Rane bollite e vecchi tromboni. Buoni argomenti per lo studio di fattibilità sulla fusione dei comuni

Giovedì 14 gennaio, a Spilamberto, un incontro pubblico ha dato voce ai contrari “a prescindere” alla fusione dei comuni (vedi). Al diavolo lo “studio di fattibilità” – sostengono gli organizzatori! Già solo analizzare i pro ed i contro delle diverse ipotesi in campo, tra cui la fusione (da mettere a confronto con l’ipotesi “manutenzione straordinaria” dell’attuale Unione Terre di Castelli), è considerato un atto sacrilego contro il “campanile”. Gli oppositori, inoltre, vorrebbero far credere che l’avvio dello studio di fattibilità porterà ineluttabilmente alla fusione, ma così non è come si capisce prendendo visione del percorso necessario (vedi): prima lo studio di fattibilità, poi (se gli amministratori decideranno di procedere – cosa che non è affatto scontata) delibera in ciascuno dei consigli comunali interessati, poi un referendum “consultivo” (ma con effetti di fatto vincolanti: vedi), quindi una legge regionale. Invece ci sono buone ragioni per prendere sul serio il tema e cercare innanzitutto di capire.

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Gazzetta di Modena, 16 gennaio 2016

[1] Rane bollite.Una rana, immersa in una pentola d’acqua che si riscalda molto lentamente, all’inizio si trova bene, ma quando l’acqua comincia a scottare non ha più le forze per saltare fuori. In molti casi della vita quotidiana ci troviamo in situazioni simili: il contesto peggiora poco a poco, impercettibilmente, e quando ci accorgiamo del pericolo è ormai troppo tardi” (vedi). A livello collettivo è quanto è successo con la crisi economica: la condizione “media” delle famiglie peggiora lentamente e questo spinge all’adattamento. Lo stesso avviene agli enti locali: ogni bilancio richiede tagli aggiuntivi, nuovi sacrifici (vedi). Prevalgono dunque strategie di adattamento, improntate alla resilienza (nessun cambiamento significativo, ma tanti micro-aggiustamenti), confidando che ad un certo punto la spirale regressiva si arresti e cambi di segno. Il 2016 è l’ottavo anno in cui “si spera”. Il marketing dell’ottimismo del governo produce esiti incerti. Ma tanto a livello nazionale, quanto a livello locale permane un atteggiamento di attesa verso il futuro. La crisi in atto non è tematizzata. Si evita di parlarne, di farne il tema centrale delle politiche locali. Mettere in fila i dati negativi e riconoscere la gravità della situazione è considerata roba da … gufi.

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Prima Pagina, 16 gennaio 2016

[2] Eppure la contrazione dei bilanci (il downsizing dei comuni: vedi) ha portato al taglio di capitoli di spesa e alla contrazione dei servizi, quando non vere e proprie dismissioni. Aggiungendosi a difficoltà strutturali da tempo presenti (ed all’incapacità di “fare squadra” sugli investimenti più importanti a livello territoriale). In questi anni la contrazione dei servizi delle amministrazioni comunali si è manifestata in queste forme:

  • i centri estivi sono stati “esternalizzati” (in realtà affidati ad agenzie del terzo settore – senza alcuno controllo sistematico sulla qualità);
  • servizi per i giovani (vedi), per le famiglie, per l’integrazione degli stranieri (vedi) sono stati fortemente ridimensionati;
  • i bambini agli asili nido si riducono (qui non c’è neppure bisogno di fare alcunché: ci ha pensato la crisi economica a ridurre la domanda!), senza che alcuno si preoccupi di reinventarsi i servizi per l’infanzia (vedi);
  • la cura del verde pubblico deperisce e calano i soldi per la manutenzione ordinaria della città;
  • le iniziative per “fronteggiare” la crisi si riducono ad interventi spot: nessun programma innovativo è stato messo in campo in questi anni. Di “sviluppo economico”, poi, non parliamone neppure: nessuna idea e nessuna capacità d’azione rispetto al tema “contribuire a far nascere l’economia del futuro” (purtroppo non solo da parte degli enti locali: vedi);
  • il finanziamento alle scuole del territorio per progetti di “qualificazione dell’offerta formativa” è stato azzerato da parte degli enti locali (ci salva il fatto che è stato assunto come proprio dalla Fondazione di Vignola che vi destina circa 300mila euro ogni anno: vedi);
  • per chi volesse poi avere un’ulteriore conferma della perdita della capacità di fare potrebbe effettuare il giro dei “musei” (sic), delle biblioteche e dei “luoghi della cultura” del territorio. Di musei si salva solo il “museo della terramara” di Montale, per via del network interistituzionale in cui è inserito (il Museo del balsamico di Spilamberto – il più attrattivo – necessita da tempo di un evidente restyling). Di biblioteche si salva solo la Auris di Vignola (progetto realizzato solo grazie al finanziamento dalla Fondazione di Vignola).

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[3] Insomma, è come se su ogni municipio dell’Unione Terre di Castelli fosse stato appeso un cartello con la scritta: “Si salvi chi può”. Eppure “va tutto bene” per i contrari a prescindere (Omer-Omero & soci: vedi). Anzi, non potrebbe andare meglio, ripetono – raccontando una balla: “siamo consapevoli che i Comuni della nostra dimensione sono ottimali per qualità della vita e dei servizi il cui costo, pro-capite, è più basso sia rispetto ai Comuni piccolissimi che a quelli più grandi” (come già dimostrato: vedi). Purtroppo non è così. Forse per chi fa il dirigente scolastico (e ha dunque da tempo un lavoro e non rischia di perderlo) la contrazione dei redditi, della ricchezza e delle opportunità di lavoro, in atto oramai da anni, è tollerabile. Il downsizing dei comuni e dei servizi comunali è solo un fastidio relativo. Io temo, invece, che sia l’effetto “rana bollita” che avanza: probabilmente la temperatura sta crescendo (ancora) troppo lentamente. O meglio, con effetti distribuiti in modo diseguale e con diverse capacità di resilienza (il patrimonio accumulato negli anni del benessere è un importante elemento differenziale). Quando la “rana” (le comunità di questo territorio) sarà bollita davvero (tra dieci anni?) sarà però troppo tardi per cercare di invertire rotta. A quel punto sarà evidente che bisognava intervenire prima. Con questo non voglio certo dire che la risposta alla condizione di sofferenza economica e sociale è necessariamente la fusione dei comuni! Ma ogni amministratore responsabile ha il dovere di analizzare seriamente anche quella opzione alla ricerca di strade che possano portare a “fare di più con meno”, ad aumentare la capacità di agire ed offrire servizi, a ricercare maggiore efficienza amministrativa ed a far crescere il “peso politico” di questo territorio sul tavolo di area vasta e regionale di allocazione delle risorse (vedi). Ed in effetti è quanto gli amministratori di questo territorio stanno facendo (pur con gradi diversi di convinzione). A questo serve lo studio di fattibilità, e per questo oggi va messo ogni impegno possibile affinché sia fatto bene, ovvero prendendo in considerazione nel modo più oggettivo possibile ogni criticità, valutando nel modo più approfondito possibile i pro ed i contro (ci sono sia gli uni che gli altri). Per intenderci, prendendo sul serio anche le obiezioni di chi è contrario: “non diventare una semplice frazione di un “super comune”; non perdere la propria identità storico–culturale; non allontanare il cittadino dal rapporto diretto con i servizi e le istituzioni comunali”.

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[4] L’altra cosa da dire con forza è che la contrazione dei servizi degli enti locali non colpisce tutti allo stesso modo. I soggetti marginali sono i più penalizzati (in quel caso servizi ed interventi vengono tagliati o ridimensionati senza che ci siano proteste organizzate o lobbies all’opera). Ma sono in generale i giovani quelli che pagano di più la crisi economica e l’incapacità del paese e degli enti locali di reagire. In provincia di Modena i dati sul mercato del lavoro non sono più aggiornati dal marzo 2014 (vedi): “occhio non vede, cuore non duole”? Oggi l’Italia è uno dei paesi dell’Unione Europea con la disoccupazione giovanile più alta (è preceduta, in questa triste classifica, solo da Grecia e da Spagna). E la disoccupazione giovanile è triplicata dall’inizio della crisi ad oggi – anzi, in provincia di Modena è aumentata di 3,65 volte (vedi)! Questo significa che c’è qualcuno che paga la crisi assai più di altri in termini di chances di vita. E non a caso aumentano i giovani, anche da noi, in fuga verso la grande città o qualche paese estero più promettente. Mentre chi rimane è costretto, in larga parte, a ridimensionare le aspettative di un lavoro di qualità (e di una vita “normale”). Forse il nostro “non è un paese per vecchi”, ma di sicuro “non è un paese per giovani”! Di fronte a questa situazione drammatica, seppure non ancora socialmente esplosiva, bisognerebbe davvero che gli amministratori (e con loro le comunità, i cittadini) si interrogassero sul “che fare”, senza escludere anche l’ipotesi di una riorganizzazione istituzionale al fine di acquisire una maggiore capacità di fare politiche ed erogare servizi.

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Disoccupazione giovanile in Emilia-Romagna a confronto con altre regioni italiane ed europee (2014)

[5] In questa situazione l’unica musica che si ascolta è però quella dei “vecchi tromboni” che dello “studio di fattibilità”, di un’analisi oggettiva dei pro e dei contro non vogliono neppure sentire parlare (vedi). Legittimo prendere posizione contro. Legittimo e più intelligente cercare di fare un’analisi puntuale dei possibili scenari e dei pro e dei contro di ciascuno di questi (chiamasi studio di fattibilità). Non dovrebbe però essere consentito spacciare “bufale”, dicendo che la situazione di questi comuni è già ottimale (vedi) o, peggio, che è a rischio la democrazia! A questi si aggiungono da buoni ultimi anche i “nuovi tromboni” del M5S che in una lunga nota hanno spiegato di essere contro per una serie di motivi, ciascuno debole – pensando evidentemente che una sommatoria di argomenti deboli ne facesse uno forte. Ma preoccupati soprattutto che la decisione della fusione, una volta avviato lo studio di fattibilità (a cui però non hanno fatto mancare il loro contributo in sede di “commissione consultiva” – vedi), possa essere imposta dall’alto nientemeno che dal presidente della giunta regionale, l’odiato Stefano Bonaccini. Ovviamente ipotesi del tutto strampalata se uno conosce minimamente l’iter che deve essere seguito da comuni che decidono di fondersi (e noi siamo assai lontani anche solo dal momento di questa decisione). D’altro canto bisogna anche riconoscere che oggi queste note, per quanto stonate, sono le uniche che risuonano nell’aria. Ai tromboni non si contrappongono clarinetti, fagotti, viole o violini. Enti locali, partiti (penso in primo luogo al PD) e associazioni di categoria o altre realtà aggregate sembrano colpite da afasia (vedi). E forse invece bisognerebbe iniziare a dire ed a ribadire che, vista la condizione di questo territorio (come del resto del paese), anche l’ipotesi di un ridisegno istituzionale locale non va escluso (quindi va analizzato adeguatamente), se davvero si vuole essere in grado di reagire alla crisi economica ed ai suoi effetti disastrosi sulla parte più debole della popolazione locale (e comunque in crescita anno dopo anno). L’impressione, invece, è che la metafora della “rana bollita” rappresenti bene ciò che sta succedendo, con tutto il territorio che sta progressivamente, lentamente adattandosi ad una situazione di stagnazione complessiva e di perdita di chances di vita per pezzi consistenti della società (i giovani in primis). Arriverà a scoprire gli effetti disastrosi di questa deriva quando sarà troppo tardi? E’ una domanda da prendere sul serio.

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5 Responses to Rane bollite e vecchi tromboni. Buoni argomenti per lo studio di fattibilità sulla fusione dei comuni

  1. Dimer ha detto:

    Credo sia giusto provare a “capirci” al di là di posizioni che sembrano spesso “precotte” o “bollite”.
    Intanto mi compiaccio che si prenda atto del fatto che si sta continuando a scendere la china, eppure c’è chi vuole che “facciamo gli struzzi piuttosto che i gufi”.
    Quindi il primo punto su cui dovremmo interrogarci è: quali sono le cause e i possibili rimedi? E questo non dovrebbe essere un compito indifferibile per chi è forza di maggioranza a livello distrettuale, provinciale e nazionale?
    Come mai anche in recenti dichiarazioni il “mantra” è la fusione, ma non si parla del fatto che sono ormai anni che è sceso il silenzio sul PSC, dopo che era stato giudicato indifferibile e tutto giocato sull’espansione, urbana e residenziale in primis?
    Come mai si parla nei convegni ecc… di mobilità sostenibile, “economia verde”, poi ci ritroviamo solo nuove strade e “sblocca Italia”? Cosa ne vogliamo fare del nostro “welfare”, un tempo additato come “fiore all’occhiello”? Lo lasciamo morire lentamente senza alcuna discussione pubblica, poi diciamo, come ora diciamo dell’Unione, che così non funziona? E’ questo il “RIFORMISMO NEW AGE”.
    Quale senso di responsabilità si trasmette se prima non si chiarisce cosa vogliamo farne degli Enti Locali, della fiscalità locale e della stessa democrazia? Questa è una pura questione di efficienza formale?
    La Costituzione entrata in vigore nel 1948 aveva anche questo forte senso dell’autogoverno, nato proprio dalla consapevolezza dei resistenti che non si dovesse più continuare a delegare agli altri la gestione del presente e del futuro.
    In queste terre noi lo sappiamo bene: centinaia di contadini, di artigiani, di operai si assunsero il compito di “fare politica”, perché, oltre tutto, un territorio bisogna anche conoscerlo bene, viverlo, amarlo; forse non basta, ma è una premessa necessaria.
    Pertanto è vero che il Presidente della Regione da solo non può determinare la fusione, ma oggi, anche dalle recenti dichiarazioni e da quello che vedo in giro, vedo molta melina e molti “diligenti esecutori”.
    P.S. Mi sembra di poter dire che anche la Biblioteca comunale di Savignano s.P. fornisca un ottimo servizio, apprezzato dai cittadini. Conto di tornare sulla politica culturale con più tempo a disposizione.

  2. Andrea Paltrinieri ha detto:

    Parto proprio dalla tua ultima considerazione, relativa alla biblioteca di Savignano. Ho frequentato nel tempo le biblioteche di Vignola, Savignano, Spilamberto e Castelnuovo. Tutte cercano di “dare il meglio” – non c’é dubbio. Ma tranne quella di Vignola (e il merito va all’investimento considerevole sostenuto dalla Fondazione) le altre mettono un po’ tristezza. Perché è evidente che non sono riuscite a crescere e tenere il passo con le aspettative dei loro utenti. E la differenza tra loro – biblioteche – si vede. Innanzitutto in termini di “volume” di frequentazione. Ma questo è solo per dire che da tempo questi comuni non sono più in grado di garantire un livello alto di servizi. Mi piacerebbe che il tema venisse preso sul serio, tanto sul serio da scriverci un Report da parte dell’Unione Terre di Castelli: cosa abbiamo tagliato in questi anni di crisi? Invece il silenzio.

    La fusione non è un “mantra”. Almeno non per me. E se vedo bene non lo è per nessuno degli amministratori di questo territorio che con alcune limitate eccezioni non provano alcun entusiasmo per il tema. Ma al di là dell’entusiasmo (da solo assolutamente insufficiente per condurre un progetto così complesso come quello del “riordino istituzionale” – chiamiamolo così) e dei sentimenti pro o contro che uno può nutrire verso questa ipotesi, è una questione di intelligenza NON escludere questa prospettiva, proprio in considerazione delle difficoltà economiche e sociali che stiamo vivendo. Insomma, è comunque un tema serio e che per questo va seriamente affrontato. Che, in primo luogo, significa “non raccontare balle” – insisto su questo tema che mi sta particolarmente a cuore:
    https://amarevignola.wordpress.com/2015/07/05/occhio-alle-bufale-cosa-dice-davvero-lo-studio-ministeriale-sulla-fusione-dei-piccoli-comuni/
    Con questo non voglio assolutamente dire che è opportuno o meglio essere pro-fusione. Voglio invece “solo” dire che è saggio e segno di responsabilità prendere sul serio il tema e cercare di capire quali sono i pro ed i contro. Insomma, fare bene questo studio di fattibilità (per cui occorrerrà ancora lavorare per circa un anno). Spendiamolo bene questo anno di analisi, cercando di porre le domande per meglio apprezzare i pro ed i contro (ci sono entrambi) delle diverse opzioni in campo.

    Invece vedo già sparare a zero su chi sta provando a prendere sul serio questo compito. Legittimo anche questo. Sulla serietà di questo modo di fare, invece, mantengo le mie riserve.

  3. Rosanna Sirotti ha detto:

    lO STUDIO DI FATTIBILITà, SE BEN FATTO, CI DARA’ LA CONSAPEVOLEZZA DEI CAMBIAMENTI POSITIVI E NEGATIVI A CUI OGNI SINGOLA COMUNITà ANDRAà INCONTRO E CHE PERMETTERà DI FARE UNA SCELTA CONSAPEVOLE. mA ABBIAMO NOI SUL TERRITORIO UNA ADEGUATA CLASSE DI AMMINISTRATORI?

  4. Dimer ha detto:

    Caro Andrea, se, come scrivi tu, nessuno o quasi dei nostri amministratori prova entusiasmo per il tema, ciò aumenta le mie preoccupazioni e mi conferma che siamo di fronte a “conformismi” pericolosi, perché forse prevalgono considerazioni e valutazioni tangenti e altre rispetto al focus, ossia il futuro dei nostri Comuni.
    Relativamente alla Biblioteca Comunale, considerando che noi abbiamo un’utenza per lo più infantile e adolescenziale o di persone adulte, grande e proficuo è il lavoro con e per le scuole.
    Con più tempo spero di approfondire: ne vale la pena. Ciao, Dimer..

    • Andrea Paltrinieri ha detto:

      Non essere entusiasti non è affatto un problema. Basta infatti essere curiosi o sentire in modo sufficientemente forte la responsabilità del momento e quindi non scartare a priori l’ipotesi della fusione. Non scartarla – questo voglio dire – prima di averla analizzata. In fondo era questo l’atteggiamento del sindaco di Savignano Germano Caroli – un perplesso, ma curioso. E fosse stato per lui Savignano avrebbe partecipato allo studio di fattibilità. Ma ha prevalso un diverso orientamento della maggioranza (peraltro alimentato pure da “bufale” circa il contenuto del famigerato studio ministeriale). Perché – lo ribadisco per l’ennesima volta confidando che qualcuno intenda – al momento si vorrebbe semplicemente provare a capire. Fare un’analisi, possibilmente ben fatta, dei pro e dei contro delle diverse opzioni in campo. Insomma, nessun “sì a prescindere”, ma neppure nessun “no a prescindere”. Il tempo della presa di posizione dovrebbe essere quello SUCCESSIVO allo studio di fattibilità. Al momento l’interesse di tutti dovrebbe essere quello di convergere cercando di promuovere una realizzazione dello studio la più puntuale ed imparziale possibile.

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