Il museo di Castelvetro al castello di Levizzano? Ma anche no

La notizia è stata riportata su Il Resto del Carlino del 28 dicembre scorso (pdf). L’amministrazione comunale di Castelvetro sta elaborando un progetto per fare del castello di Levizzano, un antico castello Matildico (vedi), la sede di un museo “dedicato alle tradizioni castelvetresi, Lambrusco in primis”. Il progetto, per quanto è dato capire dall’articolo, è convincente per quanto riguarda la formula contenutistica (non “la solita esposizione di attrezzi agricoli corredata da cartelloni”). Non è convincente per altri. Non è convincente, ad esempio, la collocazione di un tale museo: dovrebbe stare in centro a Castelvetro, contribuendo così alla capacità di attrazione del borgo antico e del sottostante paese moderno. Un secondo limite è che questo progetto di utilizzo del bel castello di Levizzano non si inserisce in un “piano strategico” di territorio. Ovvero non è pensato in relazione con quanto altri comuni dell’Unione Terre di Castelli stanno progettando (certo, ad oggi manca un “piano di marketing territoriale” dell’Unione, ma questo non è una scusante per chi siede nella giunta dell’Unione).

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Il Resto del Carlino – Modena, 28 dicembre 2015, p.5

[1] E’ vero. Oggi il castello di Levizzano Rangone è sottoutilizzato, pur essendo una bell’edificio, collocato tra l’altro in un contesto paesaggistico notevole. Ed è dunque salutare la preoccupazione di come meglio (e più intensivamente) occupare quegli spazi. Ma non è la “soluzione museo” quella giusta. Perché la location in questo caso diventa un evidente handicap. Già è “fuori mano” Castelvetro rispetto ai flussi turistici importanti – pur essendo il comune più attrattivo dell’Unione (con maggiore capacità ricettiva e con più alto numero di pernottamenti) – Levizzano lo è ancora di più (dista 4,9 km da Castelvetro, 8 minuti di strada secondo Google Maps). Insomma, l’essere decentrato aggiungerebbe un handicap per un museo, riducendo la sua capacità di intercettare visitatori. Ogni museo infatti costituisce una funzione di attrazione, ma è anche un’opportunità di svago per molti turisti che scoprono sul posto di avere un’opportunità a disposizione. Insomma è al contempo fattore di attrazione e “riempitivo” per chi è già sul posto e cerca qualcosa di interessante da fare. Pur essendo un bel contenitore, vi sono dunque valide ragioni per non usare il castello di Levizzano come contenitore di un “museo della città” o del territorio. Un tal museo, invece, troverebbe “naturale” collocazione nel centro di Castelvetro. E’ infatti nel centro urbano (e soprattutto nel borgo antico) che dovrebbe essere collocata una funzione culturale con capacità di attrazione come il museo che si sta progettando. Una tale collocazione avrebbe anche la funzione di rafforzare la debolissima offerta culturale del borgo antico (oggi ospita di fatto solo l’esposizione permanente di abiti in stile rinascimentale, curata dall’Associazione “Dama Vivente”: vedi). E’ istruttivo guardare la sconsolante sezione “musei” del sito web comunale (vedi) o la patetica sezione “mostre” (vedi). E’ infatti nell’interazione tra funzioni differenziate – funzione culturale e funzione commerciale in primis – che si gioca la vitalità dei centri storici. E non è neppure la prospettiva dell’eco-museo (ovvero della valorizzazione del territorio agricolo per funzioni di intrattenimento e culturali) che può giocare un ruolo decisivo nel puntare su Levizzano, anziché sul centro di Castelvetro.

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Il castello di Levizzano in occasione di un evento del PoesiaFestival

[2] Cosa fare del castello di Levizzano non è cosa che possa essere prospettata senza un’adeguata elaborazione (che oggi manca – a mio parere anche dalle parti dell’amministrazione comunale). Oggi il castello è usato per un numero limitato di eventi distribuiti nell’arco dell’anno. Oggettivamente poca cosa. E’ una delle location più belle del PoesiaFestival (ed ha un discreto successo nonostante la scomodità logistica). E pochi altri eventi (in passato lo ricordo come sede in un paio di week end all’anno di tornei di scacchi). La preoccupazione di come intensificarne l’uso è salutare. Ma più che come sede di un “museo delle tradizioni di Castelvetro” (o del Lambrusco Grasparossa) sono altre le strade che dovrebbero essere esplorate. Dovrebbe trattarsi di funzioni in cui la location costituisca un valore aggiunto anziché un handicap (ovvero in cui la “scomodità logistica” sia tollerabile). La prima che mi viene in mente è una funzione di “residenza d’artisti”, ovvero luogo per ospitare per un periodo di tempo limitato (una o più settimane) uno o più artisti per consentire loro di realizzare opere (con una parte di tale produzione che rimane a beneficio del territorio). Potrebbe essere, in quest’ottica, un ottimo candidato ad una “casa della Poesia” – integrando in tal modo l’offerta del PoesiaFestival. Comunque sia è in questa direzione che andrebbe cercata una sua valorizzazione: intensificando ed innovando la realizzazione di eventi (con un chiaro target di pubblico e con un offerta in grado attrarre nonostante l’handicap logistico). Già oggi, inoltre, una parte del castello viene usata per feste, eventi e matrimoni. Anche questa è una funzione del cui potenziamento si dovrebbe ragionare. Presso il castello di Spezzano (sede anche di un “museo della ceramica” – ben fatto, ma ciò nonostante di non grande appeal), ad esempio, è garantita una funzione di ristorazione (vedi). Nella location di un castello medioevale potrebbero essere proposti eventi a tema, anche enogastronomici. Meglio se in modo integrato con l’offerta del territorio. E magari  tramite soluzioni gestionali in grado di coinvolgere i privati.

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Il castello di Levizzano

[3] Una limitata funzione museale potrebbe infine essere garantita con riferimento al castello stesso ed alla sua storia (vedi): l’essere stato uno dei castelli Matildici (nel 1038 il castello venne concesso dal vescovo di Modena al marchese Bonifacio di Toscana, padre di Matilde di Canossa); l’appartenenza quindi alla famiglia Levizzani (dal sec. XII fino al 1337); il successivo passaggio alla famiglia Rangoni (dal 1342 fino alla conquista napoleonica). Nell’Unione di comuni che si è voluta chiamare “Terre di Castelli” un lavoro di valorizzazione di castelli e rocche (Rocca di Vignola, Rocca Rangoni a Spilamberto, Rocca Rangoni a Levizzano – e poco altro) starebbe bene svolto. Qui l’idea del “museo diffuso” andrebbe rielaborata ed applicata, con una essenziale dotazione museale in ciascuno dei luoghi che nell’epoca medioevale e rinascimentale punteggiavano questo territorio. E soprattutto con la costruzione di una narrazione unitaria del territorio, fatta di continui rimandi e confronti tra una realtà e l’altra (e qui un pensiero alla progettualità vignolese andrebbe fatto, ricercando complementarietà: vedi). Ma anche una tale funzione museale non potrebbe essere la funzione principale per il castello di Levizzano – per quanto necessaria (uno spazio limitato nel castello dovrebbe essere comunque dedicato a raccontarne la storia e la relazione con la comunità circostante e con la rete dei castelli e delle signorie del territorio).

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Il castello di Levizzano

PS Nel castello di Levizzano, nell’ambito di questo museo in progettazione, troverebbe collocazione anche il MUSA – Museo dell’Assurdo (Assurdo di Museo – come è più corretto definirlo: vedi). E’ il destino dei progetti nati male e sviluppati peggio: quello di non avere pace. Si tratta però di un falso problema. E comunque di qualcosa che non avrebbe davvero nulla a che fare con un “museo delle tradizioni di Castelvetro, Lambrusco in primis“. Si cerchi una soluzione del “problema MUSA” in sede di Unione – non ci sarebbe nulla di male a cedere questo “ramo di attività” se potesse essere utile ad un luogo della cultura ubicato in un altro comune dell’Unione. Si impari a ricercare sinergie e collaborazioni. Il MUSA non dice nulla nell’attuale collocazione (a Castelvetro). Non direbbe ugualmente nulla presso il castello di Levizzano (se non, forse, in abbinamento ad una “casa della poesia”). Riempirebbe spazi, questo sì. Una “funzione culturale” miserrima.

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