Il manichino della storia’ a me ha lasciato perplessità fin dall’inizio, si sa e l’avevo dichiarato.” Qui la pagina del Carlino: pdf.

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Gazzetta di Modena, 10 febbraio 2016, pag.12.

PPPPS Continuo ad aggiungere post scriptum a questo post, ma è oggettivamente difficile resistere, specie dopo le dichiarazioni dell’assessore modenese alla cultura Gianpietro Cavazza (si veda la Gazzetta di Modena, 10 febbraio 2016, p.12)  incapace di trovare argomenti per rispondere alle critiche (neppure un abbozzo di replica alle fondatissime critiche sulla mostra “Il manichino della storia”). E infatti tutto ciò che ha saputo dire, in sostanza, è “io vado avanti e non penso proprio di dimettermi“. Chiuso nel suo ufficio come in un bunker tiene in ostaggio le istituzioni culturali modenesi. Oggi la politica è ridotta così (e forse la foto non è casuale).

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3 Responses to Il manichino della storia: flop colossale della mostra al Mata di Modena

  1. Andrea Paltrinieri ha detto:

    Il tema vero della mostra modenese “Il manichino della storia” è: chi guadagna con l’arte? Che cosa giustifica una spesa di 550mila euro in assenza di un progetto culturale degno di questo nome? E’ sbagliata l’impressione che un’iniziativa realizzata con la copertura del comune sia in realtà un’operazione degli amici degli amici degli amici? La mostra in effetti è stata accompagnata da polemiche fin dall’inizio. Comprensibilmente, visto il modo singolare in cui è nata. Non come progetto interno delle istituzioni culturali modenesi, ovvero come progetto realizzato da chi comunque ha una visione dell’arte ed è in grado di formulare linee di ricerca o di riflessione relative all’arte contemporanea e traducibili in una mostra. L’impressione è che la mostra sia nata come semplice operazione di marketing per dare l’idea di Modena come “città che investe nella cultura” (sono parole dell’assessore Cavazza). Chi ha visitato la mostra vede però altro. Vede una città incapace di investire in cultura secondo una visione progettuale di medio-lungo periodo. Vede la mancanza di un progetto. E siccome l’evento è stato un flop clamoroso dal punto di vista economico, la domanda “chi ha guadagnato con l’arte”? chi ha guadagnato con la mostra “Il Manichino della storia”? è pertinente. Gli amici degli amici degli amici?

    Per una diversa declinazione del tema:
    http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2016/02/03/news/la_grande_rapina_ai_musei-131170754/

    I visitatori alla mostra “Il manichino della storia” ha avuto 885 visitatori a settimana. Un dato che ci consente di fare dei confronti con altre mostre d’arte. Ogni domenica la Repubblica pubblica, nelle pagine culturali, i dati delle 5 mostre che hanno avuto il più alto numero di visitatori nella settimana precedente. Come prevedibile non ci sono in questa top five mostre di arte contemporanea (come quella del MATA) ed è con queste mostre che il confronto andrebbe fatto. In attesa che l’assessore alla cultura di Modena faccia ragionamenti (e confronti) di questo tipo, accontentiamoci di questa comparazione (i dati riportati sono quelli pubblicati su la Repubblica di oggi, 7 febbraio 2016, pag. 47). Monet dalle collezioni del Musée d’Orsay, a Torino: 20.198; Hayez, a Milano: 12.490; Impressionisti dal Musée d’Orsay a Roma: 8.060; Dagli Impressionisti a Picasso, a Genova: 7.504; Impressionisti e moderni, Roma: 5.145. Come detto non è metodologicamente corretto un confronto tra mostre d’arte di genere diverso; sappiamo che l’arte contemporanea ha un pubblico più ristretto. Però in mancanza d’altro il confronto è questo: il “Manichino della storia” in questa ipotetica graduatoria si troverebbe molto in basso, con circa 900 visitatori a settimana.

  2. Andrea Paltrinieri ha detto:

    Sono arrivate, infine, anche le critiche dell’assessore regionale alla cultura Massimo Mezzetti. Le ha riportate la stampa (Il Resto del Carlino – Modena; Prima Pagina), oggi 11 febbraio 2016: “La mostra ‘Il manichino della storia’ a me ha lasciato perplessità fin dall’inizio, si sa e l’avevo dichiarato.” Qui la pagina del Carlino:
    https://amarevignola.files.wordpress.com/2016/02/mezzetti-critica-mostra-manichino-carlino-11feb2016.pdf

    Sempre sul Carlino ulteriori confronti (impietosi) con mostre di altre città dell’Emilia-Romagna: “E lasciando Modena? Qui il discorso cambia e il confronto è impietoso. Dimenticando per ovvie ragioni Bologna (‘La ragazza con l’orecchino di perla’ ha registrato da sola oltre 342mila presenze), abbiamo preso come esempi Forlì, Ferrara, Reggio e Ravenna, con esposizioni durate più o meno quanto ‘Il Manichino’ e investimenti simili.
    A Forlì ‘Icons and Women’ di McCurry, in cartellone fino al 10 gennaio scorso, ha ‘sedotto’ 75mila appassionati. Ancora più eclatanti i 125mila per ‘Boldini. Lo spettacolo della modernità’. Spostandoci a Ferrara, una mostra non particolarmente pubblicizzata come ‘La Rosa di Fuoco’ ha convinto 50.075 visitatori nel 2015. Nella vicina Reggio, Piero della Francesca ha chiuso la sua corsa con 27.500 persone, risultato (superiore di gran lunga ai 17mila del Mata) duramente contestato dall’opinione pubblica. A Ravenna, poi, le performance deludenti del Mar, dove le esposizioni registrano comunque una media di 30mila visitatori, si sono guadagnate le critiche di Confcommercio. Modena può ambire a queste cifre? Per ora il sogno resta un rebus tutto da decifrare.”
    Qui il testo completo:
    http://www.ilrestodelcarlino.it/modena/mostra-mata-1.1705678

  3. All’estensore di questo articolo i miei complimenti. Le osservazioni di fondo sono le stesse che io feci quando la mostra venne annunciata. La paragonai a una esposizione di una casa d’aste: anche opere singolarmente buone ma proprio l’assenza di un progetto logico ne faceva una operazione utile al ristoratore Bottura per gli interessi che ha nel campo e, ovviamente a gallerista Mazzoli. Anche tutto il resto è stato da me trattato diverse volte su Prima Pagina. Quanto scritto da Paltrinieri è sicuramente ben scritto e totalmente condivisibile. Grazie anche a chi mi ha segnalato il suo intervento. Bravo Andrea Paltrinieri
    Adriano Primo Baldi

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