Partecipazione alla definizione degli indirizzi della Fondazione di Vignola? Un dibattito del 2005

Una delle rare occasioni (o forse l’unica) in cui considerazioni critiche ed inviti ad una correzione di rotta, indirizzati alla Fondazione di Vignola, sono stati formulati a mezzo stampa è stata nella primavera del 2005, alla vigilia di un rinnovo dei vertici. Essendo uno degli intervenuti (in qualità di capogruppo DS) ho rinvenuto le carte di quel “dibattito” in uno dei faldoni di cui è composto il mio archivio, in uno dei frequenti momenti di riordino. “Dibattito” decisamente monco, visto che allora non vi fu una presa di posizione degli organi della Fondazione. Ma ancora interessante a più di dieci anni di distanza, visto che alcune delle sollecitazioni di allora attendono ancora di essere raccolte. All’origine vi fu una presa di posizione di Ivano Baldini, vignolese, presidente dell’associazione di volontariato “Per non sentirsi soli” (nonché vicepresidente della Consulta del volontariato cittadina). Baldini lamentava allora la marginalità del settore sociale in termini di erogazioni (solo il 12,39% delle erogazioni del 2003). Ma la sua presa di posizione fu l’occasione per alcuni successivi interventi – uno dei quali con considerazioni ancora attuali sui meccanismi di governance. In previsione di qualche prossima considerazione sulle recenti modifiche statutarie vale la pena ricordare quel momento.

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Gazzetta di Modena, 31 marzo 2005

[1] “Ignorano i più deboli” – questo il titolo scelto dal titolista della Gazzetta di Modena per dare risalto alle considerazioni di Ivano Baldini. Era il 31 marzo 2005 (pdf). Su poco più di 1,5 milioni di euro, infatti, la Fondazione di Vignola destinava 190mila euro (12,39%) ad erogazioni indirizzate a “sanità, assistenza alle categorie sociali deboli nonché promozione di progetti ed opere di valore sociale”. Percentuale significativamente inferiore rispetto alla media del complesso delle Fondazioni di origine bancaria. Da allora le cose non sono affatto cambiate: nel 2014 a “volontariato, filantropia, salute” sono state indirizzate erogazioni per 202.053 euro su un totale di 1,5 milioni di euro (pari al 13,44%; percentuale leggermente superiore se si considera anche l’accantonamento a norma di legge per i Centri servizio del volontariato). Insomma, gli interventi nel campo sociale sono sempre stati minoritari nel bilancio della Fondazione e lo sono tuttora nonostante la grave crisi economica. “Di fronte a questo divario nei dati – concludeva Baldini nel suo intervento – le amministrazioni locali, le associazioni di volontariato e più in generale chi si occupa di sociale non hanno nulla da dire?”. E poi aggiungeva ancora: “Non sarebbe utile avere nel Consiglio di amministrazione della Fondazione anche uno o più rappresentanti del mondo del volontariato?”. In fondo l’intervento di Baldini, oltre all’invito a spostare più risorse sul “sociale”, introduceva due temi. Il primo circa i modi in cui la “comunità” può contribuire a definire gli indirizzi d’azione della “sua” Fondazione (che non a caso è inquadrata come Fondazione di comunità). Il secondo circa la “rappresentatività” dei componenti del Consiglio, invitando ad ampliare tale rappresentatività con l’inserimento (ovvero la nomina) di esponenti del “sociale” o del volontariato.

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Riflesso della Rocca in piazza Contrari (foto del 17 febbraio 2013)

[2] Poco più di un mese dopo, sempre sulla Gazzetta di Modena (4 maggio 2005: pdf), le organizzazioni sindacali locali (Cgil, Cisl, Uil) espressero condivisione rispetto alla richiesta proveniente dal mondo del volontariato e invitarono anch’esse a destinare “risorse finanziarie più rilevanti a progetti di ambito sociale”, anche in considerazione dell’allora fase di “stagnazione economica” (che nel frattempo ha lasciato il posto ad una crisi vera e propria). La nota si chiudeva invitando il sistema delle autonomie locali ad impegnarsi “per ricostruire, a partire dalle comunità locali, legami sociali, forme antiche e nuove di solidarietà, percorsi di partecipazione dei cittadini, per promuovere la coesione sociale contro la precarietà e la solitudine delle persone”. Bisogna dire che fa un certo effetto leggere queste parole oggi, a più di dieci anni di distanza ed in una situazione decisamente più grave dal punto di vista del disagio economico e sociale. Anche in quel caso – questo è quanto rileva qui – “portatori d’interessi” locali (stakeholder) chiedevano un aggiustamento degli indirizzi d’azione della Fondazione. Perché ricorrere alla stampa per consegnare tale richiesta? La domanda non è banale. Né può essere liquidata scomodando una supposta ricerca di visibilità. Il fatto è che mancano delle arene in grado di garantire al contempo la possibilità per gli stakeholder di far sentire la propria “voce” e che abbiano la caratteristica dell’essere “pubbliche”. Perché il tema – come sempre – non è solo l’avere a disposizione un canale per trasmettere le proprie considerazioni o richieste ai vertici della Fondazione (o al Consiglio). Ma al contempo richiamare l’attenzione della comunità sull’opinione che si esprime ed in tal modo contribuire a “formare opinione pubblica”. A questo serve la dimensione della “pubblicità”. Di fatto, rigettando ogni occasione di tal fattura (voce + pubblicità), la Fondazione si scherma verso l’esterno. E’ quello che sociologicamente può essere inteso come un meccanismo di “chiusura” o di “apertura fortemente controllata”.

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Particolare della Rocca da uno spiraglio della porta sulla fossa da via Pusterla (foto del 9 dicembre 2012)

[3] Pochi giorni dopo l’intervento di Ivano Baldini sulla Gazzetta di Modena ho svolto anch’io alcune considerazioni, in qualità di capogruppo dei DS in consiglio comunale (Gazzetta di Modena del 6 aprile 2005: pdf); qui il testo completo del comunicato, tagliato invece di alcune parti sul quotidiano: pdf). Rileggendomi mi rendo conto che da dieci anni ripeto sostanzialmente le stesse cose (pur avendo nel frattempo smesso di ricoprire ruoli istituzionali e politici). Insomma, magari noioso, ma coerente. D’altro canto i temi messi a fuoco allora sono tuttora attuali, visto che le “realizzazioni” intervenute sul piano della governance nel giro di tre successivi mandati (due con presidenza Zanasi, quello in corso con presidenza Manfredi) sono abbastanza limitate (ed a mio modo di vedere insoddisfacenti). Comunque si tratta di “meccanismi di raccordo” tra enti locali, Fondazione e “società civile” – da un lato. E dall’altro di sperimentazione di momenti di partecipazione dei cittadini nella definizione dei “programmi” (es. i “piani programmatici pluriennali”), ad esempio secondo i canoni dell’istruttoria pubblica (sperimentata da alcune amministrazioni comunali, es. Bologna e Modena – si tratta di un modo per “strutturare” l’ascolto dei portatori di interesse ai fini della programmazione/pianificazione: vedi). Manca un tema che oggi non trascurerei assolutamente, quello della “trasparenza” circa l’impiego dei finanziamenti erogati (trovo da tempo inconcepibile che i progetti ammessi a contributo – almeno per quelli di importo significativo, diciamo superiore a 10-20mila euro – non siano resi pubblici e che ugualmente non sia pubblica la corrispondente rendicontazione) (vedi). Ma con queste considerazioni siamo di nuovo nell’attualità, visto che le modifiche allo statuto approvate di recente dal Consiglio della Fondazione non toccano questi snodi decisivi per sostanziare il concetto di “Fondazione di comunità”. E quello che toccano (in primis composizione del Consiglio, nomine, sfasamento tra vertici e consiglio) lo rendono più “problematico” – ovviamente a mio parere. Ma su questo ritorneremo presto.

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Gazzetta di Modena, 6 aprile 2005

PS Solo diversi anni dopo, nel 2013, analoghe sollecitazioni vennero formulate in un ordine del giorno presentato al consiglio comunale di Vignola da Chiara Smeraldi, consigliere di minoranza della lista civica Vignola Cambia. L’ordine del giorno, presentato nella seduta del 12 febbraio 2013 (anche in quel caso ci si approssimava alla nomina dei nuovi organi della Fondazione), venne rigettato dalla maggioranza PD ritenendolo un’indebita invasione di campo. Una lettura attenta evidenzia invece che l’autonomia della Fondazione non era intaccata, trattandosi di “suggerimenti” e “sollecitazioni”. Comunque, qui il testo della corrispondente delibera n.7/2013 (pdf).

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