Due letture per i tempi difficili. Quelli che ci attendono

L’ultimo libro tradotto di Saskia Sassen (vedi) è un vero shock. E’ la descrizione di una incipiente società distopica. Il fatto è che lei non è autrice di fantascienza, ma sociologa della Columbia University (vedi). Dunque la società distopica che la Sassen in parte descrive ed in parte prefigura è la nostra. Questa è la cattiva notizia. Che diventa ancora più cattiva per il fatto che non è accompagnata da una buona – come dovrebbe essere nelle storielle migliori. Ovvero: sono in atto processi di degradazione economica, ambientale e sociale (la Sassen riunisce tutto sotto la categoria delle “espulsioni” – questa è la parte meno convincente) e non c’è nessuno in grado di “governare” (ovvero contrastare) questi processi. Anzi, la capacità di governo rimane decisamente e sconsolatamente inadeguata. Dunque, prepariamoci al peggio. La prognosi non è diversa nel saggio di Wolfgang Streeck tradotto nel numero 5/2015 di Micromega-Almanacco della scienza (vedi). Il titolo originario (How will capitalism end? – il saggio è stato pubblicato sulla New Left Review nel 2014 ed è accessibile in lingua inglese: vedi) è stato reso in italiano come “Il capitalismo morirà per overdose”. Streeck non è uno sprovveduto e sa bene di essere stato preceduto da una lunga schiera di autorevoli personaggi che hanno gridato “al lupo, al lupo!”. Ma corre ugualmente il rischio di essere preso per uno dei tanti profeti di sventura (poi smentiti dai fatti). Essendo comunque uno dei più autorevoli osservatori della società occidentale (per lungo tempo a capo del Max Planck Institut per la ricerca sociale di Colonia: vedi) merita di essere preso sul serio. K_Sassen 30gen2016 046
[1] Espulsioni. Brutalità e complessità nell’economia globale – questo il titolo del libro di Saskia Sassen tradotto da Il Mulino (vedi). Riproduce fedelmente il titolo originale (Expulsions: Brutality and Complexity in the Global Economy, Harvar University Press, Cambridge, MA, 2014: vedi). Il libro si articola in quattro capitoli (più un’introduzione e delle conclusioni), ciascuno dedicato all’analisi di uno specifico fenomeno che contrassegna l’economia globale: contrazione dell’economia nei paesi avanzati; il “mercato globale della terra” ovvero land grabbing; la “finanziarizzazione” dell’economia scatenatasi dagli anni ’80; “terre ed acque morte” a seguito dell’intensificazione delle attività estrattive di risorse dal sottosuolo e relativi effetti collaterali. Si inserisce in questa tematica di sfruttamento delle risorse naturali l’impiego delle nuove tecniche come la “fatturazione idraulica” o fracking in progressivo uso anche da noi – problematica che sembra riproporsi con forza dopo le recenti autorizzazioni del governo (vedi) e che ha già visto nel recente passato qui da noi la sollevazione delle comunità interessate contro le autorizzazioni alle “esplorazioni” del sottosuolo (vedi). Ciascuna delle quattro trattazioni tematiche è più convincente del tentativo di considerarle come diverse manifestazioni di pratiche di “espulsione” (è questa la categoria che la Sassen vorrebbe usare per ricondurre i diversi fenomeni ad unità) in cui si rifletterebbero le patologie dell’attuale capitalismo. Ma non c’è alcun dubbio che lo sguardo analitico della Sassen su questi diversi fenomeni getta una luce inquietante su ciò che sta avvenendo nel mondo. E di cui anche noi siamo in parte colpiti (ad eccezione dei fenomeni di land grabbing – accaparramento di terre – gli altri tre ci riguardano direttamente). Insomma, dietro la superficie patinata dell’immagine delle società avanzate dell’occidente si muovono da tempo processi assai poco “rispettabili” che anzi, negli ultimi decenni, hanno fatto, per così dire, un vero e proprio salto di qualità. E che, però, facciamo ancora fatica a riconoscere. Il “capitalismo avanzato” della nostra epoca risulta caratterizzato da fenomeni di “spoliazione” e “distruzione” assai superiori, per intensità ed effetti, di quelli della fase dell’accumulazione originaria, anche grazie ad un dispiegamento tecnologico allora impensabile: “ciò comporta l’immiserimento e l’esclusione di masse crescenti di persone che non hanno più valore come lavoratori e consumatori, ma oggi può significare anche che attori economici un tempo cruciali per lo sviluppo del capitalismo, come la piccola borghesia e le borghesie nazionali tradizionali, non sono più di alcun valore per il sistema in generale. Queste tendenze non sono anomalie né conseguenze di una crisi: fanno invece parte dell’attuale approfondimento sistemico dei rapporti capitalistici.“ (p.16) Notevole per l’impatto anche emotivo che provoca è la trattazione, nel primo capitolo, dell’impoverimento delle “classi medie” in atto in tutte le società avanzate, effetto combinato di crisi economica, politiche di austerità e dunque riduzione del welfare state, meccanismi che portano l’incremento di ricchezza a concentrarsi nel decile più alto della distribuzione dei redditi (e spesso nel percentile più alto) (si veda anche solo la p.37).

Proteste in Valsamoggia contro le esplorazioni della Hunt Oil alla ricerca di idrocarburi (foto del 19 maggio 2011)

Proteste in Valsamoggia contro le esplorazioni della Hunt Oil alla ricerca di idrocarburi (foto del 19 maggio 2011)

[2] Wolfgang Streeck ha scritto una delle analisi più acute ed approfondite del cambiamento del “capitalismo democratico” intervenuto negli ultimi decenni, con il passaggio da “stato fiscale fondato sulle imposte, a stato indebitato, a stato basato sul consolidamento” (ovvero politiche di austerity, di contenimento e contrazione della spesa pubblica): Tempo guadagnato. La crisi rinviata del capitalismo democratico, Feltrinelli, Milano, 2013 (vedi). Non tutto in quella trattazione è condivisibile (per una critica più delle proposte che dell’analisi si veda questa recensione di Jürgen Habermas: vedi; per una rassegna delle tesi di Streeck e del successivo dibattito, magari non sempre accurata, ma comunque utile: vedi), ma rimane comunque una delle analisi più acute di quanto sta avvenendo nella relazione tra capitalismo e democrazia nel mondo occidentale. Nel saggio su Micromega-Almanacco della scienza (vedi) Streeck si basa in parte su quell’analisi, ma quello che disegna è un affresco a larghe pennellate sui processi in atto nelle società capitaliste: “Per continuare a godere di buona salute ed evitare di autodistruggersi, il capitalismo ha bisogno di forze che spingano in direzione ostinata e contraria rispetto alla cieca ricerca del profitto. È stato questo il ruolo storico delle politiche redistributive, del socialismo e del sindacalismo che hanno, in modo diverso, tenuto a freno gli ‘spiriti animali’ del libero mercato e messo al riparo da una totale mercificazione le tre merci fittizie – lavoro, natura e moneta – di cui parlava Karl Polanyi” in un’opera ancora oggi fondamentale (La grande trasformazione, Einaudi, Torino, edizioni varie: vedi – l’originale è del 1944). Il fatto è che le forze in grado di “addomesticare” le tendenze distruttive (ed infine auto-distruttive) del capitalismo (diverse delle quali trovano una descrizione puntuale nel libro di Saskia Sassen) stanno progressivamente venendo meno e questo apre una fase di forte instabilità economica e sociale. Siamo cioè di fronte alla “cruda realtà del fatto che il progresso capitalistico ha oramai più o meno distrutto qualsiasi dinamica in grado di dargli stabilità limitandolo allo stesso tempo”. Insomma “non c’è a portata di mano nessuna forza che sia prevedibilmente in grado di invertire le tre tendenze al ribasso in termini di (1) crescita economica, (2) eguaglianza sociale e (3) stabilità finanziaria e il loro rafforzamento reciproco”. Pertanto, “lo scenario cui molto probabilmente andremo incontro col passare del tempo è quello di un aumento costante di disfunzioni più o meno piccole, nessuna di per sé letale ma per la maggior parte irreparabili, soprattutto nella misura in cui diventeranno troppe per essere affrontate singolarmente” (le tre citazioni stanno a p.176). In modo più convincente rispetto alla Sassen Wolfgang Streeck riesce ad inquadrare i diversi fenomeni all’interno di un quadro teorico coerente, senza alcuna preoccupazione di sussumerli in un’unica categoria (“espulsioni”, per Sassen). La questione più impegnativa è tuttavia il valore prognostico delle tendenze che Streeck coglie comunque con grande lucidità: “la mia idea è che al momento stiamo già osservando la morte del capitalismo, come conseguenza del fatto che esso ha distrutto ogni opposizione residua. Una morte, potremmo anche dire, per overdose di se stesso” (p.186). Stanno davvero già suonando le campane a morto? E poi, si tratta di una buona notizia?

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