Stranieri in corteo. I dilemmi dell’integrazione

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Erano italiane le uniche bandiere sventolate in occasione del corteo promosso da cittadini stranieri (“un gruppo di cittadini immigrati a Vignola da paesi Musulmani“), tenutosi ieri, sabato 23 gennaio, contro i recenti fatti di violenza a Vignola (vedi). Una settantina i partecipanti, tra cui anche diversi cittadini italiani. Non c’erano invece bandiere italiane, ma solo di partito, alla manifestazione promossa dalla Lega Nord a Vignola, assai più partecipata (qualche centinaio i presenti), del 9 gennaio scorso (vedi). Chi come me si interroga sul significato di “integrazione” non può non rimanere colpito da questo uso di simboli diversi.

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Il corteo transita in via G.B.Bellucci, alla confluenza con via A.Plessi (foto del 23 gennaio 2016)

[1] In testa al corteo, partito con un po’ di ritardo da via Resistenza ed infine giunto alla confluenza tra viale Mazzini e Corso Italia, alcuni stranieri con le bandiere italiane. Le uniche bandiere sventolate nel corso della manifestazione. Almeno cinque – quelle che si distinguono dalle foto scattate. Che l’unico simbolo esibito sia stato la bandiera italiana è degno di attenzione. Testimonia di una volontà di appartenenza e, probabilmente, anche di un sentimento di appartenenza, pur con tutte le sfumature possibili (e contraddizioni). Come recita il comunicato degli organizzatori: “i nostri figli hanno iniziato qui le scuole e conoscono Vignola come la loro casa. Siamo tutti cittadini con diritti e doveri.” Non solo persone adulte – plausibilmente figure di riferimento di aggregazioni laiche e religiose -, ma anche una ragazza tra coloro che hanno portato la bandiera durante il corteo. E’ plausibile che il significato della bandiera italiana risulti diverso tra le generazioni: tra chi è stato “accolto”, ma è nato e cresciuto altrove, e chi invece è nato e cresciuto qua. Può anche essere di una certa strumentalità (più probabile negli adulti) nell’esibizione della bandiera nazionale – da esibire proprio perché si sente messa in discussione la volontà di “fare parte” di questo paese. Ma la naturalezza con cui quella giovane ragazza con il velo portava la bandiera italiana dischiude la speranza che infine quello che chiamiamo “integrazione” (vedi) sia possibile anche in una situazione di accresciuta eterogeneità culturale. Insomma, i segnali dell’integrazione ci sono, forse flebili, forse diversi da quelli attesi, forse insufficienti, ma ci sono. Il “sentirsi” italiano – pur con tutte le contraddizioni che possono stare in uno “straniero” che prova siffatti sentimenti (vedi). Ed anche il gioire per la vittoria della nazionale italiana di calcio in un torneo internazionale, pur essendo straniero, è un indicatore di integrazione (vedi). Certo, da non sopravvalutare, ma neppure da trascurare. Insomma, questo per dire che sui meccanismi molecolari dell’integrazione sociale e del ruolo che nell’agevolarne l’operare possono giocare le istituzioni abbiamo bisogno di una riflessione meno grossolana di quella corrente.

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Mohamed Fahim, uno degli organizzatori e primo a prendere la parola nella parte conclusiva della manifestazione (foto del 23 gennaio 2016)

[2] Il confronto con la manifestazione “degli stranieri” fa risaltare ancora di più l’assenza completa di bandiere italiane al corteo promosso dalla Lega Nord a Vignola il 9 gennaio scorso (non ero presente, ma ho visionato diversi filmati e numerose foto). Solo bandiere di partito (vedi). E alla luce di questo anche il messaggio urlato ed esibito sulle magliette dei manifestanti – “Sicuri in casa nostra” – suona ambiguo, visto che i confini di quel “casa nostra” e del “soggetto” che lo afferma dovrebbero essere meglio precisati. D’altro canto è stato lo storico leader della Lega Nord, Umberto Bossi, a “sbeffeggiare” (eufemismo) la bandiera italiana, proprio quale simbolo dell’unità nazionale: «L’on. Bossi, intervenuto il 25-7-97 nella serata conclusiva della festa di partito della Lega Lombarda, che si svolse per più giorni in Cabiate presso il parco del Palazzetto dello Sport, volgendo lo sguardo alla bandiera nazionale esposta sulla vicina scuola statale iniziò il proprio discorso con le espressioni “quando vedo il tricolore io m’incazzo. Il tricolore lo uso soltanto per pulirmi il culo”» – Tribunale di Como, Sezione distaccata di Cantù, Sentenza 22 giugno 2001 (vedi).

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Alcuni degli intervenuti alla manifestazione (foto del 23 gennaio 2016)

[3] Tutto questo per dire una cosa soltanto e per fare mio l’invito di Luca Ricolfi, sociologo, che ha esortato ad una più attenta ricerca dell’oggettività, nel valutare i tormentati fatti dell’immigrazione e dell’integrazione di società culturalmente eterogenee. In questo articolo su Il Sole 24 Ore lui prende le mosse dai “fatti di Colonia” (vedi). Io da quelli di Vignola. Basta dunque cambiare la città di riferimento e la sua esortazione diviene: “Da questo punto di vista, quello del diritto alla critica e al libero pensiero, c’è solo da sperare che i fatti di Vignola rendano tutti un po’ più coraggiosi e “aperti”, non solo verso l’altro ma anche verso la molteplicità del reale. Sarebbe bello che, in materie cruciali per la vita comune (come sicurezza, religione, libertà), la curiosità prevalesse sul desiderio di difendere le proprie credenze, quale che sia la natura di queste ultime. Una buona causa non dovrebbe mai essere un motivo per nascondere, deformare, o capovolgere la verità. In materia di immigrazione, criminalità, terrorismo, religione, le credenze dettate dalla paura e dall’ideologia hanno uno spazio enorme, mentre ben poca attenzione viene riservata all’accertamento dei fatti, anche dei più elementari e “basici” (ovvero necessari per formarsi un’opinione fondata).” Certo, il riferimento alla bandiera italiana è solo uno dei davvero molteplici aspetti da considerare nel valutare il profilo dell’integrazione. Ma con riferimento a questo singolo aspetto la domanda “chi è davvero integrato?” non suona affatto peregrina.

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Locandina di un quotidiano locale (foto del 23 gennaio 2016)

PS Qui il testo del comunicato diffuso dagli organizzatori della manifestazione del 23 gennaio: “Siamo un gruppo di cittadini immigrati a Vignola da paesi Musulmani. Siamo in Piazza perché dopo quello che è successo il 5 gennaio vogliamo condannare il grave fatto accaduto e portare la nostra solidarietà ai ragazzi vittime e alle loro famiglie. Ma vogliamo anche dire che non siamo d’accordo con chi dopo quello che è accaduto ha ritenuto responsabili di un clima di insicurezza e sfiducia tutti gli immigrati che vivono qui. Tanti di noi vivono a Vignola e nei comuni vicini da molti anni. Diversi di noi sono già cittadini italiani. Siamo lavoratori nelle aziende di questo territorio, nell’industria, nell’edilizia, nell’agricoltura, nella ristorazione, nei trasporti e nei servizi. Paghiamo le tasse e contribuiamo al successo di questo tessuto economico. I nostri figli hanno iniziato qui le scuole e conoscono Vignola Come la loro casa. Siamo tutti cittadini con diritti e doveri.

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2 Responses to Stranieri in corteo. I dilemmi dell’integrazione

  1. Elena Busani ha detto:

    Grazie Adrea, del resoconto della manifestazione di ieri. Mi sarebbe piaciuto molto partecipare, ma alla fine ho deciso per la piazza di Modena. Se non fosse per le persone invecchiate e i ragazzi e le ragazze cresciute, questa foto poteva essere stata benissimo scattata 10 anni fa, non rende a mio avviso il cambiamento che c’è stato nel Paese e anche nel nostro territorio. Tu sai quanto me che diverse di quelle persone che hanno partecipato sabato sono cittadini italiani, direi quasi tutti di origine marocchina e di religione musulmana. Alcuni di loro era da molto tempo che non si vedevano in piazza, direi quasi tutti appartenenti ad associazioni etniche di Vignola e Spilamberto. Alcuni di loro sono stati anche protagonisti in prima persona della stagione del Forum dei cittadini stranieri (2007) e hanno rapporti con le amministrazioni locali da molto prima.
    Sono persone integrate? Alcune sicuramente, alcuni sono stati delegati sindacali, hanno avuto e hanno un ruolo nelle scuole dei loro figli, sono attivi nell’associazionismo, fanno volontariato. Credo che questi possano essere parametri importanti per costruire un indice di integrazione. Mi viene da riprendere Giovanna Zincone, che su questo ha molto studiato e scritto.
    Forse avremmo bisogno di riprendere quelli e altri scritti, di riprendere una riflessione su questo tema in questo paese, dove stiamo andando, che tipo di società vogliamo creare? Le nostre società, sia che lo vogliamo o no, sono da tempo multiculturali, la multiculturalità è un dato di fatto, descrive ciò che è, la presenza nello stesso spazio di persone italiane e straniere che hanno culture di appartenenza diverse. Ma anche tra un cattolico italiano e un ateo italiano ci sono culture differenti e paradossalmente ci sono molti più punti di contatto tra persone credenti di diverse fedi, che non tra i primi due.
    Leggendo gli articoli che tu citi, mi lascia molto perplessa l’idea di integrazione che in alcuni vi si ritrova, un’idea sostanzialmente da un lato assimilatoria, dall’altra di cultura come qualcosa di dato, di definito e statico. Al di là delle tentazioni semplicistiche, sembra che la filosofia da bar e da autobus si sia impossessata dei media, c’è un livello di disinformazione e di manipolazione dell’informazione che io trovo altissimo in questo periodo, io credo che occorra riprendere quello che è stato fatto e andare avanti da un lato riconoscendo diritti, cittadinanza, voto, dall’altro pretendendo il rispetto delle leggi.
    Per anni nel confronto con le associazioni, dentro al Forum, abbiamo lavorato sui temi della conoscenza reciproca e sul confronto sui valori, cercando punti di contatto, utilizzando gli strumenti della mediazione.
    Adesso rispetto a prima c’è un elemento nuovo e dirompente: le seconde generazioni, i giovani di origine straniera nati o cresciuti nel nostro paese, possono essere veramente un elemento di svolta. Poco prima di Natale c’è stato a Spilamberto un incontro pubblico bellissimo con un Imam di Padova. Il Famigli era stra pieno di persone, tante le famiglie musulmane, tante le donne, tanti i ragazzi di 20 anni, arrivati in Italia durante le elementari, tanti i giovani italiani venuti con gli amici e le amiche, i vicini di casa. Io entrando nella sala sono rimasta senza parole, c’era il vecchio, ma c’era anche tanto di nuovo quella sera, in quella sala.
    I fatti di Vignola, nei quali includo anche la rapina in pieno giorno ad opera di alcuni ragazzi di origina africana, che a me ha fatto molto pensare, e che io non trovo meno grave, sono un campanello di allarme che ci ricordano che Vignola non vive fuori dal mondo e proprio per questo al di là di quello che è stato fatto, al di là delle scelte organizzative, dei nuovi modelli di servizi che l’Unione oggi si è data, occorre andare avanti, punire i reati, ma riaprire canali di dialogo, di confronto con tutti le componenti della società, continuando a sostenere l’informazione, l’incontro e lo scambio, i rapporti cambiano solo nel quotidiano. Il nostro silenzio e la nostra inattività saranno riempiti dal rumore e dalla disinformazione che ci circonda.

  2. ugo ha detto:

    Elena: “anche tra un cattolico italiano e un ateo italiano ci sono culture differenti e paradossalmente ci sono molti più punti di contatto tra persone credenti di diverse fedi, che non tra i primi due”

    Dopo aver letto questa, che ai miei occhi appare come una sciocchezza, ho smesso di leggere. Parola di ateo che si interfaccia molto, ma molto bene coi cristiani italiani tra i quali è cresciuto e coi quali ha condiviso praticamente ogni cosa, e assai meno bene con gente magari altrettanto cristiana (o perfino atea!) ma con la quale non ha nulla a che spartire in termini di abitudini di vita e di interpretazione della vita sociale e del mondo circostante più in generale. La religione è solo uno degli aspetti molteplici che rendono le persone quel che sono, e viene spesso sopravvalutata. In realtà è assai più rilevante la cultura nel suo insieme (che include anche la religione, ovviamente).

    Vorrei anche sottolineare che nel valutare le possibilità di “accoglienza” di un territorio non si può fare a meno di tenere conto del livello di saturazione antropica di quello stesso territorio. Da questo punto di vista il territorio italiano è ampiamente insufficiente per la gente che già ci vive, altro che accoglienza!

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