Economia della seta a Vignola tra ‘600 e ‘700

E_Home 1796 28lug2010 285Mia nonna, Sola Rosa, classe 1916, la cui famiglia (contadina) risiedeva nei pressi di Ca’ de Barozzi, raccontava che quand’era giovane metteva “in seno” (avvolte in una pezzolina di lino) le uova del baco da seta per facilitarne la schiusa. Erano gli anni ’30. La coltivazione dei bachi da seta (filugelli: vedi) costituiva allora un’importante fonte aggiuntiva di reddito nell’economia contadina. Come ricorda Augusta Redorici Roffi (Terre di Vignola, Vignola, 1994, p.19) “l’allevamento dei bachi da parte dei mezzadri vignolesi è documentato a tutto il 1930” (riporta anche che tramite ferrovia vennero spediti da Vignola, nel 1880, 1.043 kg. di bozzoli). Con anche ricadute industriali sul territorio, come la filanda di Spilamberto (di proprietà del milanese Erba Giuseppe; la cronaca dello sciopero delle filandiere di Spilamberto, del 1907, è riportata in “Gente di Panaro”, n.1, 1999, pp.143-162). Corrispondentemente anche la campagna di questo territorio ha risentito dello sviluppo dell’industria della seta, con la diffusione degli alberi di gelso (con i cosiddetti “suoli morati”), delle cui foglie veniva alimentato il baco (vedi). Questa produzione veniva quindi raccolta in mercati locali normalmente denominati “pavaglione”. Di uno di questi mercati locali, il pavaglione di Campiglio, vi sono documenti amministrativi nell’Archivio Storico Comunale di Vignola. La loro analisi potrebbe gettare un po’ di luce su quest’aspetto non molto conosciuto dell’economia locale del XVII-XVIII secolo.

E_Libro 1723 28lug2010 132

Copertina del Libro del Pavaglione di Campiglio, redatto da Carlo Varroni, massaro, anno 1723 (Archivio Storico Comunale di Vignola).

[1] E’ a Bologna, nel XVI-XVIII secolo, che si sviluppa un vero e proprio “distretto della seta”. In quegli anni la città viene identificata con il suo principale prodotto, la seta appunto. In una delle meno note versioni del “Don Giovanni”, risalente al XVII secolo, il protagonista, rivolgendosi al Convitato, enumera una serie di città europee, abbinando a ciascuna un prodotto caratterizzante. Nell’elenco compare anche Bologna, associata alle sete (Il convitato di pietra, attribuito al Cicognini; cfr. Giovanni Macchia, Vita avventure e morte di Don Giovanni, Einaudi, Torino, 1978; la citazione di Bologna è nella scena quinta del terzo atto, a p.202). Al caso bolognese – affermazione e poi declino di un’industria, quella della seta, in età pre-industriale – ha dedicato numerosi studi Carlo Poni (ora raccolti in La seta in Italia. Una grande industria prima della rivoluzione industriale, Il Mulino, Bologna, 2009: vedi). Per larga parte del XVII secolo Bologna rimase una realtà incontrastata nella produzione della seta (con due tipologie di prodotti: i filati di orsoglio [organzino], prodotti con seta grezza d’importazione, ed i veli, un tessuto prodotto con seta bolognese), poi commercializzata in tutta Europa. Punto di forza bell’industria bolognese fu il mulino da seta “alla bolognese”, una macchina complessa (con ruota idraulica ed un incannatoio meccanico; una ricostruzione si trova al Museo del Patrimonio Industriale di Bologna: vedi) in grado di produzioni elevate sia come quantità che come qualità (filati più sottili e più resistenti), mossa da forza idraulica ottenuta dalla fitta rete di canali cittadini (vedi).

Modello di mulino da seta

Modello di mulino da seta “alla bolognese”, presso il Museo del Patrimonio Industriale di Bologna (foto del 25 febbraio 2014)

Nel 1683 la città disponeva di 119 mulini da seta, per complessive 353 ruote idrauliche – si tratta, per Poni, della “più alta concentrazione urbana di ruote idrauliche in Italia e in Europa” (p.140). Lo sviluppo di questo settore economico era chiaramente un prodotto politico, visto che la città di Bologna non permise mai (almeno fino alla fine dell’Ancien régime) la costruzione di mulini da seta fuori città (come invece avvenne altrove). Ugualmente non venne mai ammessa la dislocazione fuori dalle mura cittadine di nessuna delle diverse fasi di lavorazione della seta. Il declino dell’industria della seta bolognese ha inizio nel passaggio tra XVII e XVIII secolo quando nell’area piemontese comparvero mulini da orsoglio più grandi e tecnicamente superiori a quelli di Bologna, da cui derivavano. Oltre a fattori tecnologici entrano in gioco però anche politiche economiche: lo Stato Pontificio non proibì l’esportazione della seta grezza, come fecero invece altri stati (tra cui i Ducati ed il Veneto, con l’intento di incrementare le filature locali). Comunque sia, nel XIX secolo l’industria bolognese della seta scomparve (un po’ diversamente andarono le cose in Lombardia). La domanda internazionale di seta stagnava, essendo divenuto di moda un altro tessuto: il cotone. Per Bologna si aprì una fase di de-industrializzazione: “tutto un mondo produttivo scompariva e la città avrebbe nel tempo perduto anche la memoria dell’antico primato industriale.” (Poni, op.cit., p.402)

La Fiera del Pavaglione a Bologna (attualmente piazza Galvani) da una incisione del XVIII secolo (figura presa dal libro di Poni citato nel testo, fig.22)

Pavaglione di Bologna. Fiera de Folicelli da seta (si riconosce il retro della Basilica di San Petronio, trattasi dunque dell’attuale piazza Galvani). Incisione di G.M.Mitelli (1664), Bologna, Archivio Capitolare.

[2] Lo spaccato bolognese, peraltro a noi vicino, serve essenzialmente a richiamare la rilevanza dell’industria della seta nell’economia del XVI-XVIII secolo (circa il 10-20% della popolazione della città, allora di circa 60mila abitanti, vi partecipava). La centralizzazione della lavorazione (necessitante macchinari e dunque capitali) aveva come pendant la produzione della seta grezza in modo diffuso, distribuita sul vasto territorio rurale, ovvero svolta essenzialmente nelle campagne (grazie alla diffusione degli alberi di gelso con le cui foglie veniva alimentato il baco), come forma di integrazione del “reddito”. Alla distribuzione diffusa corrisponde una distribuzione, ugualmente diffusa, dei primi luoghi di commercializzazione, in mercati locali denominati “pavaglione” (dal francese pavillon, ovvero padiglione, la tipica tenda con cui veniva oscurato l’arco del portico al fine di proteggere i banchi del mercato dei bachi da seta). Edifici o luoghi denominati “pavaglione”, in cui avveniva il mercato dei bozzoli, indicativamente nell’arco dei mesi (giugno-luglio) in cui il baco terminava la formazione del bozzolo, sono assai diffusi in tutta l’Emilia-Romagna. A Bologna il “pavaglione” era nell’attuale piazza Galvani (sul retro della basilica di San Petronio) (vedi; ma anche, per una leggermente diversa localizzazione più centrata sul porticato tra Palazzo dei Banchi ed Archiginnasio: vedi). A Vignola il mercato dei bozzoli, anche qui denominato pavaglione, si teneva nel porticato di accesso alla Rocca. In Emilia-Romagna il “pavaglione” più grande è a Lugo (RA), dove origina dalla decisione, alla fine del ‘500, di Alfonso II d’Este di abbattere la “cittadella” (centro fortificato) per far posto a strutture con funzioni commerciali. L’attuale configurazione, una larga piazza racchiusa da un quadrilatero loggiato, risale al 1783 (vedi). Il luogo venne indicato come “Padiglione de’ follicelli da seta”, poi gradatamente, con un evidente francesismo, “paviglione” ed infine “Pavaglione”. Anche solo la diffusione del termine “pavaglione” (generalmente associato al mercato dei filugelli) testimonia dell’importanza di questo settore economico nella prima età moderna.

Il Pavaglione di Lugo, struttura inaugurata nel 1783 (foto del 27 marzo 2011)

Il Pavaglione di Lugo, struttura inaugurata nel 1783 (foto del 27 marzo 2011)

[3] E’ con ogni probabilità a causa della volontà di favorire i commerci, tra cui anche quelli dei filugelli, che la comunità di Campiglio decise nel XVII secolo di promuovere la nascita della borgata di Tavernelle, collocata lungo la strada tra Marano e Vignola (plausibilmente dove già esisteva un’antica taverna). In essa trovava posto anche l’antico Mulino, dopo che ne venne deciso lo spostamento, allontanandolo dalle rive del Panaro dopo che era stato distrutto da una piena (vedi). Le informazioni sull’origine della borgata sono fornite da Augusta Redorici Roffi (Tavernelle, Lito-tipografia Paltrinieri, Modena, 2006, p.55 e segg.). La tipologia delle costruzioni, “caratterizzate da portici sul fronte stradale”, testimoniano della funzione commerciale che esse svolgevano. E’ in “quel lontano Seicento, quando il consiglio della Comunità di Campiglio, col beneplacito dei feudatari Rangoni, decise di spostare il mercato dei filugelli, o bachi da seta, dalla sommità [Campiglio] ai piedi del colle [Tavernelle]” (p.55). Dell’esistenza di questo “pavaglione” di Campiglio sappiamo anche da documenti amministrativi conservati nell’Archivio Comunale di Vignola e che coprono, in modo non continuativo, un periodo di più di un secolo: dal 1661 al 1796. Si tratta di diverse copie dell’annuale Libro del Pavaglione di Campiglio, in cui sono registrati i nomi dei venditori/compratori e le quantità vendute/comprate, plausibilmente per le imposte gravanti su queste transazioni. Il registro è tenuto da una delle autorità locali (in uno di questi si legge “massaro”). La cartella d’archivio contiene anche foglietti preimpostati a supporto delle operazioni di registrazione. E’ interessante anche come testimonianza delle famiglie dedite al commercio dei bozzoli (nel registro del 1793, tra l’altro, risulta indicata una sig.ra Paltrinieri Angelica). Plausibilmente il pavaglione di Campiglio serviva l’entroterra appenninico, con venditori (?) provenienti da Marano, Guiglia, Zocca, convogliando quindi le produzioni di seta grezza verso i centri manifatturieri nelle città più importanti (plausibilmente Modena; è da verificare l’esclusione della possibilità di esportare a Bologna, vera capitale della produzione serica, come sembrerebbe da un passaggio del libro di Poni). Insomma, c’è interessante materia per una ricerca d’archivio!

Autorizzazione alla vendita di filugelli al Pavaglione di Campiglio, 1754 (Archivio Storico Comunale di Vignola).

Licenza concessa a Pietro Pelloni per poter vendere filugelli acquistati a Castelvetro al Pavaglione di Campiglio ed attestante il pagamento del dazio marchionale, datata 16 giugno 1754 (Archivio Storico Comunale di Vignola).

[4] Della commercializzazione dei bozzoli da seta nel XVII-XVIII secolo ha trattato anche Marco Cattini, professore ordinario di storia moderna e storia economica all’Università L.Bocconi di Milano (vedi), in una relazione dedicata all’economia vignolese ai tempi di Domenico Belloj (e poi trascritta: “A proposito dell’economia vignolese tra Sei e Settecento”, Gente di Panaro, n.4, 2002, pp.99-104). Vale la pena riprendere alcune considerazioni, anche in quel caso sviluppate a partire da documenti rinvenuti nell’Archivio Comunale di Vignola (“una piccola serie storica dei gettiti annuali del dazio sul Pavaglione della seta”, negli anni ’70 del XVII secolo). In particolare risulta una marcata oscillazione dei volumi di produzione, in conseguenza del diverso andamento climatico. “Nell’anno più sfortunato di produzione, sul mercato di Vignola passò di mano una tonnellata e mezzo di seta greggia. Nell’annata climaticamente più favorevole furono comprate e vendute cinque tonnellate di materia prima. Ora, poiché un singolo bozzolo di seta pesa qualche grammo, parlare di tonnellate significa riferirsi ad una vera e propria montagna di prodotto. Evidentemente, l’allevamento di quel genere era una pratica diffusissima e con risultati globali di notevole livello quantitativo.” Insomma, sia considerazioni sulla rilevanza dell’economia della seta a Bologna nella prima età moderna, sia le prime informazioni sul mercato dei filugelli in ambito locale (Vignola e Campiglio, almeno) suggeriscono l’importanza di indagare, supportati da fonti d’archivio, un aspetto nient’affatto trascurabile dell’economia locale nel XVII-XVIII secolo: quello della produzione e commercializzazione della seta grezza. L’imminente avvio dell’attività del nuovo Polo Archivistico (vedi) costituisce certamente una chances per una migliore conoscenza della storia economica locale, anche su quegli aspetti che non appartengono più (come nel caso dell’economia dei filugelli) alla memoria collettiva.

Licenza concessa al sig. Piero Leonelli di Denzano di lavorare la seta a casa propria, datata 11 giugno 1767. Tale attività non era permessa invece a Bologna (Archivio Storico Comunale di Vignola).

Licenza concessa al sig. Piero Leonelli di Denzano di lavorare la seta “in casa propria per suo conto”, datata 10 giugno 1767. Tale attività non era permessa invece nella provincia di Bologna, dove la lavorazione della seta poteva avvenire solo nella città (Archivio Storico Comunale di Vignola).

PS E’ da approfondire la questione di quanto l’economia “politica” della seta nel Ducato di Modena fosse simile o difforme dalla realtà bolognese. A Bologna la produzione dei “veli” (la cosiddetta “Opera bianca”) avveniva con i “bozzoli prodotti o nelle campagne bolognesi (o circonvicine) o a Bologna (verso la fine del XVIII secolo il contributo della città è di circa il 10%). Tutta la produzione dei bozzoli, di cui era proibita l’esportazione, doveva essere venduta sul mercato urbano (il Pavaglione) a operatori economici autorizzati” (Carlo Poni, op.cit., pp.159-160). Tutta la produzione di bozzoli della “provincia” bolognese confluiva dunque alla Fiera del Pavaglione in centro a Bologna. Se esistevano mercati locali, questi erano “a servizio” del Pavaglione cittadino (dovevano cioè servire a far confluire lì il prodotto). Altri pavaglioni esistevano invece certamente in Romagna (tra questi quello di Lugo). Una volta entrata in Bologna la materia grezza non poteva più uscirne, se non come prodotto finito: come velo liscio (gazes) o crespo (crêpes). Ciò significa che “tutto il processo produttivo dell’Opera bianca, a eccezione dell’allevamento dei bachi da seta – che era sostanzialmente lavoro di contadini – era concentrato in città: dalla trattura, alla torcitura, alla tintura, alla tessitura e all’increspatura” (p.160). Per Poni “si tratta di un caso eccezionale e credo unico di concentrazione verticale urbana” (p.160). Curiosità: “i veli dell’Opera bianca erano spesso di color nero. Essi vendevano bene durante i frequenti periodi di lutto delle corti europee che colpivano duramente i tessuti alla moda di Lione” (p.161). “Nel 1789 il mercante Domenico Bettini annotava con ironico rammarico: «Non ogni anno muoiono gli imperatori»!” (p.162).

Bozzoli del baco da seta. Foto scattata a Guiglia nel 1936 (Archivio Fotografico Neri)

Bozzoli del baco da seta. Foto scattata a Guiglia nel 1936 (Archivio Fotografico Neri)

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3 risposte a Economia della seta a Vignola tra ‘600 e ‘700

  1. Rosanna Sirotti ha detto:

    Anche mia nonna mi raccontava che sotto al portico o di via Soli o Dietro al Buco (non mi ricordo bene) le donne portavano nel giorno di mercato i bachi che avevano fatto schiudere sul seno. Era un aiuto all’economia familiare. Rosanna

  2. Andrea Paltrinieri ha detto:

    Utili informazioni sul ciclo di produzione della seta e sulla realtà modenese sono contenute nel libriccino di Giovanni Santunione, Fili di seta preziosi come l’oro. Storia di bachi, filande e mercati fra Modena e Bologna, Edizioni Il Fiorino, Modena, 2000, pp.48. Io l’ho trovato nella Biblioteca Comunale di Spilamberto (classificazione: 677.39 SANT E.ROMAGNA).

  3. Andrea Paltrinieri ha detto:

    E’ stato inaugurato sabato 5 dicembre 2015 il “Pavaglione” di Lugo riqualificato, ovvero l’antico mercato porticato per il commercio dei bozzoli dei bachi di seta, realizzato nel ‘700.

    “D’ora in poi, sarà possibile ammirare il quadriportico settecentesco del Pavaglione di Lugo con l’ampio spazio interno – piazza Mazzini – interamente restaurato e riqualificato. Con nuove pavimentazioni, un nuovo sistema di sedute (tipo cavee teatrali), un impianto di illuminazione a led appositamente progettato per il complesso e la fascia perimetrale del loggiato a ridosso dei pilastri realizzata con ciottoli di recupero. Tutti interventi, questi, resi possibili anche al contributo finanziario della Regione Emilia-Romagna (450mila euro, circa il 70% dell’investimento totale di 670mila).”

    Qui la notizia completa:
    http://www.regione.emilia-romagna.it/notizie/2015/dicembre/lugo-ra-il-presidente-bonaccini-allinaugurazione-del-pavaglione

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