La Grande Guerra nel fondo fotografico Mario Borsari. Una mostra vignolese

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C’è una foto che da sola vale una visita alla mostra (Sale della Meridiana nei pressi dell’ingresso alla Rocca, fino al 10 gennaio 2016: vedi). Si vedono soldati in uniforme che salutano militarmente le “autorità” al centro della scena: due muli. Nell’angolo in alto a destra è vergato a mano il titolo ideale della scena: “Gran rapporto”. E’ un’immagine che spiega meglio di un trattato l’atteggiamento con cui molti italiani vissero la costrizione della prima Guerra Mondiale: senza mai perdere consapevolezza dello scarto tra la retorica patriottica e la realtà della macchina organizzativa militare. Gli stessi due muli sono i protagonisti di un’altra foto in cui sono messi al traino di un carro militare a due ruote, fotografato circondato dallo stesso gruppo di soldati. In questo caso il titolo posto a mano sulla foto è “trasporti a grande velocità”. Anche nel dramma della prima Guerra Mondiale (colpisce una foto con decine di soldati italiani uccisi dai gas sul Carso nel 1916; ancora più cruda quella che ritrae il corpo smembrato di un soldato austriaco) la vita al fronte diventa routine e lascia spazio all’ironia. Nessuna retorica nelle immagini scelte dal fotografo, ma tanta umanità.

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Sagrado (GO), frazione San Martino del Carso – Morti italiani asfissiati dai gas (29 giugno 1916)

[1] Sguardi dal fronte. La Grande Guerra nel fondo fotografico Mario Borsari – è il titolo della mostra dedicata alla prima Guerra Mondiale, inaugurata sabato 24 ottobre e che rimarrà aperta fino al 10 gennaio 2016 (vedi). E’ composta da qualche decina di fotografie, diversi pannelli illustrativi, una raccolta di cartoline che invitano al sostegno allo sforzo bellico, una presentazione foto-animata della figura di Mario Borsari. Le foto scattate sul fronte (alcune scattate a Sagrado, in provincia di Gorizia) provengono dal fondo fotografico Mario Borsari, oggi annesso alla biblioteca comunale di Vignola (vedi).

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Mario Borsari con la famiglia.

Mario Borsari (1883-1930), grande appassionato di automobili e motori, fu tra i pionieri dell’automobilismo: agli inizi del Novecento fu tra i primi a Modena a possedere un’autovettura, una De Dion-Buton. Nel 1908 si sposò con Elena Galassi, figlia di Vittoria Selmi e del magistrato Mario Galassi [ovvero nipote del letterato, scienziato e patriota vignolese Francesco Selmi: vedi]. Durante la Prima Guerra Mondiale, con il grado di capitano fu posto al comando di vari autoparchi e officine automobilistiche e alla rotta di Caporetto provvide a mettere in salvo l’intero autoparco di Palmanova. Autentico cultore della fotografia, documentò con sguardo lucido le vicende della guerra e del fronte. Nel dopoguerra fu il primo concessionario privato della FIAT a Bologna, con un salone espositivo in via Rizzoli.

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Sagrado (GO), località Castelnuovo, Parco di Villa Hohenlohe – Partita a carte su proiettile inesploso (23 ottobre 1915)

[2] Un autocarro finito fuori strada e rimasto in bilico sullo strapiombo. Un carro rovesciatosi nell’attraversare un ponte provvisorio sul fiume. Una partita a carte giocata su un proiettile inesploso. I corpi straziati di soldati nemici. Un aereo austriaco abbattuto, l’artiglieria, gli automezzi, le trincee, i reticolati, i compagni di ventura. Questo e altro è ritratto nelle immagini fotografiche del fondo Borsari esposte in mostra. Insomma la quotidianità della guerra di trincea e delle immediate retrovie. Quella vissuta dai tanti contadini, braccianti, artigiani, operai mandati al fronte a completare l’opera dei padri del Risorgimento.

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Il capitano Borsari a bordo di un autocarro Fiat 18BL assieme ai suoi uomini

E però condotti allo scontro senza guardare troppo per il sottile, senza troppa preoccupazione per il valore della vita umana – anche quella dei “nostri”, stando al resoconto di tal Elio Nerucci, soldato del 49° artiglieria, che nel 1916 scriveva: “Intanto ci fecero aggiustare il tiro e incominciammo a sparare cannonate dietro gli ordini del capo pezzo. Così pure io provocai morti e feriti nelle linee del nemico e forse anche fra i nostri compagni, perché il Comando ci ordinava di sparare nelle retrovie e molti colpi pure nella loro prima linea. Ma, dato che le prime linee erano vicine, poteva darsi che qualche colpo scoppiasse sui nostri. Io però, quando non c’era il capo pezzo, cercavo sempre di dare un piccolo giro al volantino, così che li mandavo a scoppiare più lontano.

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Una delle due sale della mostra (foto del 28 novembre 2015)

[3] La mostra rappresenta la celebrazione vignolese del centenario della prima Guerra Mondiale (si aggiunge allo strampalato ciclo d’incontri sulla guerra promosso dalla Fondazione di Vignola: vedi). Molto belle le foto. Ma un tale materiale meritava una migliore valorizzazione. E’ stupefacente l’incapacità degli organizzatori di allargare gli orizzonti. Integrata con materiali di altre amministrazioni comunali o di altre realtà associative del territorio (e magari anche con documenti od oggetti messi a disposizione da parte di singoli cittadini: vedi) poteva uscirne una straordinaria mostra sul quotidiano della prima Guerra Mondiale – una mostra itinerante sul territorio dell’Unione Terre di Castelli e magari anche “oltre confine”. Che l’unione faccia la forza è un concetto difficile da fare proprio, evidentemente.

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Manifesto della mostra (foto del 17 ottobre 2015)

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