La Fondazione di Vignola per lo sviluppo locale. Grandi speranze o grandi illusioni?

Con onestà intellettuale il vicepresidente della Fondazione di Vignola, Giuseppe Pesci, ha manifestato l’insoddisfazione per le realizzazioni del “programma” sviluppo locale, uno dei quattro “settori rilevanti” in cui opera la Fondazione (e che è stato aggiunto ai tre “tradizionali” nel 2013, all’inizio di questo mandato: vedi). Così durante l’incontro “La Fondazione aggiorna” che si è tenuto alla Rocca mercoledì 9 dicembre ore 20.30 (vedi). La slide dedicata alla “sviluppo locale” presenta infatti soprattutto delle criticità: “i bandi e l’esito insoddisfacente”, “Le iniziative della Fondazione e le difficoltà di interlocuzione”. Unica nota positiva, così pare, “la collaborazione con Democenter-Sipe” (manifestatasi anche in data odierna con l’inaugurazione della nuova sede dell’incubatore di imprese Knowbel: vedi). E’ difficile sfuggire all’idea del fallimento di questo programma d’azione stando a quanto visto in questi due anni. Ma non si deve – è bene dirlo con grande chiarezza – prendersela con “un destino cinico e baro”, quanto piuttosto con l’inadeguatezza della Fondazione stessa nel progettare ed implementare l’intervento. E’ bastato guardare ai primi passi per rendersene conto (vedi). Oggi la stessa Fondazione riconosce l’esito insoddisfacente dei primi due anni anche se sembra essere ben lungi dall’aver individuato il modo per evitare in futuro i fallimenti del recente passato. Le idee al proposito espresse nell’incontro del 9 dicembre lasciano preoccupati: sono infatti “poche e ben confuse”. Che fare dunque?

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Il presidente della Fondazione di Vignola, Valerio Massimo Manfredi, ed il vicepresidente, Giuseppe Pesci (foto del 4 ottobre 2013)

[1] Chi come me aveva salutato positivamente la decisione della Fondazione di Vignola di investire nello “sviluppo locale” (vedi) aveva la speranza che un programma di erogazioni significative e continuate nel lungo periodo da parte della Fondazione avrebbe potuto contribuire o magari anche guidare lo sviluppo di quella parte di economia a maggiore valore aggiunto ed in grado di offrire occupazione qualificata (industria orientata all’export e servizi alle imprese) notevolmente infragilita dalla crisi economica. Si tratta cioè dell’obiettivo di incidere sulla traiettoria di sviluppo di questo territorio con il rafforzamento dei suoi settori di punta (agroalimentare e meccanica avanzata) o con l’incubazione di nuovi settori economicamente promettenti.

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Palazzo “Barozzi”, di fronte alla Rocca di Vignola. Di proprietà della Parrocchia sarà gestito dalla Fondazione di Vignola (foto del 7 novembre 2015)

[2] Grandi speranze o grandi illusioni? Vedendo quanto “prodotto” nei primi due anni dobbiamo convenire che di “grandi illusioni” si è trattato (qui un’analisi della prima annualità: vedi; il bando della seconda annualità ha portato ad assegnazioni ancora meno convincenti! pdf). Ma questo esito assolutamente insoddisfacente è imputabile in primo luogo alla sottovalutazione del compito che la Fondazione stessa si era data individuando nello “sviluppo locale” un nuovo “settore rilevante”. Una sottovalutazione delle difficoltà inerenti quel compito ed una conseguente mancata predisposizione di quelle “leve” che avrebbero dovuto, adeguatamente manovrate, produrre un intervento incisivo, ovvero efficace. Tutto ciò non è avvenuto nei primi due anni di mandato dei nuovi vertici della Fondazione. Innovare significa anche rischiare, certo. Ma il modo in cui è stata “governata” questa impegnativa innovazione è risultato assolutamente naif. Come scritto un anno fa: “se davvero la Fondazione di Vignola vuol fare qualcosa di significativo per questo territorio occorre che si doti (magari valorizzando di più il coinvolgimento dell’Università) di una capacità di visione e di competenze che le consentano di meglio filtrare (e magari orientare) le proposte provenienti dalle agenzie del territorio” (vedi). Se invece la Fondazione si ritaglia solo il ruolo di erogatore di risorse per i progetti che oggi offre la piazza ci si avvia se non al fallimento, all’irrilevanza. Ed è quanto avvenuto in questi due anni (in cui sono stati finanziati progetti che sarebbero stati finanziati comunque o progetti che, per quanto è dato vedere, appaiono incerti e/o strampalati, in ogni caso senza alcuna ambizione di lasciare un segno duraturo sull’economia locale). Colpisce inoltre la mancanza di un coordinamento forte (ma forse sarebbe opportuno parlare di progettazione integrata) tra la Fondazione di Vignola e l’Unione Terre di Castelli, per le competenze che questo ente ha in merito allo sviluppo economico.

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Le criticità del “programma” sviluppo locale (slide presentata il 9 dicembre 2015)

[3] Il primo fatto che salta all’occhio è che dopo due anni di “lavoro” sul tema dello “sviluppo locale” la Fondazione di Vignola non risulti in grado di definire in modo chiaro cosa intende con tale espressione, ovviamente con riferimento alla realtà del distretto di Vignola (le erogazioni del bando 2015 sollevano l’interrogativo al massimo grado: pdf). Manca completamente un documento progettuale di analisi della realtà economica locale e dei punti di forza e di debolezza dei settori più importanti o comunque su cui si vuole puntare in quanto economicamente più promettenti (ribadisco che uno dei criteri deve essere quello di produrre valore e conseguentemente occupazione qualificata). Manca conseguentemente un’analisi ed una valutazione di quali interventi mettere in campo, delle risorse necessarie per realizzare interventi incisivi (e dunque della congruenza o meno della scala delle risorse mobilitabili dalla Fondazione), di quali soggetti mobilitare (e coordinare) in un siffatto programma di lavoro. Se non si chiariscono preliminarmente questi aspetti ne consegue un modo di operare all’insegna della naïveté. Una vodoo economics – per riprendere un’espressione di Lester Thurow. Ed è, purtroppo, quanto fatto dalla Fondazione in questi due anni. Sorprende dunque profondamente leggere nelle slides presentate il 9 dicembre affermazioni del tipo “marginalità se non irrilevanza delle azioni locali se non inquadrate strategicamente”. Non che l’osservazione non sia corretta. Solo che proprio questo è quanto caratterizza l’operato della Fondazione: la mancanza di un “inquadramento strategico”. Che non c’è ancora e non ci sarà fino a quando non si riuscirà ad elaborare un adeguato programma strategico (che ancora oggi è di là da venire se, come scritto nella medesima slide, si pensa che il settore dei servizi alla persona sia un settore economicamente strategico!). Insomma bisogna riuscire ad individuare i settori su cui investire prioritariamente oltre alle modalità prioritarie (se non esclusive) di intervento: sostegno alla R&S delle imprese esistenti? Incubazione di startup? Sostegno alla costruzione di reti d’impresa per “superare” l’handicap dimensionale? Sostegno all’internazionalizzazione delle imprese? E come?

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Sviluppo locale: le idee della Fondazione (slide presentata il 9 dicembre 2015)

[4] Il corretto modo di operare, se davvero si vuole fare azioni incisive per lo “sviluppo locale”, deve dunque prevedere:

  • l’approntamento di un documento programmatico di analisi e di impostazione della strategia d’intervento – pubblicamente accessibile e su cui richiedere contributi critici in un’ottica wiki – sulla cui base avviare un (continuamente rinnovato) confronto con il territorio (enti locali, associazioni di categoria, imprenditori);
  • l’uso della presenza dell’Università di Modena e Reggio Emilia nel consiglio della Fondazione per accedere a quelle risorse conoscitive necessarie per impostare un ragionamento non banale sul tema (il contrario di quanto sentito nella serata del 9 dicembre) e dunque un adeguato programma di lavoro, sempre avendo in mente il doppio obiettivo interno/esterno, ovvero la formazione di competenze interne all’ente in tema di sviluppo locale (perché non istituire per questo contratti per giovani ricercatori chiamati ad operare presso la Fondazione o comunque sul territorio per le necessarie analisi/valutazioni?) ed allo stesso tempo la sollecitazione di attenzione a livello di pubblica opinione (perché non promuovere un ciclo d’incontri sullo sviluppo locale e la sua rilevanza anziché uno strampalato ciclo sulla guerra? vedi);
  • l’adesione al network (o la promozione del network, nel caso oggi non esista) delle Fondazioni di origine bancaria impegnate sul fronte dello sviluppo locale, per apprendere dai successi od insuccessi di esperienze più mature;
  • la costruzione del network interistituzionale finalizzato a promuovere lo sviluppo locale (in questo territorio) e che deve necessariamente includere gli enti locali, l’Università, le associazioni economiche ed un po’ di altri stakeholder selezionati non sulla base di un logoro criterio di rappresentanza, ma di competenza.
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La nuova sede di Knowbel (inaugurata oggi, 12 dicembre 2015), l’incubatore d’imprese del tecnopolo modenese ubicato nell’Unione Terre di Castelli (a Spilamberto) e gestito da Democenter-Sipe (foto del 12 dicembre 2015)

[5] Nessuna delle cose qui elencate è stata fatta dalla Fondazione di Vignola in questi due anni. E il risultato si vede. Mancando una forte visione strategica si “naviga a vista” distribuendo risorse un po’ a destra un po’ a manca e confidando che questo lasci il segno. Oppure che semplicemente sia percepito come una promozione dello “sviluppo locale” (sic). Appunto vodoo economics.

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Rappresentazione delle startup incubate (dettaglio) presso Knowbel (foto del 12 dicembre 2015)

[6] Bisogna anche chiedersi, a questo punto, se ha senso provare a mettere in piedi un’architettura non banale sapendo che al programma “sviluppo locale” sono assegnati (solo) 150mila euro all’anno. Se non si ha in mente di incrementare tale dotazione (moltiplicandola nel tempo per due e poi per tre, almeno) forse è meglio lasciare perdere. E magari decidere di sostenere solo due progetti con potenzialità di impatto locale:

  • l’incubatore di imprese Knowbel, ovvero il pezzetto locale di “tecnopolo”;
  • e un progetto di marketing territoriale dell’Unione Terre di Castelli di cui c’è assolutamente bisogno da tempo (e per cui la Fondazione, con le sue risorse ed ora anche con i suoi progetti (vedi), potrebbe proporsi come “catalizzatore”).

Lo dico a malincuore perché ovviamente speravo che l’ambizione del progetto “sviluppo locale” portasse la Fondazione a mettere in campo modalità operative adeguate (ed adeguate risorse). Prendo atto che così non è stato e che plausibilmente così non sarà neppure negli anni a venire (non ho colto, su questo aspetto, alcuna reale capacità di visione). Forse, dunque, è più saggio accomodarsi a sostenere una realtà come Democenter-Sipe di promozione dell’innovazione (ad oggi startup) oggi presente e che potrebbe irradiare effetti benefici sul territorio, anche se su piccola scala (spingendola però ad una capacità di rendicontazione ad oggi colpevolmente mancante: vedi). Ed impegnarsi al meglio (abbandonando le modalità di basso profilo impiegate in queste due prime annualità) in un adeguato progetto di marketing territoriale (ovvero di sviluppo del turismo enogastronomico, culturale, ambientale). Un compito già sufficientemente sfidante per le élites di questo territorio.

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Una risposta a La Fondazione di Vignola per lo sviluppo locale. Grandi speranze o grandi illusioni?

  1. Andrea Paltrinieri ha detto:

    Un “successo catastrofico” (cit. Watzlawick). Vale sia per la “ripresa” italiana (non facciamoci illusioni), sia per il programma di “sviluppo locale” della Fondazione di Vignola. Intanto, per chi nutrisse ancora dubbi, si conferma il fatto che sono i giovani a pagare la crisi economica.

    “Secondo i dati Eurostat rielaborati dal ministero per lo Sviluppo economico, a stentare è soprattutto l’occupazione giovanile, che dal minimo registrato durante la crisi ha recuperato 0,9 punti (2,7 in Germania, 4,2 in Gb e 1,9 in Spagna)”.

    http://www.corriere.it/economia/16_gennaio_03/eurostat-l-italia-non-recupera-la-crisi-peggiore-big-dell-ue-53c71e16-b217-11e5-829a-a9602458fc1c.shtml

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