Integrazione degli stranieri: cosa significa?

Quando da molte parti s’invoca verso gli immigrati una politica volta all’integrazione, di che cosa parliamo in realtà? Che cosa intendiamo esattamente? E per cominciare: in che cosa pensiamo che gli immigrati debbano integrarsi?” Inizia così un recente articolo di Ernesto Galli Della Loggia che mi è stato segnalato da un amico (con il titolo “Integrare senza sensi di colpa” è apparso sul Corriere della Sera del 10 gennaio scorso: vedi). Si tratta di un tema di grande rilevanza visto che la concezione dell’integrazione che facciamo nostra ha conseguenze significative sulle politiche da implementare, tanto a livello nazionale, quanto a livello locale. Comunque, esso intreccia due svolgimenti interconnessi. In positivo illustra cosa si deve correttamente intendere per “integrazione”. In negativo assume il “multiculturalismo” come bersaglio polemico (per una presentazione del concetto: vedi). Due linee argomentative complementari, ma entrambe poco convincenti (seppure per ragioni diverse).

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Marc Quinn, Life breathes the breath, Fondazione Giorgio Cini, Venezia (foto del 6 agosto 2013)

[1] Il punto di partenza di Galli Della Loggia è condivisibile: “Lo ha detto chiaramente l’altro ieri la cancelliera Angela Merkel: vogliamo che gli immigrati assorbano «i fondamenti culturali del nostro vivere insieme», che essi s’integrino, cioè, nel sistema di valori, di regole e di comportamenti socialmente ammessi che vigono da noi.” Ma subito dopo la richiesta circa i “fondamenti del vivere insieme” viene estesa, introducendo un’impostazione che risulta problematica: “Ma cos’altro rappresenta tutto questo, mi chiedo, se non una cultura, nel caso specifico la nostra cultura? L’integrazione, insomma, è integrazione in una cultura, l’adozione di fatto (volontaria o involontaria non importa) dei suoi tratti caratteristici di fondo, della sua visione del mondo. O è questo, o semplicemente non è.” L’integrazione sarebbe dunque garantita dalla “adozione” della “nostra cultura” (o, nella formulazione più precisa, “dei suoi tratti caratteristici di fondo”). Più avanti osserva: “Il guaio è che la cultura non è come un cappotto, che uno può infilarsi o sfilarsi a piacere. Quando se ne possiede una, e si ha intenzione di mantenerla, è molto difficile, pressoché impossibile, adottarne un’altra. Se si crede in certi valori, è difficilissimo farne propri allo stesso tempo anche altri. Se per esempio è radicata dentro di me una certa idea dell’altro sesso e dei rapporti tra i due, una certa idea del rapporto tra la religione e lo Stato, una certa idea del mio passato storico, del suo significato e del suo rapporto con quello altrui, e se, come è ovvio, da ognuna di queste idee discendono comportamenti conseguenti, come potrò mai integrarmi davvero in un’altra cultura? Come potrò mai essere in certo senso due persone diverse contemporaneamente?”.

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Marc Quinn, Life breathes the breath (particolare), Fondazione Giorgio Cini, Venezia (foto del 6 agosto 2013)

[2] La concezione dell’integrazione di Galli Della Loggia come “integrazione culturale” è problematica sotto due punti di vista. In primo luogo, richiedendo l’integrazione in una cultura, deve assumere che ogni società sia effettivamente dotata di una cultura, ovvero di un sistema linguistico-simbolico-valoriale omogeneo, unitario. Assume cioè un concetto di cultura come un’entità omogenea, cosa che non è. Non è omogenea la cultura italiana (o dell’occidente) allo stesso modo in cui non è omogenea la cultura dei paesi arabi. O per stare ai rispettivi referenti religiosi: non è culturalmente omogeneo il “cristianesimo” e non è omogeneo l’Islam – entrambe queste entità culturali sono attraversate da linee di separazione, da varianti, da “correnti”. Entrambe presentano varianti “progressiste” e varianti “fondamentaliste”, in aggiunta ad altre “fratturazioni” non insignificanti (cattolici, protestanti, ecc. o sciti, sunniti, ecc.). Ciascuna di queste “entità culturali” presenta dunque “varianti” più o meno compatibili con la “modernità”, ovvero con i principi di autodeterminazione, libertà, uguaglianza dell’individuo – a cui né Galli Della Loggia, né io intendiamo rinunciare. Alla differenziazione interna corrispondono poi continui “conflitti culturali”: possiamo ricordare la “lotta culturale” (e per i diritti) del movimento femminista o l’eterno conflitto, in questo paese, per una (maggiore) laicità dello stato. E’ dunque esercizio non solo difficile, ma anche altamente problematico, definire quali sono i tratti distintivi della cultura italiana (sono all’opera, ad esempio, minoranze attive che vorrebbero rimettere in discussione i confini della laicità oggi raggiunti o affermarne un ulteriore sviluppo – peniamo solo all’affare Englaro o al “matrimonio gay”). Certo, l’adozione di un approccio comparativo aiuta – pensiamo all’indagine sulla “cultura civica” di Gabriel Almond e Sidney Verba (vedi). Ma è vero che per riconoscere “una cultura” bisogna guardarla da una certa distanza (e confrontarla con altre) – e questa operazione di astrazione fa perdere di vista le differenze interne ed i conflitti culturali che costantemente caratterizzano la dimensione culturale (tra l’altro contro l’enfasi sull’omogeneità culturale ed il contributo che tale omogeneità può dare all’integrazione delle società ha scritto convincentemente la sociologa Margaret Archer, The myth of cultural integration: vedi). Se si riconosce l’eterogeneità di ogni cultura (e soprattutto di quella delle società moderne) allora diventa anche più difficile enucleare i “tratti caratteristici di fondo” rilevanti per l’integrazione (visto che non tutti gli aspetti della cultura lo sono – non lo sono, ad esempio, i tratti della “cultura alimentare”). Si potrebbe ancora aggiungere che proprio con riferimento ai “nodi” (critici) evidenziati da Galli Della Loggia (parità uomo-donna e laicità dello stato e della società) noi facciamo, per così dire, bella figura nei confronti dei paesi arabi, ma una pessima figura nei confronti dei paesi del Nord Europa.

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Marc Quinn, The Zone (where the water falls), Fondazione Giorgio Cini, Venezia (foto del 6 agosto 2013)

[3] La giusta preoccupazione di Galli Della Loggia per l’integrazione va dunque recuperata con una concezione teorica che non cancella l’eterogeneità culturale già presente nelle nostre società ed i costanti “conflitti culturali” che le caratterizzano. Ed anche in modo da riuscire in modo meno aleatorio a mettere a fuoco i “tratti caratteristici di fondo” davvero rilevanti per l’integrazione. E’ questo il secondo aspetto problematico della concezione di Galli Della Loggia: se ogni cultura è in realtà caratterizzata da una certa eterogeneità e differenziazione, quale “tribunale” stabilisce quali sono i “tratti caratteristici di fondo”? Si fa la “media” dei valori culturali della popolazione? E di quale popolazione? Gli italiani? E quali italiani (visto che un numero sempre crescente di stranieri richiede ed ottiene la cittadinanza)? In realtà questa difficoltà si supera riconoscendo la funzione integrativa esercitata dal diritto nelle moderne società differenziate. Ciò significa formulare diversamente il requisito dell’integrazione: non si tratta più di “adottare” una cultura, ma di essere portatore di una cultura “compatibile” con il sistema dei diritti. I valori che contano, per così dire, sono quelli che si sono incarnati in norme di legge. Conseguentemente ciò che dobbiamo chiedere ai nuovi arrivati (così come ad ogni membro della società) non è tanto l’adozione della “nostra cultura”, ma il farsi portatori di una cultura compatibile con il sistema dei diritti. Questa diversa concezione dischiude anche nuove possibilità d’azione. Nel continuo processo di ri-produzione culturale (di una cultura in ogni caso eterogenea) si tratterà di cercare di sviluppare quelle “varianti culturali” compatibili e di far regredire invece quelle non compatibili (e culture “non compatibili” con il sistema dei diritti sono presenti anche nel nostro paese – familismo amorale, sessismo, clientelismo, privatismo, scarso civismo, ecc.). Con riferimento all’Islam ciò significa che – premesso che la legge è uguale per tutti – si apre la possibilità di sollecitare e, per quanto possibile, promuovere quelle varianti culturali dell’Islam maggiormente compatibili con il sistema dei diritti. A qualcuno potrà sembrare strano, ma esiste un “movimento femminista” (certo assai più disarticolato e minoritario) anche nei paesi arabi e ci sono donne che, allo stesso tempo, si dichiarano musulmane e femministe (vedi; si veda anche l’intervista a Mona Eltahawy su Il Venerdì di la Repubblica, 4 dicembre 2015, pp.123-125), a dimostrazione che anche questa è una possibilità (per quanto oggi decisamente minoritaria). Certo, oggi tra le grandi religioni universali (cristianesimo, Islam, buddismo, ecc.) le tensioni con la modernità e la “democrazia” sono più acute proprio nell’Islam e questo riflette anche quello specifico “profilo” culturale di quella religione (ma anche l’emergere di numerosi “imprenditori politici” della guerra all’occidente). Ma, come già ricordato, l’Islam, come ogni entità culturale di ampie dimensioni, è eterogeneo e le diverse varianti hanno gradi di compatibilità diverse con il sistema dei diritti. Il fatto poi che esse evolvono, ovvero il fatto del mutamento culturale, apre qualche chances (ad esempio di secolarizzazione). Galli Della Loggia ha dunque ragione nel rimproverare all’Occidente di aver sottovalutato il problema dell’integrazione (ovvero della “compatibilità”). Per le assunzioni teoriche che opera, non è però convincente la soluzione che prospetta (la richiesta di adozione della nostra cultura, come se questa fosse definibile in modo incontestabile).

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Marc Quinn, Spiral of the galaxy (scultura esposta nei pressi della Fondazione Giorgio Cini, Venezia) (foto del 6 agosto 2013)

[4] Veniamo ora al bersaglio polemico di Galli Della Loggia: il multiculturalismo. Anche qui serve un di più di specificazione, di differenziazione. La società realmente “multiculturale” (ovvero caratterizzata da “una molteplicità paritaria di culture”) non esiste, secondo Galli Della Loggia. Invece è “naturale”, per Galli Della Loggia, che in ogni società vi sia “una cultura dominante”. In realtà le “società” multiculturali esistono, anche se sono decisamente rare (in Italia probabilmente lo è l’Alto Adige, unico caso di multilinguismo istituzionalizzato; altro caso è il Canada anglofono e francofono o i Paesi Baschi in Spagna). Ma non sono queste il bersaglio polemico di Galli Della Loggia che invece è interessato a colpire quelle società che sembrano rinunciare (secondo il suo quadro teorico) ad imporre la propria (unica) cultura. E’ questa arrendevolezza che costituisce il “peccato” delle società occidentali. E questo spiega il titolo dell’articolo: “integrare senza sensi di colpa”. Ribadisco che, per le ragioni esposte sopra, ritengo più corretta la richiesta di “compatibilità” (anche qui, si potrebbe aggiungere, “senza sensi di colpa”). E’ condivisibile avere come bersaglio polemico quelle concezione teoriche che dicono che ogni “cultura” ha uguale valore (rinunciando al valore universale dei diritti dell’uomo e del cittadino – lo dico così per semplicità), ma non è condivisibile l’apparato argomentativo che Galli Della Loggia mette in campo. Bisogna però anche dire che di maggioranze multiculturaliste io in Italia non ne vedo. In realtà non vedo neppure delle minoranze multiculturaliste (se non minoranze ristrette, al limite dell’irrilevanza). Certamente il legislatore italiano non ha alcuna deriva multiculturalista. E probabilmente non è un caso se gli esempi di multiculturalismo (peraltro di “ridicolaggine assoluta” – e lo sono davvero) che Galli Della Loggia riporta sono presi dalla società USA, non da quella italiana! Allora si capisce il senso di questo argomentare: dovendo promuovere la concezione che intende l’integrazione come integrazione in una cultura, Galli Della Loggia ha bisogno di gonfiare il rischio di un multiculturalismo da noi praticamente inesistente.

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Marc Quinn, Flesh painting (on calligraphy), particolare, Fondazione Giorgio Cini, Venezia (foto del 6 agosto 2013)

PS. La posizione da me espressa è molto affine a quella proposta, proprio in replica al testo di Galli Della Loggia, da Carlo Rovelli sul Corriere della Sera del 13 gennaio 2016 (vedi). A cui Galli Della Loggia ha risposto in malo modo lo stesso giorno, sempre sul Corriere della Sera  (vedi). Lì ribadisce che le leggi derivano dai valori, dunque dalla cultura (trascurando però il fatto che all’eterogeneità culturale delle nostre società corrisponde un’eterogeneità dei valori e che solo alcuni sono “filtrati” dal procedimento legislativo e “cristallizzano” in norme di legge).

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2 Responses to Integrazione degli stranieri: cosa significa?

  1. Andrea Paltrinieri ha detto:

    Lo stesso amico mi ha prontamente segnalato anche l’articolo di Luca Ricolfi, sociologo, apparso su Il Sole 24 Ore del 17 gennaio 2016, con il titolo “L’immigrazione e il brusco risveglio”.

    Ricolfi prende le mosse dai “fatti di Colonia”, diverse centinaia di immigrati e profughi che la notte di capodanno hanno molestato, derubato, commesso violenze su “donne bianche”. Non c’é alcun dubbio che quell’episodio pone nuove questioni ai governanti dei paesi occidentali ed agli amministratori degli enti locali. Su un punto Ricolfi ha indubbiamente ragione: non minimizzare. Riconoscere la gravità di quell’episodio che è legata anche al fatto che una “folla” di stranieri si è auto-organizzata per commettere atti di violenza sulla popolazione femminile, in quanto femminile (e, plausibilmente, non straniera).

    Ricolfi ha ragione anche quando chiede un di più di oggettività nel considerare i fenomeni che mettono sotto pressione le società occidentali: “Una buona causa non dovrebbe mai essere un motivo per nascondere, deformare, o capovolgere la verità. In materia di immigrazione, criminalità, terrorismo, religione, le credenze dettate dalla paura e dall’ideologia hanno uno spazio enorme, mentre ben poca attenzione viene riservata all’accertamento dei fatti, anche dei più elementari e “basici” (ovvero necessari per formarsi un’opinione fondata).” Certo Ricolfi, in modo assai singolare, se la prende con una parte soltanto dello spettro politico, quella che lui definisce (un po’ sprezzantemente) “l’intelligentsia progressista”. E non si capisce perché esortare una parte soltanto, come se l’altra (l’eventuale intelligentsia conservatrice o xenofoba) non avesse bisogno di essere invitata a maggiore oggettività, minore ideologia.

    Ricolfi, per intenderci, non esorta ad una revisione delle politiche di accoglienza e di integrazione. Almeno non direttamente. Almeno non in questo articolo. Si accontenta di esortare ad una maggiore considerazione di ciò che sta effettivamente succedendo nelle società dell’occidente a causa dei fenomeni migratori e di come questi vengono gestiti. Ma c’é comunque un aspetto problematico nel suo discorso. Un punto almeno su cui l’invito ad una maggiore oggettività andrebbe ribaltato sullo stesso Ricolfi. E’ quando se la prende con il “buonismo” (ovvero il “pensiero unico dell’apertura”) a suo dire imperante non solo tra la sinistra, ma tra i governanti europei (onore alla Merkel, leader non di sinistra, ma della CDU, per essere stata l’unico capo di governo in europa a prendere una posizione decisa a favore dell’accoglienza dei PROFUGHI:
    https://amarevignola.wordpress.com/2015/09/13/accoglienza-profughi-una-banco-di-prova-della-nostra-solidarieta/).

    Di certo, bisogna dirlo, non è quanto avviene in Italia dove è difficile riconoscere una prevalenza di tale cultura “dell’apertura”. Certo, si può parlare di una generale sottovalutazione dei problemi che emergono nelle società interessate da processi migratori di stranieri. Specie laddove il dato quantitativo è divenuto rilevante. Il “volume” ed il fattore “rapidità” sono indubbiamente rilevanti per fare emergere l’importanza del tema integrazione. E questo pone un tema di “capacità” di accoglienza e di integrazione (integrazione che viene tra l’altro facilitata in quelle realtà, come l’Italia, in cui gli immigrati si disperdono in molte nazionalità, piuttosto che essere concentrate in poche). Ed è ugualmente vero che le “politiche di integrazione” possono facilitare l’accoglienza e l’inserimento (aumentando la capacità della società di accogliere ed integrare stranieri senza troppi problemi). Dunque, più che dire che “il discorso pubblico, nelle nostre evolute società occidentali, è imbavagliato dal timore di favorire la destra xenofoba e razzista”, bisognerebbe dire che da noi il timore di favorire la destra xenofoba e razzista impedisce a politici ed amministratori “pavidi” di proporre ed implementare politiche per l’integrazione (che necessitano di risorse). Lo testimonia, nel suo piccolo, quanto avvenuto nell’Unione Terre di Castelli dove questo fronte d’azione amministrativa è stato dismesso nell’indifferenza generale nel corso della passata legislatura (sotto la presidenza Lamandini-Denti):
    https://amarevignola.wordpress.com/2016/01/09/episodio-grave-a-vignola-ma-la-politica-locale-ha-unidea-del-che-fare/

    Qui l’articolo completo di Ricolfi:
    http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2016-01-17/l-immigrazione-e-brusco-risveglio-102800.shtml

  2. Andrea Paltrinieri ha detto:

    Il Caim (Coordinamento delle associazioni islamiche di Milano e Brianza) promuove una campagna contro la violenza verso le donne e realizza un video. Pure simpatico.

    Islam e violenza sulle donne, lo spot per educare al rispetto: “Se ti picchia non ti ama”

    “E’ la prima volta che una comunità islamica fortemente rappresentativa in Italia promuove un’iniziativa del genere. Una campagna e un piano di azioni concrete, che forse non a caso arrivano dopo i fatti di Colonia, per scelta del Caim, il Coordinamento delle associazioni islamiche di Milano e Brianza, il più vasto raggruppamento di enti e luoghi di culto della Lombardia, con una quarantina di sigle in tutte le province. Fra le iniziative già partite anche uno spot contro le violenze e le discriminazioni che colpiscono le donne islamiche.

    A volere fortemente questa iniziativa le ragazze di seconda generazione delle moschee milanesi, colte e imbevute di cultura femminista, guidate da Sumaya Abdel Qader, 37 anni, palestinese di origine, sociologa di professione, madre di tre bambini, che indossa fieramente l’hijab e parla senza indecisioni della necessità di “superare il tabù della segregazione femminile, che non fa parte del vero Islam ma che ancora impera in una certa parte retriva della cultura maschilista nella nostra comunità”. Parole che compaiono anche nel manifesto d’intenti del progetto “Aisha” – diffuso attraverso una pagina Facebook perché tutti possano conoscerne e condividerne gli obiettivi – dove si legge che è “necessario avviare un processo di riflessione critica all’interno della comunità islamica riguardo al tema della violenza e della discriminazione contro le donne, frutto di retaggi culturali e di interpretazioni estremiste che vanno contro i principi della tutela della persona sanciti nella nostra tradizione “.”

    http://milano.repubblica.it/cronaca/2016/03/01/news/islam_violenza_donne_milano-134569083/?ref=HREC1-21

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