1956. Libro bianco su Bologna

Rispondendo alla richiesta (perentoria) dell’Arcivescovo Card. Giacomo Lercaro Giuseppe Dossetti si candidò per la DC a sindaco di Bologna alle elezioni comunali del 1956. Sapeva che avrebbe perso e così avvenne (venne riconfermato il PCI Giuseppe Dozza, sindaco della città dal 1945). Ma l’esperienza di quella campagna elettorale è uno dei punti più alti della lotta politica locale nella Prima Repubblica visto che Dossetti volle presentarsi agli elettori con un programma per la città costruito in modo “partecipato” e, soprattutto, messo a punto grazie ad un’intensa attività di indagine guidata da alcune delle migliori menti della Bologna di allora (tra cui Achille Ardigò, allora trentacinquenne: vedi). E’ il Libro Bianco su Bologna. Esperienza esemplare di “mobilitazione cognitiva” (vedi) di un partito (esso contiene, tra l’altro, un avanguardistico programma di decentramento amministrativo – l’istituzione dei quartieri – poi realizzato dall’amministrazione comunista negli anni ’60). Purtroppo rimasto privo di imitatori. Tuttora ottimo insegnamento per chi intende fare politica, dentro o fuori dai partiti.

Giuseppe Dossetti durante un comizio della campagna elettorale del 1956 (foto tratta dal libro di Achille Ardigò, Giuseppe Dossetti e il Libro bianco su Bologna, EDB, 2002)

Giuseppe Dossetti durante un comizio della campagna elettorale del 1956 (foto tratta dal libro di Achille Ardigò, Giuseppe Dossetti e il Libro bianco su Bologna, EDB, 2002)

[1] “Il Libro Bianco su Bologna è già una prima promessa adempiuta: un esempio di metodo e di costume che fissa tutto un indirizzo e che anticipa realizzazioni ancor più impegnative per il futuro. Forse è la prima volta che una campagna elettorale non è solo una occasione di propaganda, ma diventa ragione di un complesso di analisi e di studi condotti con rigore, si tramuta cioè in un atto, a un tempo, di conoscenza scientifica e di magistero, rivolto a centinaia di cittadini”. Già queste parole, prese dall’inizio della prefazione al Libro bianco su Bologna, danno il senso della portata dell’avvenimento. Oltre 170 cartelle dattiloscritte. Un testo articolato in tre parti (I. Conoscere per deliberare; II. Rianimare il volto spirituale della città; III. Condizioni e prospettive per una nuova coraggiosa e responsabile amministrazione civica), a loro volta suddivise in sezioni (complessivamente in numero di 15). Frutto di mesi di lavoro di un’équipe di intellettuali locali legati a Dossetti (tra cui Achille Ardigò, poi divenuto uno dei maggiori sociologi italiani: vedi) e messo a punto anche grazie a numerosi incontri (spesso nelle parrocchie) con i cittadini (gli “Incontri con l’Elettore”), quindi di nuovo discusso e perfezionato in incontri pubblici (fino ai “comizi volanti” conclusivi, tenuti quartiere per quartiere ed in cui si accendeva il dibattito tra il candidato sindaco ed i cittadini). Un programma elettorale poi stampato e messo in vendita a 600 lire – cosa impensabile oggi! Straordinaria impresa di “mobilitazione cognitiva” (vedi) di una parte politica locale. Operazione di straordinario valore ancora oggi, figurarsi nel 1956 (quasi sessant’anni fa)! Di certo un fu un fatto casuale. Quell’impostazione rifletteva la visione della politica maturata da Dossetti (principale antagonista di De Gasperi nella DC del primo dopoguerra, fino a quando, nel 1951, si dimise dal Consiglio nazionale e dalla direzione della DC vedendo sconfitta la sua linea). Come ricorda Gianni Boselli (p.8): “Per Dossetti la politica ha l’obbligo di condurre i cittadini, e non di rincorrere i loro umori (a suon di sondaggi, come accade spesso oggi): la politica deve scommettere sulle idee migliori, anche a costo, talvolta, di perdere. Una lezione che, in quella vicenda bolognese, Dossetti ha saputo impartire in prima persona. Così come, per fare politica – o, quanto meno, per occuparsi della cosa pubblica con sobrietà e serietà – occorre informarsi, studiare e alzare lo sguardo oltre il proprio «particolare» (finanche nel contesto amministrativo).” Allo stesso tempo l’impegno conoscitivo non è pensato come una tantum, ma come elemento costante dell’azione politica. Anzi, viene assunto l’impegno affinché la conoscenza della città e dei suoi problemi diventi anche il “vincolo” per l’azione politica (il Libro bianco parla di “compromettersi sempre più con la verità”, proponendo una sorta di indagine permanente di cui pubblicizzare i risultati, così da spingere, chiunque sia poi chiamato ad amministrare, a rendere conto delle proprie scelte).

Giuseppe Dossetti, comizio in Piazza Maggiore a Bologna.

Giuseppe Dossetti, comizio in Piazza Maggiore a Bologna.

[2] Il contenuto per cui ancora oggi è ricordato il Libro bianco su Bologna è quello del decentramento amministrativo, ovvero l’istituzione dei quartieri (poi realizzata dall’amministrazione comunista nel 1963). Nel panorama degli enti locali, negli anni ’50, si trattava di una assoluta novità. La proposta era quella di un “riassetto urbanistico e sociale della città per quartieri organici”. E non solo quartieri come luogo di decentramento dei servizi (ovvero loro distribuzione sul territorio cittadino), ma contestualmente come luogo della partecipazione, mettendo a frutto i vantaggi del coinvolgimento su scala ridotta rispetto alla città complessiva. Questa interpretazione “partecipazionista” dei quartieri è illustrata con chiarezza nel libro che Achille Ardigò ha dedicato al Libro bianco su Bologna (vedi), dove si ricostruisce anche la storia di quell’idea (che ha radici nei progetti di modernizzazione basata sul coinvolgimento degli interessati, realizzati nel dopoguerra – esemplare il caso del villaggio “La Martella” a Matera: vedi). Che poi vuol dire riconoscere che gli abitanti della città non sono solo i “clienti” di una pubblica amministrazione che per una migliore funzionalità decentra i propri servizi, ma sono anche “cittadini” che concorrono alla formazione della volontà democratica (sulle materie delegate ai quartieri). Dalla riorganizzazione amministrativa era poi fatto discendere un ulteriore obiettivo del programma: promuovere un modo di scelta e deliberazione dell’amministrazione che “consenta la più larga e viva partecipazione possibile a tutti i cittadini, considerati nelle articolazioni organiche della città” (p.76). Ovvero far collaborare i cittadini, tramite gli organi e le iniziative di quartiere (ma anche grazie a consulte tematiche), “alla formazione del programma annuo di attività comunale”. Sono solo due temi (peraltro intrecciati: decentramento e partecipazione), ma impostati in modo assolutamente innovativo per quella fase storica (ed in verità ancora irrealizzati nella gran parte delle città italiane). Ad essi se ne aggiungevano molti altri, spesso d’avanguardia: risanamento del centro storico, avvio di un piano di investimenti da finanziare anche con l’indebitamento pubblico – cosa che venne poi effettivamente fatta dall’amministrazione comunista, una politica culturale per le masse, uno sviluppo urbanistico controllato, “educazione” degli adulti o “educazione popolare”, politiche di sostegno familiare per l’accudimento degli anziani e molto altro ancora. Tratto tipicamente dossettiano, il PCI bolognese veniva descritto come caratterizzato da “immobilismo conservatore”, ovvero come conservatore di un potere formatosi legittimamente, ma non più interprete adeguato delle speranze più profonde della popolazione bolognese.

Achille Ardigò alla metà degli anni '60 (con tra le mani, significativamente, il libro To Empower People).

Achille Ardigò alla metà degli anni ’60 (con tra le mani, significativamente, il libro To Empower People).

[3] La candidatura di Giuseppe Dossetti (vedi) alle elezioni comunali del 1956 a Bologna, fortemente voluta (anzi imposta) dal Card. Lercaro, si inserisce nel travaglio di quella fase politica segnata dal rischio di uno “scivolamento a destra” della DC. Con essa si cercava di rispondere a tali spinte, “per mostrare che il comunismo poteva essere vinto senza venire a patti con l’estrema destra” (p.32). A Firenze l’operazione riuscì e nel 1951 Giorgio La Pira (DC) venne eletto sindaco. Non riuscì invece a Bologna, ma di questa impossibilità Dossetti era pienamente consapevole. Nella sua testimonianza, Luigi Pedrazzi, partecipe dell’impresa del ’56, ricorda la lucidità e schiettezza di Dossetti: “«Noi perderemo», mi disse subito. «Non farti illusioni al riguardo, io non sarò sindaco e tu non sarai assessore. Farai però una bella esperienza e imparerai molte cose interessanti sulla vita di una città»” (p.21). Cosa che puntualmente avvenne. La DC di Dossetti fu sconfitta (pur ottenendo un risultato elettorale ineguagliato, il 27,7% dei voti). Ciò che ne sortì, dunque, fu un gruppo consiliare illuminato (Dossetti si dimise nel marzo del 1958, a neppure due anni dall’inizio della legislatura; Achille Ardigò stette in consiglio comunale dal 1956 al 1970) che per vent’anni poi partecipò all’amministrazione bolognese, seppur da posizioni di minoranza.

Giuseppe Dozza, sindaco di Bologna, mentre vota alle elezioni comunali.

Giuseppe Dozza, sindaco di Bologna, mentre vota alle elezioni comunali.

[4] E’ solo il caso di rimarcare che lo spirito, il metodo, i contenuti della proposta di Dossetti non sono divenuti patrimonio dei maggiori partiti sulla scena di allora (DC e PCI), ma neppure di quello che dopo lungo tempo e travaglio ne ha preso il posto (PD). Il tema della “partecipazione” dei cittadini al governo della città, ad esempio, è ancora oggi in attesa di realizzazioni significative (e durature) anche a livello locale. Anche nella rossa (o rosa) Emilia prevale il “conservatorismo” di chi è da troppo tempo al potere per interrogarsi seriamente circa la possibilità di un diverso rapporto con i cittadini, per cui ogni progetto “partecipativo” diventa strumentale, solo uno spot finalizzato al consenso (ma su temi o poco rilevanti o sui quali, comunque, le decisioni sono già state prese) (numerose le testimonianze anche a livello locale: vedi). Sta in questa mancata appropriazione da parte dei partiti dell’eredità disvelatasi per prima nella proposta dossettiana del 1956 (di metodo e di contenuti) una ragione della perdurante vitalità del “civismo”? Può essere.

L_Libro Ardigò_EDBPS La vicenda del Libro bianco su Bologna è stata raccontata in due pubblicazioni relativamente recenti. La prima è di Achille Ardigò, Giuseppe Dossetti e il Libro bianco su Bologna, Edizioni Dehoniane, Bologna, 2002 (vedi). La seconda è curata da Gianni Boselli, “Libro bianco su Bologna. Giuseppe Dossetti e le elezioni amministrative del 1956, Diabasis, Reggio Emilia, 2009 (vedi). Quest’ultimo contiene per intero il testo del Libro bianco su Bologna. Le citazioni riportate nel post si riferiscono a questo libro. Si veda anche la recensione su recensionidistoria.net al libro curato da Boselli (vedi).

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One Response to 1956. Libro bianco su Bologna

  1. Andrea Paltrinieri ha detto:

    Antonio Rubbi, testimone delle vicende raccontate nel post (fu consigliere comunale per la DC a Bologna dal 1960 al 1975) parla, non a caso, di “originalissimo disegno programmatico d’impostazione marcatamente civica” (con riferimento al Libro bianco su Bologna) – così nella testimonianza scritta per il libro Cipolla C., Moruzzi M. (a cura di), Achille Ardigò nei suoi scritti inediti, Franco Angeli, Milano, 2015, p.48.
    http://www.francoangeli.it/Ricerca/Scheda_libro.aspx?ID=22901
    La vicenda della competizione elettorale del 1956 è raccontata in modo dettagliato nel libro di Mario Tesini, Oltre la città rossa. L’alternativa mancata di Dossetti a Bologna (1956-1958), Il Mulino, Bologna, 1986.
    Tesini ricorda che il coordinamento per la stesura del Libro bianco venne svolto da Achille Ardigò. Tra i diversi collaboratori alla stesura del programma vi erano Beniamino Andreatta (per la parte economica), Giuseppe Coccolini, Osvaldo Piacentini, Giorgio Trebbi (per quella urbanistica), Anna Serra, Emilio Miccoli, Luciano Zanotti (vedi nota 8, p.121).
    Il libro di Tesini analizza con grande lucidità le ragioni per cui il tentativo di Dossetti non poteva avere successo (cosa peraltro di cui Dossetti era consapevole). Ragioni per così dire strutturali (di insediamento sociale del PCI bolognese), ma anche relative alla modalità della propaganda elettorale ed ai contenuti stessi del programma, nonché alla figura (per così dire “troppo morale”) di Dossetti stesso (si veda il capitolo 5).

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